25/04/17

Giuseppe Pontiggia - 2 recensioni (Il Giardino delle Esperidi, 1984 - Vite di uomini non illustri, 1993)



Giuseppe Pontiggia, Il giardino delle Esperidi, Adelphi, 1984, p. 307, £ 18.000

Anche Giuseppe Pontiggia, al pari di Borges e di altri scrittori e lettori di diverso grado di nobiltà, confessa di sentire “l’aspirazione a inghiottire l’universo attraverso i libri”. Lo capisco. Che però egli non si accontenti come molti dell’astratta aspirazione, né di quella complementare di essere inghiottito dai libri, sotto la specie di una bellissima e amplissima biblioteca privata, lo prova il recente volume Il giardino delle Esperidi, tanto ampio è lo spazio indagato nei saggi che lo compongono e tanto sicuro il passo che lo percorre più mimetizzando che evidenziando l’erudizione che lo sorregge. Se la asseconda spesso, di questa voracità tuttavia Pontiggia conosce anche i pericoli: emanata dalla “percezione sia del valore della cultura sia della sua impotenza a modificare chi la possiede e di dare un significato alla sua vita” tipica della “crisi della civiltà contemporanea”, essa implica infatti “una visione suicida del sapere, inteso come una quantità che si estende all’infinito e non come una qualità che si riduce alla persona”, mentre è proprio questa riduzione alla persona che a lui preme.
Non per nulla il verbo che sempre torna nei momenti topici delle sue letture, coniugato in molti modi e varianti, è riguardare; infatti “quando il testo ci prende e in qualche modo ci riguarda, è perché l’autore sta parlando a noi e non alle nostre controfigure culturali”. Anche la lettura quindi deve essere misurata “ogni volta con la propria necessità interiore” e affrontare, contrariamente a quanto fanno di solito i critici, “la riflessione sul senso più importante del testo: ossia il suo valore in rapporto al tempo della vita”, a quello della “Storia” e insieme a quello della “esistenza”. Così, per esempio, la letteratura fantastica può dirci più cose sulla realtà di quanto non possa fare la speculazione con le sue definizioni, “rende manifesta la scomparsa del senso nella infinità dei significati” e dilata i nostri sensi con la sua “capacità di vedere l’invisibile”; e, ancora, a chi non voglia fuggire nell’attualità “recidendo i legami con il passato e il futuro” in ossequio all’ormai obsoleto imperativo del moderno ad ogni costo, i classici possono restituire il senso del tempo, poiché solo nella consapevolezza della loro distanza essi tornano a parlarci con “familiarità”.
Se Pontiggia opera dunque una costante riduzione del sapere alla persona è perché pensa che “l’essenziale non è quello che si sa, ma quello che si è”, riprendendo una verità tanto antica, e da tutti a parole condivisa, da apparire banale. Ma, in primo luogo, una verità non cessa di essere tale solo perché antica e banalizzata se dimostra, dalla sua distanza e nella sua prossimità, di essere ancora produttiva nelle nostre mutate condizioni di vita; e, in secondo luogo, rifiutare automaticamente ogni vera o presunta banalità può rivelarsi uno dei tanti tributi all’“unico fattore invariabile della storia”, la stupidità (oggetto di uno dei saggi più belli del libro) alla quale certo “abbiamo tutti sacrificato qualcosa di essenziale”, ma non per questo siamo tenuti a farlo sempre: proprio la ripetizione costante e superficiale che crea la banalità potrebbe infatti nascondere qualche prezioso insegnamento dimenticato.
Non è comunque a un deprezzamento consolatorio del sapere che Pontiggia tende con quella frase, quanto alla necessità della “convergenza tra vivere e conoscere” che era tipica, per esempio, di Solmi e prima ancora di Montaigne e dei moralisti classici, in una tensione etica che permea tutto Il giardino delle Esperidi e costituisce il vero collante che organizza in un insieme compiuto l’apparente disparità dei saggi, che pure sono collegati tra loro da una notevole varietà di ricorrenti ramificazioni tematiche.
Anche l’altro fattore principale di coesione, lo stile, di questa tensione etica non è che il complemento necessario: come “impronta di ciò che si è in ciò che si fa”, secondo una definizione di Solmi, solo in esso può attuarsi, per uno scrittore, la convergenza tra essere e conoscere che Pontiggia persegue. Come deve essere trasparente a se stesso per meglio comunicare con gli altri, così la chiarezza deve essere la nota dominante dello stile, sia pure “una chiarezza metaforica, allusiva, autoironica, discreta”. Per Pontiggia come per Daumal “la chiarezza non è il valore, ma il valore non si esprime che attraverso di essa”. Scrivere, specialmente romanzi come fa Pontiggia, significa inoltrarsi nell’ignoto (il giardino delle Esperidi, appunto) e agire in modo tale che il testo ne sappia più dell’autore, ma questo non comporta che l’ignoto permanga buio senza forma né che l’autore debba rinunciare alla “costruzione” del racconto, la quale anzi, non rientrando “nell’area del calcolo, quanto in quella del rischio”, proprio al conseguimento del sapere maggiore del testo finisce per collaborare.
“Eterno è il mondo della cose che non si possono esprimere, a meno che non si esprimano bene”, scriveva Thomas Mann, ma questo non implica, chiosa Pontiggia, il totale appiattimento di ciò che viene detto in una luminosità senza ombre né che la chiarezza si riduca a facilità, essendo la conquista della naturalezza “il supremo degli artifici”. “Solo il discorso chiaro può essere di una complessità inesauribile” ed è appunto questa complessità che l’artista ricerca, per potenziare attraverso la sua inesauribilità anche la vita. Ambizione “temeraria” forse, ma in fondo l’unica veramente coltivata dall’artista, il quale infatti, “anziché ‘realizzarsi’, come vorrebbero i più, tende a una meta infinitamente più importante: aggiungere vita alla vita, scoprire mondi che sfuggano alle possibilità di previsione e di controllo, labirinti in cui Dedalo si ritrova e si perde”. Senza doverne costruire di sotterranei aggiungendo oscurità all’oscurità, già la chiarezza e la trasparenza sono un labirinto: anche quello di dedalo era a cielo scoperto, e già Pessoa diceva: “quando parlo con sincerità non so con quale sincerità parlo”.




 Giuseppe Pontiggia, Vite di uomini non illustri, Mondadori, 1993, pp. 308, £.27.000 
  Vite di uomini non illustri, l'ultimo libro di Giuseppe Pontiggia, è sul mercato solo da un paio di settimane e già ha raccolto una cospicua messe di consensi critici. E' facile prevedere che i dati dalle vendite non saranno da meno: l'autore è noto anche come personaggio pubblico, il titolo accattivante, i temi sembrano fatti apposta per soddisfare la sete endemica di "normalità" che la declinante religione della fama e il ribrezzo per i nostri uomini illustri non possono che suscitare. Non manca nulla insomma perché si riproduca il miracolo del bestseller di qualità, per dirla con Giancarlo Ferretti, così come non manca nulla per destare più di un sospetto nei soliti maligni. E' quindi meglio sgombrare subito il campo da possibili equivoci: quanto ha ricevuto e riceverà, il libro se lo merita tutto.
  Pontiggia infatti si guarda bene dal cantare l'epopea della normalità, quasi a nobilitarne lo squallore; fa anzi piazza pulita di ogni intento polemico, etico o didascalico, affrontando il problema a partire dal campo che più specificatamente compete allo scrittore, quello letterario. Ed è appunto in questo che consiste la difficoltà maggiore, perché raccontare la vita di uomini non illustri significa fare i conti con gran parte della tradizione romanzesca, che da Don Chisciotte in qua in fondo non ha fatto altro. Solo che poi quasi tutti i personaggi incappavano in fatti mirabolanti, ingerenze storiche, disgrazie su disgrazie, metamorfosi e impedimenti insormontabili: più raramente se ne parlava se la loro vita trascorreva nell'inesorabile quotidianità, a meno che non fosse riscattata dall'amplificazione dell'analisi sociale o psicologica o da esemplarità e risonanze mitiche che solo il romanzo poteva dispiegare. Pontiggia invece lo ha fatto rinunciando a queste risorse, e di conseguenza nelle diciotto vite del suo libro, né microromanzi né semplici racconti, si è trovato nella necessità, fingendo di semplicemente capovolgere un genere ben codificato dalle radici classiche, di cercare di inventarne un altro, o quanto meno di dissodare un nuovo lembo di raccontabile; che ci sia riuscito è il suo maggior pregio.
   La vita, inventata, dei protagonisti viene condensata in un breve spazio che va dalle dieci alle venti pagine: si comincia con la data e spesso le circostanze della nascita, eccetto che nell'ultimo, e si finisce con quelle della morte (così è la vita, pare). Le date di nascita sono raccolte in due periodi, dal 1890 agli inizi del secolo e negli anni trenta, con la sola eccezione di Bertelli Claudia, del 1949; quelle di morte oltrepassano la soglia del duemila: scelta non solo autobiografica, dal momento che le due generazioni corrispondono a quella di Pontiggia, che è del '34, e dei suoi genitori, ma sono anche quelle che hanno conosciuto la maturità durante il fascismo e dagli anni del boom in poi.
   Pontiggia fa un uso mirato dei riferimenti storici, quasi sempre risolti nel privato del personaggio (la menomazione subita in guerra, la moglie che tradisce il marito disperso, i danni dell'inflazione che inaspriscono l'odio per il fratello) e talvolta come contrappunto da questi trascurato perché tutto preso dai suoi problemi, per esempio di gelosia; ma non è il caso che li trascuri anche il lettore. Da qui a dire che si tratti di vite in qualche modo esemplari dell'uomo comune del '900 tuttavia il passo non è affatto scontato, soprattutto perché l'autore si guarda bene dal dotarle dei tradizionali stigmi dell'esemplarità: i personaggi infatti non sono dei "caratteri", non rappresentano categorie o ceti (anche se è evidente la prevalenza della borghesia), e se hanno dei tratti generalizzabili sono quelli a cui nessun oggetto di narrazione può sfuggire. E' probabilmente anche per ridurre questo rischio che le loro storie sono narrate con la stessa oggettività e si direbbe volutamente ingabbiate in un'identica struttura che, dopo un inizio  dal tono documentario, si sviluppa per brevi episodi che scandiscono le tappe di un percorso che generalmente si definisce attraverso una scena più ampia, e che infine la morte conclude.
   Ogni volta differente è invece lo snodarsi delle singole vite, l'articolazione dei frammenti e dei dialoghi mediante un montaggio di magistrale varietà inventiva, che opera salti, inserisce vuoti e sutura distanze così da rendere più compatta la narrazione e insieme da trarre vantaggio  anche dalle pause e dai silenzi per accentuare il risalto di ciascuno di essi, di modo che l'inespresso si coniughi con la chiarezza e la potenzi. E sempre differente, pur nella coerenza di un inalterabile distacco cronachistico, è lo stile che Pontiggia adotta per ogni vita, con una molteplicità di registri che deriva non solo dalle aree culturali, storiche e geografiche dei personaggi, ma anche dai generi narrativi, psicanalisi compresa, ai quali di volta in volta la memoria letteraria associa il singolo personaggio o evento o contesto. L'abilità maggiore di Pontiggia, la novità che contraddistingue questo libro in rapporto per esempio alla narrativa postmoderna, è consistita nel non utilizzarli come nota di colore, allusione intellettualistica o in funzione parodica, combinatoria o metanarrativa (dimensione che non è tuttavia assente, seppur ben mimetizzata), e di amalgamarli invece all'oggettività complessiva della narrazione e della descrizione mediante una sorta di discorso indiretto libero dal tono indecidibile, con risultati di grande umorismo. Questo gli ha permesso di non reprimere quelle sfumature di tenerezza, di indulgenza e di lirismo che nei libri precedenti si era sempre rigorosamente vietato quando si profilava il rischio della banalità, come se parlare senza veleno di personaggi banali o riferire i loro discorsi  avesse potuto macchiarne automaticamente anche l'autore.
   Al risultato ha giovato la rinuncia in primo luogo alla cadenza aforistica, che in passato talvolta interferiva con la narrazione dei fatti con un eccesso di moralismo e di razionalizzazione, e in secondo alla dominanza di personaggi a diverso titolo qualificabili come intellettuali. Gli è stato in tal modo possibile affrontare ogni individuo adeguandosi alle sue caratteristiche, idiosincrasie, ambizioni e debolezze con l'umanità e verrebbe da dire la saggezza di chi, pur senza farsi nessuna illusione né rinunciare al dovere della lucidità, appunto per questo è giunto ad accettarle per quelle che sono, né più né meno. Così anche il lettore trova modo di accostarsi al di fuori di qualsiasi ingerenza a tutti i personaggi, di ritrovare parentele o differenze con quelli che popolano senza che in genere vi presti molta attenzione la sua vita quotidiana e le zone in ombra della sua memoria, se non addirittura con i propri famigliari o con se stesso. Magari gli capiterà di riconoscere, e persino di accettare, di attingere lui stesso all'infinito mare della stupidità; forse imparerà addirittura a guardare con benevolenza anche agli infaticabili cartografi che lo misurano con la sicurezza di chi abita un altro elemento, o a trovare simpatici anche i cattivi, come Marinoni Roberta, la protagonista del bellissimo I piaceri furtivi. Il che non gli impedirà, quando essa in seguito a una diagnosi sbagliata muore affermando: "Gli idioti sono troppi", di pensare che avrà anche ragione, ma che comunque ben le sta.


Questi due articoli sono usciti rispettivamente su Bergamo e Brescia Oggi, nel 1984, e su La talpa (o era già Alias?) del Manifesto, nel 1993