11/10/17

Ricordi di copertura 5. Carezzare il Correggio




E all’improvviso, non so perché, mi è tornata in mente, era forse il penultimo o ultimo anno che ho insegnato, quella volta che sono andato a Parma con i miei studenti in gita a vedere la cupola del Duomo per ammirare da vicino il grande affresco del Correggio, e i miei studenti, che di arte non è che sapessero molto perché facevano la ragioneria, anche se nella nostra sezione sperimentale due ore di arte settimanali c’erano, sono saliti sulle impalcature sciocchi e baldanzosi, come si conviene all’età, scherzando ma non facendo i cretini, perché era comunque una cosa inedita per loro, una novità, una rarità, e io non ho dovuto nemmeno riprenderli o raccomandargli di essere educati perché ci arrivavano da soli, e del resto, lasciandoli liberi, è raro che dovessi riprenderli (fare qualche raccomandazione scherzosa, semiseria, ma poi certo seria, nel fondo, sì invece), e sono rimasti a bocca aperta al cospetto di quello splendore, lì vicino, sopra di loro, che quasi non avevano il coraggio di farmi delle domande, e nemmeno io di dilungarmi nelle risposte facendo il saccente del resto, e siamo rimasti lì  fino allo scadere del tempo concesso, ma siccome era ora di pranzo anche di più, e poi loro sono scesi e gli ho detto di aspettarmi in piazza, perché io restavo ancora un po’, da solo con la sorvegliante, e quando poi tutti sono spariti, ho detto alla sorvegliante: ora io tocco l’affresco, ma lei naturalmente mi ha detto, allarmata, che non si poteva, era assolutamente proibito, al che le ho detto che io lo avrei fatto lo stesso, che ora che ero lì non potevo resistere e quel muro lo dovevo toccare a ogni costo, che chiamasse pure i gendarmi, oppure, meglio, si voltasse un minuto dall’altra parte, facendo finta di niente, che stesse tranquilla che non facevo niente di male, non rovinavo niente, e lei, dopo qualche diniego, convinta dalla mia bella faccia, dai miei occhi di uomo mite, in quel momento almeno, ha fatto proprio così, e io, emozionato, ho allungato la mano verso gli angeli più vicini, ho fatto passare le dita sul colore, sulle gibbosità dell’intonaco, l’ho accarezzato, e poi in silenzio, piano, tenendo l’emozione dentro, stretta, perché non mi prendessero le vertigini, non mi cedessero le gambe e non mi mancasse il respiro, respirando piano, a fondo, prima di volare via, non si sa mai, appoggiato al corrimano delle scale, a occhi quasi chiusi, un passo dopo l’altro, sono sceso anch'io. 


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