26/05/17

Caravaggio, Salomè con la testa del Battista, Madrid



e c’era, alle Scuderie del Quirinale, la versione di Madrid della Salomè con la testa del Battista, del Caravaggio, tanto per giustificare il titolo della mostra che se non contiene un Caravaggio o Van Gogh o Vermeer o Rembrandt (che grazie al cielo che sono esistiti, ovvio...) non ci va nessuno, nonché il prezzo del biglietto che anche per uno come me, ormai della terza età, era intero, 12 euro, mostra mediocrissima sia pure con alcuni pezzi meravigliosi (il 10% grosso modo, che in sé non sarebbe una cattiva percentuale se le opere fossero di più...). Comunque sia, in apertura c’era proprio questo magnifico quadro che non avevo mai visto e beh, forse è per questo che a parte un Velasquez e poco altro il resto della mostra è un po’ evaporato, che magari sono stato ingiusto a dirmi deluso, ma poi così è stato, anche se non è vero, perché basta una cosa a farmi contento e lì ce n’era più d’una, così che allora sono abbastanza stronzo a parlarne male, perché se fossero tutti capolavori, magari non è vero che nessuno lo sarebbe (se una cosa è un capolavoro, lo è e basta, indipendentemente dal numero dei suoi pari: lo sono tutti ciascuno per sé), ma uno non andrebbe oltre la prima sala e le altre opere, poverine, ci resterebbero male, che invece un apprezzamento lo meritano anche loro, come per esempio un notevole Riposo durante la fuga in Egitto dell’a me sconosciuto Andrea Vaccaro (Napoli, 1604-1670) e altro che taccio, che alla fine ce n’era abbastanza di che essere contento, un altro che non fossi io... 

E la Salomè mi ha colpito subito, come prima cosa, dopo l’impatto dell’insieme del quadro, a trovarmelo lì davanti all’improvviso, perché mi è sembrata più agée del solito, mica una ragazzina o una giovinetta come uno se la vede dipinta di solito e se le immagina, anche, se si immedesima nello sguardo di quel vecchio porco di Erode... una donna almeno di trent’anni, stavolta, e forse più, che allora le donne sfiorivano prima, non forse le dame d’alto bordo come Salomè, ma certo le donne del popolo che il pittore amava prendere come modelle, a meno che a invecchiarla, nel quadro, non sia quell’espressione un po’ strana, che a me pare triste, più che pensierosa, la testa piegata verso la spalla destra, come di una che si vergogna, o è spossata non perché sia stanca ma perché è svuotata, e ha addirittura pianto, probabilmente, che a guardare da vicino gli occhi sembrano umidi, velati da un residuo di lacrime, e i bordi delle palpebre arrossati, un po’ gonfi, a meno che non sia io a sognarmi tutto questo, lo sguardo distolto dal piatto che pure tiene tra le mani salde, non scarne né eleganti, aristocratiche, quasi grassocce al contrario, con sopra la testa del Battista, che non ha niente di truculento, con vene e arterie sanguinanti e brandelli di carne e tendini penzoloni come molti pittori, e a volte lo stesso Caravaggio, si compiacevano di rappresentare, e anzi ha un’aria serena, come di chi ha raggiunto la sua meta, che è buona, come buono è il cammino che vi ha condotto. Alle spalle di Salomè, la vecchia, che alcuni ipotizzano sia Erodiade, cosa che a me sembra improbabile, perché, senza contare il copricapo a turbante e quel che si scorge dell’abito che non hanno nulla di regale, va bene che la malvagità e l’amore deluso invecchiano e imbruttiscono, ma non così tanto da incartapecorire la pelle con quella rete fittissima di rughe e grinze, come vengono di solito rappresentate le vecchie mezzane o serve compiacenti che aiutano le eroine a compiere le loro malefatte o imprese (per esempio nel caso di Giuditta), quasi prosciugata dall’interno, ridotta a una pellicola secca tutta spiegazzata, e, di fronte a lei, il soldato di tre quarti di schiena non riescono invece a distogliere dalla testa decollata lo sguardo sopraffatto da una mestizia senza nome, assorti, sperduti nel mistero non tanto della morte quanto di ciò che uno ha compiuto, e non importa se obbedendo a un ordine, e a cui l’altra ha probabilmente assistito.


Salomè ha le spalle coperte da un drappo rosso, intenso e cupo anche a causa del drappeggio, che le sottolinea la bianchezza del collo per la parte inondata dalla luce che piove dall’alto alla sua destra e soprattutto quella del seno sinistro, che una camicetta o sottoveste dall’orlo arricciato si alza a scoprire fin quasi al capezzolo, unico resto scarmigliato che richiama la sua danza sensuale e omicida, che si presume scatenata, vertiginosa... Tutta la sua sensualità sembra essersi consumata, e ora si è concentrata lì. Il candore del petto è caldo, e contrasta con quello più freddo, quasi cadaverico, della spalla del soldato, che sembra contagiato dalla morte che ha inferto, mentre il viso, giovane, molto bello, tutto l’opposto di quello del suo omologo della versione di Londra che ha una smorfia quasi caricaturale che si prolunga nel gesto spavaldo e osceno di ostensione della testa del Battista che solleva per i capelli, è quasi tutto in ombra, preso da una mortifera malinconia, dalla tristezza sconsolata che viene da ogni consapevolezza, dalla certezza dell’irrimediabile di cui si è stati strumento insieme e testimone, la stessa che si è già insediata nello sguardo di Salomè, senza più perdono, e che ora comincia a lambire anche me, che pure non ho fatto nulla, che sono, almeno qui, innocente, mi dico senza crederci mentre mi allontano, come se fuggissi.



03/05/17

Casabase (2001)



Senza il baseball sarebbe perfetto, confidava con malcelato orgoglio alle amiche, come a scusarsi della propria felicità. Meno male che un difetto ce l’ha, pensavano loro celando la propria invidia. Il baseball è la perfezione, sosteneva invece lui, da perfetto esteta.
Non per niente aveva studiato nella capitale quelle materie astruse, come le giudicava lei, del tutto estranee alle attività di famiglia nelle quali era scontato che si sarebbe inserito di lì a poco accanto al fratello maggiore, ma di fatto, perlomeno i primi tempi, sotto la sua guida (cioè il suo controllo). Gli studi nella capitale erano stati la concessione della famiglia alle stravaganze della giovinezza, non era nemmeno pensabile ma che li mettesse a frutto in una attività autonoma. D’altra parte, secondo il giudizio unanime, lui non aveva sufficiente carattere per farlo, a prescindere dalla follia di rinunciare alla ricchezza assicurata dalla famiglia e dal disonore di cui si sarebbe macchiato (e che soprattutto le avrebbe inferto). Prima però avrebbe dovuto completare nuovi studi, più utili. E sposarsi (cioè mettere la testa a posto). La data del matrimonio era stata già fissata per la primavera dell’anno successivo.
Lei avrebbe aspettato con pazienza (che altro avrebbe potuto fare?), ma anche con gioia, l’evento che i suoi genitori nella loro saggezza avevano predisposto per il suo futuro, una volta tanto venendo esattamente incontro ai suoi desideri (altrimenti cosa sarebbero stati saggi a fare?). Si preparava alla cerimonia ripetendo ogni gesto e espressione e parola dei riti tradizionali fino a raggiungere la perfezione della naturalezza, e pensava al proprio futuro nella forma della casa che lei avrebbe arredato (contribuito ad arredare, ma imprimendole sempre più il proprio tocco personale).
La prima volta che i fidanzati si recarono insieme, con i crismi dell’ufficialità, nel capoluogo della regione (in treno, perché lui odiava guidare e per nulla al mondo avrebbe chiesto al padre di usufruire dei servigi del suo autista), lui insistette per visitare innanzitutto il vecchio stadio della sua squadra del cuore, che lì aveva vissuto le stagioni migliori. Da quando si era trasferita nel modernissimo nuovo impianto, era entrata nella mediocrità e non ne era più uscita (il tifoso se ne frega della nobiltà della sconfitta). Per lui, più che una visita, quello era un pellegrinaggio; e lei, sia pure con qualche adattamento, si era sforzata di capirlo (era molto religiosa). Poi avrebbero dedicato il pomeriggio a un giro esplorativo per negozi e empori, soprattutto di arredamento, per vedere da vicino alcuni oggetti e mobili che già avevano individuato nelle riviste specializzate e nei progetti fantasiosi dei cosiddetti architetti d’interni.
Avevano deciso che la loro casa, che nei primi tempi sarebbe stato un grande appartamento con attico in uno dei palazzi di proprietà della famiglia di lui, se la sarebbero sistemata per proprio conto, senza troppe ingerenze. Avrebbero consultato i famigliari più avanti, per rispetto, sicuri della loro approvazione e disposti a concedere qualcosa, purché non stravolgesse l’armonia complessiva. Lui aveva gusti precisi (roba postmoderna e ultratecnologica), anche se un po’ troppo radicali per lei, che comunque, avendo ricevuto un’educazione tradizionale, non si sarebbe mai permessa di muovere obiezioni, esplicite quantomeno. Col tempo li avrebbe addirittura condivisi: sono i portati dell’amore.
Lo stadio, cinto da un obi di strade sopraelevate, sorgeva in un sobborgo periferico di esemplare squallore moderno, composto quasi esclusivamente da palazzine per uffici, magazzini, parcheggi, pochi bar e ristoranti, parcheggi e, nelle viuzze più nascoste, da qualche locale equivoco (quanto mai esplicito, cioè). La sera il quartiere si sarebbe svuotato come una vescica, per riempirsi probabilmente, come una vescica, di altre scorie, umane e non; ma di giorno li accolse quasi festoso, tra strade e marciapiedi intasati da gente indaffarata, con insegne colorate, tabelloni elettronici e scritte luminose, tra le quali spiccavano, proprio sopra l’ingresso principale dello stadio che ne era interamente tappezzato, le sagome al neon di una giovane coppietta sormontate da una scritta lampeggiante che propagandava casette prefabbricate.
I fidanzati (lui nascondendo a fatica l’emozione) si fermarono nel piazzale antistante ad ammirare lo spettacolo imprevisto e a decifrare immagini, scritte e, lui, l’ossatura nascosta dello stadio, poi, sorridendosi con complicità, imboccarono la porta monumentale. All’uscita del tunnel c’era un parcheggio che si diramava a raggiera a partire dall’area vuota di casabase, con le due fasce centrali che terminavano esattamente dove una volta c’erano la prima e la terza base. Dietro il parcheggio, protetto dalle gradinate solo in parte smantellate, c’era un piccolo quartiere di casette prefabbricate addossate l’una all’altra, di varia forma e grandezza, ma tutte di tipo occidentale (svizzero, bavarese, mediterraneo, inglese, scandinavo, americano: non c’era che da scegliere).
Lui rimase come folgorato; lei solo sorpresa, piacevolmente però. Prendendola per mano, lui raggiunse di corsa il luogo corrispondente al piatto di battuta e vi sostò immobile e silenzioso per un tempo che a lei sembrò infinito; poi ruotò un paio di volte su se stesso, lentamente, senza allentare la presa come se stringesse una mazza, per avere una panoramica completa dell’interno dello stadio (costringendola in tal modo a ruotare attorno a lui con passettini goffi che la fecero arrossire) e infine, come uno che abbia preso una decisione repentina ma definitiva, puntò con passo risoluto verso le villette e, scortato da un venditore che si era immediatamente quanto cerimoniosamente avvicinato, la costrinse a visitare tutto il quartiere nel dettaglio.
La visita durò tre ore: lei ne fu prima divertita, poi incantata e infine sfiancata, ma sempre confusa. Mentre passavano da una casetta all’altra, ciascuna arredata con mobili in stile ma con qualche concessione alle consuetudini nazionali, lui si informò sui prezzi, le condizioni di vendita, la tipologia degli acquirenti, le differenti possibilità di combinazione delle componenti prefabbricate e i problemi relativi al loro trasporto, con un tale enigmatico puntiglio che a un certo punto il venditore, disorientato, fu costretto a chiamare il suo superiore, sia perché non era in grado di rispondere a molte domande, sia perché anche lui aveva cominciato a porsene su quello strano cliente, se mai lo era, e a chiedersi perciò se era il caso di fornirgli anche le risposte che conosceva. Dopo aver parlottato brevemente con il visitatore, il capo disse al venditore di offrire un tè (o una coca) alla signorina e si chiuse con lui nel piccolo cubo dell’ufficio, dove rimasero un’oretta a discutere. Uscirono entrambi sorridenti, lui con una cartelletta ricolma di fogli e depliant.
Dopo un breve spuntino, non rimase molto tempo per i negozi, ma non importava: lui era allegro, la faceva ridere e la sommergeva di regalini; lei pensava a quale delle casette avrebbe preferito abitare e quale era piaciuta di più a lui, che si era soffermato a lungo in una piuttosto grande, di modello americano, in fondo al quartierino, appena sotto le gradinate. Ma poi non le aveva detto niente: forse aveva già una idea sua e voleva farle una sorpresa.
Alla stazione, lui fu tentato di fermarsi a dormire in città per assistere alla partita della sua squadra, che in quel turno avrebbe giocato di sera, e farla partire da sola (che si fermasse a dormire anche lei era fuori discussione), ma bastò una breve riflessione a convincerlo che non era il caso di metterla in imbarazzo, e tantomeno di rovinare una giornata perfetta con l’amarezza finale di una sconfitta certa. Così salì sul treno assieme a lei, che, esausta, dormì per tutto il viaggio.


Nelle settimane successive lo vide poco: era sempre negli uffici direttivi del gruppo di famiglia a rovistare negli archivi informatici, a studiare mappe, capitolati, liste clienti e bilanci, e a seguire nelle loro differenti mansioni il padre e il fratello, che non sapevano come spiegarsi tanta improvvisa dedizione. Alla fine chiese loro un colloquio formale e, col sussidio di tabelle, grafici e animazioni digitali, illustrò agli stupefatti famigliari come fosse arrivato alla conclusione che le loro attività, soprattutto quelle immobiliari, potevano espandersi notevolmente grazie alla saturazione del mercato metropolitano e al prezzo ormai folle raggiunto dalle abitazioni, per tacere del degrado della qualità della vita. A suo parere il numero dei cittadini che nell’immediato si sarebbe trasferito in provincia, per scelta o per necessità, sarebbe aumentato in misura esponenziale e il loro dipartimento sarebbe stato una delle mete privilegiate, in virtù dello sfruttamento ancora limitato del territorio e dell’abbondanza dei servizi e delle comunicazioni. Per non parlare delle bellezze del paesaggio, a cui i connazionali erano così sensibili. Pertanto si rendeva indispensabile creare una succursale in città che si dedicasse alla ricerca di alleanze imprenditoriali e commerciali, alla promozione e alle relazioni sociali, e lui propose che gliene fosse affidata la direzione. In merito aveva già delle idee che tratteggiò in modo sintetico, fermo restando che ogni decisione sarebbe stata rimessa al consiglio direttivo (in pratica all’arbitrio paterno).
Padre e fratello, colpiti dalla sua intraprendenza e dalle ragioni che aveva addotto mettendo finalmente a frutto la sua immaginazione su problemi concreti, avevano accondisceso con sollievo, quasi con commozione. Al padre, che proprio perché agnostico si dilettava a leggere classici delle religioni, tornò alla memoria la parabola del figliol prodigo; in ogni caso, per alleviarlo dalle incombenze pratiche e fornirgli il supporto tecnico indispensabile (per controllare che la sua testa balzana non si risvegliasse di punto in bianco con sorprese sgradevoli), gli avrebbe affiancato come vicedirettore un uomo di fiducia.
La sorpresa venne più avanti, quando, organizzate infrastrutture e maestranze e avviata in modo alquanto promettente l’attività, ed essendo il matrimonio imminente, si pose il problema dell’abitazione cittadina per la nuova famigliola. Lui era stanco della spola settimanale, voleva ragionevolmente avere la moglie accanto e, altrettanto ragionevolmente, non si sarebbe più adattato a vivere in un albergo, per quanto lussuoso: dichiarò che voleva affittare una delle casette dello stadio e che non si sarebbe accontentato di nient’altro. Le casette, per la verità, servivano solo da dimostrazione e quindi non erano in vendita né tantomeno potevano essere affittate, ma l’ostacolo, disse, si poteva aggirare approfittando delle conoscenze che aveva stretto nel settore e proponendo un affitto alto (per il momento, preferì tacere di avere acquistato in borsa con buona parte del patrimonio personale una quota, non grande ma significativa, dell’immobiliare che costruiva le villette). Se qualcuno avesse veramente vissuto in una di esse, spiegò ai responsabili (che invece aveva messo a conoscenza della sua partecipazione), i visitatori avrebbero potuto verificarne la comodità e la funzionalità; la moglie non avrebbe rifiutato di far entrare nella loro abitazione chi lo avesse richiesto e inoltre, di notte, loro avrebbero fatto in un certo modo da sorveglianti permanenti, in aggiunta a quelli dell’istituto privato, che però si preoccupavano soprattutto di fare la ronda attorno allo stadio.
Insomma, la cosa andò in porto e, celebrate le nozze, i due si trasferirono proprio nella villetta a ridosso delle gradinate in cui si erano soffermati in occasione della prima visita, rinunciando a ogni progetto di nuovo arredamento e accontentandosi di migliorare quello già esistente. Le giornate passavano tranquille: lui nei suoi uffici, dove dimostrava in modo sempre più convincente la bontà delle sue intuizioni; lei nella casetta, dapprima un po’ sola e intimidita, poi felice delle amicizie con venditori e impiegati e squisita nel ricevere i pochi visitatori che avevano l’ardire di chiedere di entrare. Tra l’altro, anche l’idea di mostrare concretamente l’abitabilità del prodotto si rivelò eccellente: le vendite aumentarono e con esse i guadagni suoi e della famiglia perché, una volta verificata la bontà della sua intuizione, non solo aveva informato la famiglia della sua partecipazione nell’immobiliare, ma l’aveva anche indotta a stringere degli accordi per la compravendita dei terreni e la commercializzazione nella provincia.
La sera gli sposini restavano soli, a parte la comparsa sporadica delle guardie che ogni tanto davano un’occhiata anche all’interno, ma si guardavano bene dal disturbarli se non espressamente invitati. La primavera era al colmo della sua perfezione, la temperatura era mite e lui, quando non uscivano, la portava nei vari settori delle gradinate e le raccontava delle partite a cui aveva assistito in compagnia del padre o del fratello, ne ricordava con precisione fiamminga ogni dettaglio e momento, le illustrava i momenti decisivi delle serie di playoff e finali, che conosceva a memoria per averne visto e rivisto le registrazioni, le specificava la disposizione dei giocatori, i nomi, i ruoli, le qualità, i numeri e le statistiche, mimando i gesti più spettacolari, le salvezze più acrobatiche e le battute di sacrificio, indicando la traiettoria e la velocità degli strike, la direzione e la lunghezza delle valide e soffermandosi a illustrare in tutta la loro gloria i fuoricampo più spettacolari (tutti).
Talvolta scendevano nel quartiere e lui si fermava tra i vialetti o entrava nelle case per segnalare i punti esatti delle eliminazioni al volo o dove era caduta la pallina che aveva permesso ai corridori di portare a casa i punti decisivi. Nel farlo, come preso da sacro furore o perso in contemplazioni estatiche, aggiungeva considerazioni che sembravano non aver nulla a che fare col gioco (e che lei comunque non capiva: né in un senso, quello letterale, né nell’altro, qualunque esso fosse) e ogni tanto la abbracciava; e non era raro che la tenerezza si tramutasse in ardore, che spesso veniva spento sul posto, giardinetto, stanza o marciapiede che fosse.
Lei ne era estasiata. Era come se la passione che animava il marito e che aveva impregnato lo stadio lungo tutta la sua storia fosse tornata a sprigionarsi e a circolare in lui, con un flusso ininterrotto, da un aspetto della sua personalità e dei suoi pensieri a ogni altro, e quindi da lui a lei e da entrambi ai luoghi in cui vivevano e si amavano per tornare ampliati allo stadio stesso, che all’inizio le aveva trasmesso un senso di solitudine e di smarrimento, mentre ora le appariva come un meraviglioso hortus conclusus, un’isola incantata da cui il mondo si allontanava con uno schiocco di dita, un cosmico ventre materno a cielo aperto.
Per lui lo stadio non aveva misteri. Fin dai primi giorni, quando aveva qualche momento libero, aveva cominciato a perlustrarlo in ogni angolo: conosceva gli scantinati, le rampe che portavano ai diversi ordini di sedili, i sottoscala e i corridoi sotto le gradinate, i magazzini e gli spogliatoi, i locali che erano serviti da bar e da rivendite di ricordi e gadget, quelli del piccolo museo con i trofei, le foto e il composito reliquiario che testimoniava della storia della squadra, ogni bugigattolo, per quanto minuscolo e mimetizzato, dove venivano ammassate scope, stracci e detersivi, tubi di gomma, materiale di riparazione e attrezzi per accudire il terreno da gioco. Ogni volta tornava con qualche piccolo trofeo: una pallina, biglietti e depliant delle stagioni più disparate, cappellini, parastinchi, frammenti di mazze, che poi ripuliva, stirava, classificava in raccoglitori o incorniciava per esporli sulle pareti del salotto o della stanza, o, i più preziosi, in un tokonoma che aveva personalmente costruito contro l’unica parete cieca del salotto, curando con devozione ogni dettaglio e ricercando le stoffe più raffinate, che cambiava a seconda dell’oggetto esposto, accompagnato da calligrafie eseguite di suo pugno, alle quali dedicava intere serate di esercizio (perché non potevano essere meno che perfette).
Ogni tanto, nei weekend, lui invitava vecchi compagni di studi o di passione con i quali imbastiva delle partite nello spazio deserto del parcheggio. Equipaggiati di tutto punto, segnavano con il gesso le basi, creavano un provvisorio monte di lancio spostando con una carriola detriti e sabbia e giocavano per tutto il pomeriggio, fino allo sfinimento, tra discussioni di ogni genere e un ragguardevole consumo di birra. Il fatto che talvolta una palla finisse tra le case, di cui si erano premurati di chiudere le imposte, non faceva che rendere il gioco più complesso e divertente, dando il via a nuovi ricordi e a scherzi che i giovanotti trovavano divertentissimi. Intanto dalle gradinate lei, in compagnia di mogli e fidanzate, faceva il tifo da vera esperta e poi preparava la cena, che si sarebbe protratta fino a notte inoltrata. Capitava anche che qualche coppia si fermasse a dormire in qualche casetta, con la clausola di rassettarla alla perfezione prima di lasciarla.

Passarono così due anni e i due già cominciavano a pensare a un figlio che suggellasse con un supplemento glorioso la perfezione della loro unione (perché non è vero, diceva lui, che la perfezione, bastando a se stessa, si chiude soddisfatta a quanto la circonda: al contrario, trabocca senza venir meno), quando giunse l’ordinanza comunale di sgombero perché lo stadio doveva essere smantellato. Era noto anche a loro che il contratto di affitto dello stadio era a termine, ma, nonostante l’immobiliare avesse già predisposto lo sgombero e trovato nuovi spazi di esposizione, gli sposini ne avevano rimosso persino l’idea.
Cercarono in tutti i modi di allontanare la minaccia, ma alla fine dovettero cedere e tornarono in provincia, dove intanto, a loro insaputa, i famigliari avevano fatto costruire una copia perfetta della loro casa nel terreno più suggestivo delle loro proprietà, sul prestigioso “declivio degli aceri”. Lui però rifiutò di metterci piede: non voleva che la nuova vita fosse una replica tristemente imperfetta della vecchia; per la casa trovò senza difficoltà un acquirente e ne scelse una del tutto diversa e molto più ampia.
La vita sembrò riprendere il suo tran-tran, per quanto più attutito (ma sempre felice): lei si dedicava alla cura della nuova abitazione che si riempiva spesso di parenti e vecchie amiche in precedenza un po’ trascurate (colpa della distanza), lui si recava in città al mattino e tornava a tarda sera. A volte doveva trattenersi più a lungo per i molti impegni, e allora si fermava a dormire in un hotel nei pressi dell’ufficio. Ogni tanto sentiva il desiderio di andare a vedere come procedeva lo sgombero dello stadio, ma si faceva forza e se ne teneva lontano.
Una settimana rimase in città tutte le notti e non tornò a casa nemmeno per il weekend. In ufficio non rispondeva, all’hotel dissero che, pur non avendo disdetto la camera, non lo vedevano da mercoledì mattina e che il suo cellulare risultava sempre spento. La moglie, preoccupata, chiamò il cognato, con il quale era entrata in affettuosa confidenza, ma sia lui sia suo padre non avevano notizie da qualche giorno e persino i collaboratori più stretti e la segretaria non sapevano che cosa dire. Comunque non era il caso di preoccuparsi, si affrettò ad aggiungere il fratello: forse lui le aveva accennato qualcosa di sfuggita e aveva dimenticato di darne conferma (ma il primo pensiero di tutti fu un’amante); forse gli si era presentata l’opportunità, allettante quanto improrogabile, di un affare in cui si era gettato a corpo morto; ormai doveva essere abituata alle sue intuizioni improvvise che talvolta lo assorbivano tanto da fargli dimenticare tutto e tutti: probabilmente sarebbe spuntato da un momento all’altro, come se niente fosse. La convinsero ad aspettare il lunedì senza lasciarsi prendere dal panico (e intanto già pensavano a mettere in moto con discrezione una ricerca capillare, a 360 gradi, come si espresse il padre).
Il lunedì lui non aveva ancora dato sue notizie e non si presentò al lavoro. Lei si ricordò dello stadio e suggerì di cercarlo lì. Allo stadio, però, il caposquadra della demolizione affermò con sicurezza di non avere mai visto estranei all’interno del cantiere; del resto, l’ingresso era proibito e la sorveglianza continua, specie nei giorni che avevano preceduto lo smantellamento delle tribune con cariche esplosive. Un’ultima ispezione minuziosa era stata effettuata prima di far brillare le cariche. L’implosione aveva avuto luogo senza incidenti il giovedì prima: uno spettacolo grandioso che era stato trasmesso anche nei notiziari televisivi.

Dello scomparso non si ebbero più notizie, ma pare che nello sgombero, tra le macerie destinate alla costruzione di un nuovo molo nel porto cittadino, un ruspista abbia intravisto, nella benna gigantesca che stava scaricando su un camion pronto a partire, un guantone impolverato che teneva una pallina e, dentro il guantone, una mano e un avambraccio, bianchi, forse di gesso; ma era uno che beveva e l’aveva raccontato, come se fosse stata una fulminea allucinazione, solo ai compagni più fidati nella festicciola di chiusura dei lavori. Nessuno gli aveva creduto.
La giovane abbandonata, o vedova che dir si voglia, dopo un paio di settimane scoprì di essere incinta. Nei primi tempi, quando ancora tutti speravano che il marito tornasse da un momento all’altro, i suoceri e il cognato (celibe) le furono molto vicini, e ancora di più quando diede alla luce un bel maschietto. Trascorso il tempo legale perché la scomparsa fosse riconosciuta come definitiva, ma previo prudenziale divorzio (non si sa mai), il cognato le chiese se voleva sposarlo. Lei rispose di sì: per il bambino era come se già fosse il padre. E poi era una persona molto tenera, praticamente perfetta, se si escludeva una certa passione per il poker.