04/12/17

L. G. di R. B. di L. G. (Roland Barthes, Parentesi, Morte, Fotografia)



... Una delle frasi più citate di Barthes mette accanto la morte e la parentesi. La parentesi come parola tra le parentesi grafiche. La citano per la morte, non per la parentesi però. Su questa non ho letto nessuno che si soffermasse. A me sembra importante, invece. è importante per me. Non che mi faccia troppi problemi sulla morte. Ogni tanto sì, ma solo ogni tanto. C’è. Tutto qui. Non mi riguarda davvero. è solo la scomparsa delle persone che amo che mi riguarda. Ma perché resti tu che le amavi e le ami ancora. E ti senti defraudato. Sono morte. Con che fegato mi hanno lasciato qui senza di loro? Chi gli ha dato il permesso? Devo metterle tra parentesi e non voglio. E la parentesi si allarga, cresce, invece di stringersi e svanire. Però la morte ci abita. E non la puoi raspare via. Se poi uno scrive, ogni parola gli dice la sua scomparsa. è la tua, la parola intendo, e già non ci sei più. La scrivi e già lei ti recita il requiem. C’è chi non lo accetta. Chi si ribella. Si macera. Ne fa tutto un cancan. O una manfrina. Altri se la tengono stretta, come un’amica. Alcuni pochi non ci fanno troppo caso. Cioè, non fanno finta che non ci sia, questo no, ma non ci fanno troppo caso. Che per me è la soluzione migliore. è lì, e lì resta. Stai tranquilla e non rompere le palle. Barthes non si rassegna. Lo fa in modo composto, ma non si rassegna. Mi pare. L’aggettivo composto mi fa venire sempre in mente la salma. Hanno composto la salma. Ma anche, ha composto un saggio, un’opera. Ecco una parentela. Cioè non si rassegna alla morte degli altri. Alla sua, quando si avvicina dopo l’incidente, credo di sì. Non la morte degli altri in generale, non accetta. Non ne accetta una sola. La morte della madre. Quella che è la sola morte, per lui. La morte senza specificazione. La morte per antonomasia. La morte e basta.
E però, appena scrivi, le specificazioni arrivano a frotte. I ricami. Le incisioni. Le scarnificazioni. La microchirurgia del lutto. I rimpianti. I ricordi. Tutta la storia. Vissuta e no. Tutte le storie. Sentite viste o lette. Il regesto universale. Altro che palle! Ma non è ancora questo. è che la carogna entra in ogni gesto, in ogni parola, in ogni respiro, e poi è difficile sfrattarla. Ogni sillaba che pronunci. Ogni lettera che tracci. Scrivi, e la pagina ti rimanda solo lei. Scherzi, e è uno scherzo acido. Mortale. A ramengo! Allora indaghi, la cerchi in tutto ciò che scrivi. E la trovi. Matematico! Ci strologhi sopra, continui a ravanare, immagini, deduci. Speculi a destra e a manca. E la speculazione è il suo specchio. Cribbio! Allora decidi di smettere, di lasciar perdere. Sì, lascia perdere, che è meglio. Questa citazione viene dai puffi. Che palle, in fondo. è lo schermo ubiquo. Il velo universale. La cataratta che ti impedisce di vedere ogni altra cosa. Ogni altra cosa che c’è. E che è bella, magari. Che magari è bella per il solo fatto che c’è. Non dico niente di nuovo. Però lo dico lo stesso. Ci metto qualcosa di mio, il mio respiro. Il respiro che solum è mio, e che io nacqui per lui, e ecco che è nuovo. Bisogna saper respirare. Barthes dice che si deve sentire il corpo. A quei tempi avevano tutti la mania del corpo. Gli sembrava di averlo scoperto loro. E ci fa tutta una tirata, Barthes, dispersa qua e là. Tirate lunghe non ne faceva. Aveva questo buon gusto. Io penso che sono tutte menate. Il corpo lo senti tu mentre scrivi. è affar tuo. Punto. Quello che entra in ciò che scrivi, quello che devi sentire quando leggi, è il respiro. Basta quello. Ma quello è tutto. O quasi. Meglio non esagerare. Oggi mi sento categorico all’ottantasette per cento.
Sì, ma cosa dice di preciso Barthes in quella frase? Siamo all’inizio di La camera chiara. Al quinto capitolo, p. 15 dell’edizione italiana. è un capitolo importante. Lo segnala anche la lunghezza, più di cinque pagine senza foto. Un capitolo in cui Barthes mette in gioco se stesso. Quello in cui, tra parentesi, parla per la prima volta di sua madre. Di sua madre tra parentesi. 


Dà un’immagine di se stesso parlando di quando lo fotografano. Di quando si lascia fotografare. E viene reso immagine. Un’immagine che poi sarà in balia di chiunque. Anche dei malintenzionati. Dei malintenzionati più di chiunque altro. Parlando di quando si espone all’obiettivo, si espone anche al lettore. E appena si espone, racconta. O viceversa. E appena racconta, sbuca la morte. La parentesi. E le parentesi aumentano. Le parentesi sono il luogo in cui Barthes si espone. O si espone di più. Mette se stesso fuori di sé, mettendosi tra parentesi. Mi scuso del giochetto. è un residuo dell’epoca. Quella di cui parlo qui. «In quel momento io vivo una micro-esperienza della morte (della parentesi): io divento veramente spettro». L’argomento è la «Foto-ritratto». Barthes la descrive come «un campo chiuso di forze» dove si incontrano, si affrontano e deformano quattro immaginari, tutti imperniati sul «soggetto» del ritratto. Parole sue. Sull’io-R. B. che viene fotografato. Sull’io-L. G., qui, immagino io. Immagino io mentre scrivo e leggo ciò che scrivo. Io L. G. di R. B. di L. G. fotografato nella scrittura e nella lettura, come R. B. immagina se stesso mentre viene fotografato e viene immaginato da colui che lo fotografa. Quattro immaginari. Rispettivamente, quello che il fotografando crede di essere, quello che vorrebbe essere, quello che l’altro, il fotografo, crede che lui sia e «quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte». Il parallelo con la scrittura e la lettura non è perfetto. C’è gioco tra gli ingranaggi. Va bene lo stesso. Meglio, anzi. Così chi vuole può giocare. In quel momento Barthes, dice lui, non è «né un oggetto né un soggetto, ma piuttosto un soggetto che si sente diventare oggetto». La «micro-esperienza della morte», il sentirsi diventare «veramente spettro», avviene allora. è un’immagine. Un’immagine verbale suscitata dall’immagine fotografica. Un’immagine che parla delle sue paure, ovviamente, non della morte. Della morte non si ha esperienza, in nessuna forma. Al massimo è un’immaginaria esperienza della morte immaginata. Niente di più. Del resto non possiamo fare altro. La morte calamita, ma è fuori portata. Non ci resta che girarle attorno. La formula fa un discreto effetto però. Funziona bene. Ma è una pia illusione. Esattamente ciò che si chiede alle parole, del resto. Barthes infatti parla ancora della Morte. Con la maiuscola. Nella sua foto, lui diventa «Tutto-Immagine, vale a dire la Morte in persona». Nientepopodimenoche. Ma quel che davvero lo preoccupa è ciò che potranno fare «gli altri – l’Altro», di questa immagine. E di lui. Lo atterrisce essere espropriato di se stesso. Come se già non lo fosse. Come se già non lo fossimo. Ha questa fantasia masochista che gli altri possano disporre di lui a loro piacimento, «con ferocia» addirittura. Mi autorizzo l’approssimazione. Una in più non cambia nulla. Ma di un masochista che ha perso il controllo del rituale. Terrore allo stato puro. Si gode anche così? Se qualcuno ne ha esperienza, esperienza diretta intendo, me lo dica, mi piacerebbe saperlo. Queste piccole curiosità! Ma lui continua imperterrito con la Morte. Gli preme arrivare a un’altra bella formula. E ci arriva infatti. E la formula è così bella che molti l’hanno fatta propria con la massima disinvoltura. Se la sono messa all’occhiello, dove indubbiamente fa la sua bella figura. Un po’ démodée, ma la fa. Eccola qui: «la Morte è l’eidos di quella Foto». C’è del vero. Forse. Ma è il vero che riguarda ciò che sente Barthes, che qui lo dice indirettamente. Direttamente invece, secondo me, il sentimento più vero Barthes lo mette tra parentesi, come di passaggio. è lì che lui si nasconde e rivela. Mi verrebbe da dire che si apre nel chiuso delle parentesi, ma stavolta non ci casco. Dunque, tra parentesi, di passaggio, mette: «La “vita privata” altro non è che quella zona di spazio, di tempo, in cui io non sono un’immagine, un oggetto. Ciò che devo difendere è il mio diritto politico di essere un soggetto». Sì, mi pare che Barthes abiti qui. Che qui lasci trapelare davvero qualcosa di sé. Che qui, rivendicando un sacrosanto diritto a cui oggi quasi tutti hanno tranquillamente rinunciato, dica qualcosa che davvero gli preme. Un diritto e una paura. Qualcosa per cui lottare. Dove il privato si intreccia al pubblico. Nell’angolo in cui più si  sente minacciato, viene alla luce. E qui ti ritrovo io, amico. Qui mi ritrovo.



                                                            

28/11/17

Ricordi di copertura 9 L’ultimo quadernetto di Praga (quando penso a Praga, penso a Lucio)



L'ultimo!
Sigh!
...allora sono entrato in questa piccola cartoleria in un cortile vicino alla biblioteca nazionale negli edifici del Clementinum (le biblioteche di Praga sono meravigliose... cioè, tutte le biblioteche lo sono, ma quelle di Praga di più) e alla vecchietta dietro il banco ho fatto segno che cercavo dei quaderni e lei, che mi ha individuato subito come straniero (per forza, parlavo a segni!), mi ha mostrato quelli più belli che aveva, di grandezza normale. E allora io le ho mostrato il quadernetto che avevo in tasca, e lei da sotto il banco ha estratto uno di questi e me l'ha mostrato quasi con ritrosia, come se si vergognasse di una merce, a suo parere, così scadente. Probabilmente una rimanenza. E io mi sono innamorato subito, e ho pensato che magari Kundera, Hrabal, Holan, Orten, avevano preso appunti su quadernetti come quello. L’ho immaginato nelle loro tasche, un po’ spiegazzato, e che lo togliessero in un inverno freddo come quel giorno, umido per la neve, e che poi, con i guanti, o dopo averli tolti, prendessero una penna o un lapis dal taschino e, in piedi in una piazza o all’angolo di una delle viuzze della città vecchia, scrivessero, per esempio: “Non posso uscire di casa dopo le otto di sera. / Non posso prendere un alloggio indipendente. / Non posso cambiare casa …” (J. Orten).  Me lo sono fatto dare, e ho sfogliato quelle pagine beige chiaro, rosa sporco quasi, ho guardato la copertina verde con il riquadro per i dati personali, la quarta con il marchio e l’indirizzo del luogo di fabbricazione, l’etichetta con il prezzo, l'equivalente di 30 lire (era credo il 1999, prima dell'euro), e ho fatto cenno che andava benissimo e se ne aveva altri. Lei ha replicato il mio cenno e ha estratto il mucchietto tenuto da un elastico, più o meno una trentina, che aveva nello scaffale sotto il banco. Quanti? deve avermi chiesto con lo sguardo. E io ho risposto con la mano: Tutti! E, sorridendo alla sua espressione meravigliata, tutti li ho presi e me ne sono andato felice.


(La volta successiva li ho cercati in ogni cartoleria che incontravo, ma non li ho più trovati. Al loro posto c'erano questi, scovati in un supermercato, che al momento mi sono sembrati orribili al confronto ma ho comprato lo stesso, a un prezzo molto superiore peraltro, mentre ora mi sembrano belli, abbastanza insomma (belli per il tempo, i ricordi, i miei studenti, Lucio Klobas che era con noi e li faceva ammattire tutti con le sue strambissime, per loro, uscite, e il sottoscritto che lo prendeva per la manica e lo supplicava di smetterla per pietà... il grande Lucio!), perché le cose cambiano e anche noi, a volte, diventiamo meno sciocchi.)

24/11/17

Ricordi di copertura 8. Il premiatore e aneddoto con Antonio Moresco. 8





E mi ricordo anche quel giorno che mi è venuta l’idea di un racconto intitolato “Il premiatore” (e mentre ricordo questo, mi viene anche in mente quella sera che ero in macchina con Antonio Moresco e gli parlavo del racconto “Il primo Congresso del Sindacato dei Profeti Viventi”, che poi avrebbe dato il titolo al mio ultimo libro di racconti, uscito per Effigie nel lontanissimo 2008 ma terminato già 3 o 4 anni prima, che avevo iniziato a scrivere proprio in quei giorni dopo che gli avevo inutilmente ronzato intorno per settimane, quando all’improvviso, come capita spesso, mi era venuta in mente la prima frase, che già conteneva il tono e tutto il resto, anche se ancora non sapevo cos’era quel resto, e gli dicevo quanto fossi contento di questa frase, che tuttora reputo uno degli incipit migliori non solo dei miei racconti, che pure ne hanno tanti – almeno quello – ma di tutta la letteratura mondiale di tutti i tempi, incipit che sarebbe questo: “I profeti arrivano alla spicciolata.”, e lui è scoppiato a ridere e insieme abbiamo riso per qualche chilometro, ricamandoci un po’ sopra, poi basta, abbiamo riso di altro…). E insomma tutto è nato il giorno della cerimonia informale di fine anno nella palestra della scuola. Con i proventi della vendita di un centinaio di libretti fatti e cuciti a mano da me e i miei studenti, in seguito a piccolo un corso di scrittura che avevo curato a scuola, avevo deciso di istituire una "borsa di libri" non per gli studenti migliori, ma per quelli che, indicati dagli insegnanti e secondo il registro della biblioteca scolastica, leggevano di più (di fatto i davvero migliori, per me). Che poi per puro caso, quando sono andato a Bergamo, da Seghezzi, a compare i libri, lui aveva delle borse in tela, che non si chiamavano ancora shopper, che gli aveva lasciato il rappresentante della Mondadori e me ne ha date abbastanza per tutti i premiati, così l’idea delle borse all’improvviso, senza che lo avessi preventivato, diventava fisica, e erano anche belle, solide, a parte il logo Mondadori, che va be’… però tante grazie! E così durante la cerimonia le borse piene di libri erano appoggiate su un tavolino e io me ne stavo lì, incapace di star fermo, in attesa del mio turno, mentre il rappresentante di una banca locale distribuiva degli assegni ai ragazzi, ma per la maggioranza ragazze, più scolasticamente meritevoli, che poi, quando il preside ha parlato della mia iniziativa e mi ha invitato a farmi avanti con la prima borsa, quando si è avvicinata la prima studentessa da premiare quel tipo mi ha strappato di mano la borsa e l'ha consegnata lui ai ragazzi, e così tutti le altre. Era così felice di farlo che non ho detto niente e mi sono limitato a fargli fa velina e a passargli le borse. Poi se ne è andato raggiante.
Una figura come questa merita un racconto, mi sono detto. E così ho fatto.



03/11/17

Adorazione dei Magi di Lorenzo Lotto (1554-5)



E alla mostra dei quadri di Loreto del Lotto, nella sede centrale del Credito Bergamasco, l’ultimo giorno possibile, e meno male che mi sono dato una mossa se no perdevo anche questa, tra le cose che mi hanno colpito c’era questa Adorazione dei Magi, uno degli ultimissimi da lui dipinti, che a prima vista mi è parsa imperfetta, non rifinita e mediocre al contempo (poi scoprirò che probabilmente è rimasta interrotta e c’è la mano di un aiutante), mentre poi più la guardavo più, sotto i miei occhi sorpresi, diventava bella e alla fine, anche se non lo è, ma ai miei occhi sì, bellissima, con quei colori scuri, ma magnifici visti da vicino, specie la mantellina e l’abito del Re prostrato a baciare il piedino del Bambin Gesù, che alcuni dicono autoritratto del pittore ormai entrato tra gli Oblati e che si sentiva prossimo alla morte, in quella postura mai vista in altre scene del genere, che a qualcuno può sembrare goffa, ma che in me ha suscitato un effetto di grande tenerezza, come di uno slancio, con quelle braccia rigide nello sforzo di tener su il vecchio corpo per impedire che crolli del tutto a terra, come nato proprio dalla debolezza estrema che vince se stessa grazie alla forza di una grande umiltà trovata all’improvviso, scoperta nel corpo prima ancora che nella mente, come una luce che pervade e vivifica tutto, dai capelli e la barba canuti alla fronte, fino agli abiti e agli stivali. Poi, dopo un attimo di disorientamento, vedo le case che pure occupano quasi tutta la metà superiore dell’opera, muri nudi, dai colori opachi, apparentemente uniformi, ma loro pure bellissimi, che a guardarli bene rivelano una monocromia mossa, quasi cangiante a tratti, con bagliori che si irradiano sulle pareti interne e sugli stipiti delle porte che provengono chissà da dove, dal momento che i locali sembrano spogli e disabitati e fuori la luce al massimo è quella di un crepuscolo appena accennato, lontano, confinato all’orizzonte come una sfumatura dell’azzurro del cielo, o della sua memoria, simile a quello più vivido della sciarpa del secondo Re Mago e dell’abito della Madonna. Muri che sembrano provenire da altrove, da altre geografie, non mediterranee, e altri tempi, indietro di 130 anni, verso Masaccio, e avanti di quasi 400, fino a Carrà e Rosai. Poi mi fermo, ma già li avevo notati, su quei punti bianchi, piccole pennellate più corpose, che sfavillano sull’elsa di due spade e sul fermaglio, credo, della veste e con un segno più disteso lungo le pieghe della mantellina del Mago prostrato. E risalendo da lì, mi è parso bellissimo anche il gesto del secondo Re che si leva d’impulso la corona dalla testa, proprio perché poco elegante, affrettato, così simile a quello, reverente, dei contadini che si toglievano il cappello prima di entrare nelle case dei signori, o anche alla sola loro vista. Un gesto imparentato con quello che sembra promanare dalla pittura stessa, come buttata lì, bisognosa in più punti di rifinitura dei dettagli e forse anche di una passata in più di colore, o di un leggero strato di vernice, a smorzarne l’opacità, il tono sordo e insieme poco compatto, che mi ricorda certi quadri dove la tela emerge prepotente, con la sua trama, il suo colore naturale, non trattato, e che invece è di estrema perizia e raffinatezza. Intensa emozione. Devo prendere subito degli appunti, e con un movimento incerto simile a quello del secondo Mago mi affretto verso un pilastro alle mie spalle quasi pestando un piede a una signora che mi stava da chissà quanto accanto e infine appoggio il foglio che avevo in tasca al bordo inclinato di una balaustra trasparente che mi trattiene, senza proteggermi del tutto, dal vuoto sottostante del grande atrio della banca, verso cui alla fine di ogni riga corre preoccupato il mio occhio, che teme che ne sia attratto, a dispetto di tutte le barriere.  


30/10/17

Porta automatica (2000 circa)



Sto andando a Firenze per l’inaugurazione della mostra di due amici presso la galleria di due amiche. Non avevo molta voglia di andarci, ma poi l’amicizia ha prevalso. Comunque, per il momento, non sono del mio solito buon umore. Ho preso l’Eurostar per fare in fretta, per stare più comodo e per non condividere scompartimenti affollati dove qualcuno prima o poi mi avrebbe disturbato, fosse pure col rivolgermi semplicemente la parola, coinvolgendomi, se non in una delle discussioni metafisiche che i treni fanno germogliare in fioriture rigogliose da teste altrimenti spoglie, in qualche scambio di battute a cui non sarei stato capace di sottrarmi, perché sono educato, e vanitoso, e non so resistere alla tentazione di sfoggiare il mio talento umoristico, poiché mi piace essere gradevole, e gradito dagli altri, non importa se sconosciuti (meglio, anzi: così si portano via un bel ricordo di uno di cui ignoreranno per sempre i lati meno confortanti), e forse anche, per un istante irreversibile, ammirato. L’ho preso per poter leggere in santa pace, isolato anche fisicamente dagli altri; perché ho bisogno di stare in totale silenzio, ogni tanto; e infine perché, non saprei dire per quali arcane e grottesche ragioni, in treno, da solo e con un tragitto relativamente lungo davanti a me, mi capita spesso di trovare l’impulso, di trovarmi a non poter fare a meno di scrivere. E in particolare, sul tratto Milano-Firenze, mi capita sempre. Queste righe ne sono l’ulteriore conferma. Spendo di più, ma ci guadagno. Guadagno parole impreviste. Basta niente, e sono lì. Ogni volta sono lì, pazienti, che mi aspettano; e io, ogni volta di nuovo sorpreso, le accolgo con grata deferenza, anche se poi dovessero rivelarsi sciocche e banali (anche se poi io dovessi renderle sciocche e banali). Ma se anche non venissero, stare tranquillo, da solo o con un libro, sarebbe già sufficiente per farmi, alla lunga, contento.
Non avendo prenotato, oggi mi sono dovuto accontentare di un posto in coda alla carrozza, vicino alla porta automatica. Sono porte silenziose, in genere, e poco usate, perché di solito la gente se ne sta seduta nella sua poltrona, legge, telefona, lavora o chiacchiera composta, in un’atmosfera di rassicurante civiltà, in una specie di utopia minore realizzata senza sforzo, e persino con la superiore eleganza dell’inconsapevolezza, ovvero si limita a guardare dal finestrino il paesaggio che scivola umido, come lubrificato, attorno al treno che lo penetra (la metafora è un po’ volgare, ma obbligata, dato l’aggettivo che mi è appena venuto di nuovo? ahi! ; e come reazione inconsciamente irritata all’atmosfera che mi circonda irritata anche contro me stesso, che l’ho cercata e ne godo : un’atmosfera così serena che alcuni finiscono per addormentarsi, come il signore di fronte a me, dopo aver letto una relazione, o per averla letta).
Mentre attendo la partenza, e già leggo, sento rumori striduli, ai quali presto poca attenzione in quanto li attribuisco a prove dei freni (!) o ad altre manovre di messa in moto; poi però, una volta cominciato il viaggio, sento che si ripetono con una certa frequenza alle mie spalle, e alla fine scopro che a produrli è proprio la porta automatica, che, al contrario, di essere lubrificata avrebbe un urgente bisogno. Ma non me ne preoccupo, fra un po’ il fastidio cesserà, o quanto meno si attenuerà, perché tutti finalmente si saranno accomodati e si predisporranno a un viaggio tranquillo, proficuo o riposante, come vuole la norma.
Invece stavolta comincia subito un fitto andirivieni di lenti e traballanti passeggeri e la porta è costretta a fare gli straordinari, lamentandosene di conseguenza. O sono capitato in una carrozza molto vicina al bar, ipotesi che forse fra un’oretta verificherò, o la gente oggi è particolarmente inquieta, per qualche velenoso influsso astrale o magnetico, o per una delle diavolerie che circolano per aria, oppure ancora per contagio reciproco (ipotesi che il mio antiquato razionalismo preferisce di gran lunga). A meno che non si tratti di un attacco generalizzato di incontinenza, alquanto improbabile (perché dovrebbero servirsi tutti del bagno della mia carrozza? forse che gli altri sono tutti già occupati e l’urgenza costringe i contagiati al nomadismo? ma allora come si spiegherebbe l’andatura compassata? perché la dignità ha la meglio sul bisogno? Sarebbe la prima volta.). Lo stridio dei battenti scorrevoli si ripete quindi a intervalli sempre più ravvicinati, tanto che sono indotto a sperare che il traffico si intensifichi ancora di più, fino a diventare un flusso continuo (un flusso!) che non lasci alla porta il tempo di richiudersi, così che il rumore sia vinto non dall’assenza ma dall’eccesso dei passanti. Ma questi, con calcolata perfidia, scandiscono i loro passaggi sul tempo di reazione della fotocellula, o forse è quest’ultima che, per puntiglio professionale, e per ritorsione, richiude i battenti sul muso di ogni nuovo sfruttatore, costringendolo all’attesa della riapertura, nonché all’aumento degli spasmi addominali nel caso l’ipotesi dell’incontinenza fosse corretta. Esprimo mentalmente la mia solidarietà al lavoratore meccanico. Mi sento subito meglio.
Non è nemmeno da escludere che la porta, col tempo, abbia finito per innamorarsi del rumore che produce (agli schiavi càpita, come ai perversi del resto, musicisti inclusi), che lo ritenga il proprio segno distintivo, il proprio marchio di identità (non si nega a nessuno, quello), la dimostrazione che esiste e che fa il suo lavoro secondo l’ordine prestabilito delle cose, il destino che le è stato assegnato: e allora sarebbe per questo minestrone di destino orgoglio paura e rappresaglia che non perde occasione per mettersi in funzione, per ripetersi, per affermarsi, per affermarsi nella ripetizione.


Io continuo, a dispetto di tutto e di tutti, a leggere e, strano, a leggere con profitto, arrivando addirittura a capire ciò che leggo nonostante il libro sia difficilino, io che fatico a capire anche quelli facili. E mi sembra che il miracolo sia dovuto proprio ai cigolii, come se questi tracciassero varchi al senso nella densità ottusa della prigione del mio cervello; come se aprissero sfiatatoi da cui possano finalmente evadere i fumi eterni che lo ottenebrano, creando quella vaga, ma piacevole, placentare nebbia, che in fondo mi permette di abitarvi senza troppa angoscia, di ignorare mura sbarre catene muffe e topi, senza cioè vederlo: senza vedermi.
Così, mentre all’inizio ogni stridio prometteva di diventare una lametta che avrebbe inciso i miei nervi fino a oltrepassare la mia soglia di tolleranza (che è piuttosto ampia, posso affermarlo con vanto), ribaltando il viaggio nella sua versione peggiore, cioè in astiosa attesa dell’arrivo e, di più, in attesa astiosa, al nanosecondo, della sua, dello stridio, iterazione, tanto che già prefiguravo la sua progressiva fusione coi motivetti, sempre cretini, dei cellulari che nel frattempo avevano cominciato un loro furioso risveglio, con le parole dei miei vicini amplificate in volume e insensatezza dalle circostanze, e col rumore del treno che a sua volta aveva preso a crescere, come se lui pure fosse preso dalla smania di affermare il proprio diritto all'esistenza, così da costringermi ad alzare il volume dei miei pensieri in modo da potermi illudere di seguire qualcosa di più pacato, ma che in tal modo si sarebbe fatto a sua volta sempre più furioso, devastante, autodistruttivo, quasi che lì dentro ci fosse qualcosa da distruggere, tanto che poi, non trovandolo (appunto), sarebbe stato costretto a rivolgere la sua aggressività verso l’esterno, cercando qualcosa da annientare a mo’ di compensazione per sfogarsi: e io già mi vedevo prendere per il collo lo spilungone che mi siede accanto, strappargli a morsi le orecchie, azzannargli le guance peraltro poco appetitose, coperte come sono da una precolombiana topografia di brufoli e eczemi, infilzargli con la biro gli occhi che non farebbero nemmeno in tempo a rivolgermi lo sguardo di doloroso stupore che in questi casi è di prammatica, mentre io, come un guaritore filippino, sono già passato a estrargli a mani nude le viscere (che tuttavia, rispetto al resto, farebbero la loro bella figura), primo assaggio di un’ecatombe che a questo punto il mio invasamento mi avrebbe obbligato a portare a termine senza risparmiare nessuno, dagli occupanti della mia carrozza che, per immobilità da panico o riflessi appannati, non fossero riusciti a mettersi velocemente in salvo, ai controllori che osassero affrontarmi, per concludersi coi conducenti (presumo siano due) del treno, che quindi avrebbe proseguito senza controllo la sua corsa fino a sfracellarsi in qualche stazione preferibilmente affollata provocando un’ulteriore, e finalmente soddisfacente carneficina di cui nessun giudice riuscirebbe mai a trovare il movente, e tanto meno il colpevole (questa non sarebbe una novità, peraltro); invece di tutto ciò, ora accolgo quasi con gioia il ritorno del supplizio, come una benefica agopuntura spirituale, grato dei doni che mi porta, della rabbia che suscita e poi devia, del fastidio rancoroso che si transustanzia in calma e indulgenza, addirittura in benevolenza e tenerezza verso tutto e tutti, per il creato e persino per il creatore, per il vento e la sabbia, per il freddo e l’acqua salata, per gli insetti e per gli animali più complessi (ma meno duraturi), per gli uomini e le donne di tutte le razze e le età (e persino religioni), e in particolare per le due ragazze salite a Bologna che ora di fronte a me leggono e commentano, scambiando al contempo spiritosissimi messaggi con il cellulare, gli oroscopi di un giornaletto cronometricamente sincronizzato sulle loro età e facoltà mentali: ragazze che in altre circostanze avrei strangolato volentieri, tanto più che sono brutte.
Sono stupefatto: dalla benevolenza mi era capitato un paio di volte di essere affetto, ma la tenerezza fino ad ora mi aveva risparmiato, e ciononostante non mi rivolto contro questa nuova debolezza, sintomo indubitabile di invecchiamento. Mi sopporto, e anche questa è una discreta novità. Mi sopporto mentre scrivo, e questa è una novità ancora più sorprendente. Allora alzo la testa e tiro un lungo sospiro. Nel farlo, mi accorgo che mentre ero assorbito nella redazione di queste paginette, per un lunghissimo tratto la porta ha smesso di cigolare, segno che più nessuno è transitato: allora mi sono alzato io e sono andato alla toilette. Lavora, schiava!


                                   

26/10/17

Ricordi di copertura 7. Scuola elementare.




Poco fa, passando davanti alle scuole elementari che ho frequentato anch’io, intravedendo dietro la fitta rete verde che scherma la cancellata i bambini che giocavano nel cortile, mi è venuto da pensare che sui miei giochi in quel cortile, e sulle elementari in genere, non mi viene in mente mai niente, eccetto, ora, quella volta che ho fatto uno sgambetto al povero Oscar, morto a quarant'anni, uno dei tantissimi della mia classe, e tanti giovani giovani, in un normale incidente di gioco, forse un po’ più maligno del solito, non saprei, che poi è arrivata il giorno dopo sua mamma e ha messo in piedi un cancan che non ti dico e io me le sono prese, non tante ma un po’, giusto per riequilibrare lo stato del mondo, e a parte questo del cortile nient’altro, ma gli alberi carichi di cachi buonissimi nel prato dietro la scuola, quelli sì, l’orto del bidello e la portineria che faceva anche da cucina alla sua famiglia, il magnifico presepe che lui montava ogni dicembre, mentre quanto alla vita in classe mi viene in mente solo quella volta che il maestro si era assentato per uno di quegli attimi che in passato a scuola duravano mezz'ora e nessuno diceva niente e tutti abbiamo fatto baldoria e a un certo punto io mi sono messo a cantare a voce spiegata così bene, pensavo nonostante fossi stonato, come sono tuttora, che tutti stavano ad ascoltarmi incantati e invece era solo che il maestro era tornato e si era piantato a braccia conserte davanti a me indeciso se arrabbiarsi o ridere, optando subito per la prima ipotesi però, perché il dovere è il dovere e l’autorità idem, e nient'altro poi, ma magari in futuro, chissà, mi verrà in mente ancora qualcos’altro, minutaglie, come quello di cui sono fatte tutte le vite, o almeno la mia, come questo che per associazione mi torna in mente ora, che non stavo mai fermo, e mi voltavo e agitavo e parlavo e disturbavo i miei compagni soprattutto durante le prove in classe perché avevo l’aggravante di finire sempre un bel po’ prima degli altri e allora non sapevo mai cosa fare, e insomma il maestro certe volte proprio non mi sopportava, e allora, invece di punirmi, perché in fondo (ma in fondo) era un brav’uomo, siccome era il direttore della scuola mi dava un pacco di circolari e mi spediva in giro per le altre classi a farle leggere e firmare da tutti gli insegnanti (7 donne e 3 uomini), raccomandandosi che loro prendessero visione di ogni comunicazione da cima a fondo e io facessi il bravo e non combinassi guai, e io il bravo per un po’ mi sforzavo davvero di farlo, ma poi, piuttosto presto che tardi, specie dove c’era qualche bambina che mi piaceva o bambini che giocavano al pallone all’oratorio con me, inevitabilmente finivo per fare il cretino per farli ridere, un vizio che mi è rimasto e che non riesco a sradicare, nemmeno quando vedo, e succede sempre più spesso, che di far ridere non sono capace, mentre la figura del cretino mi riesce sempre benissimo.



24/10/17

Il premiatore



Il premiatore osserva l’uomo che avanza nel corridoio tra le due file di poltrone e, per quanto sia ancora lontano, gli sorride. Appena ha sentito pronunciare il proprio nome, l’uomo, un sessantenne piccolo e robusto, si è guardato attorno con aria sorpresa e è arrossito, cercando di darsi un contegno, ma tutti gli sguardi che si sono immediatamente rivolti verso di lui e il successivo scroscio di applausi hanno impedito che il suo tentativo andasse a buon fine. I suoi movimenti si sono fatti più rigidi, ha urtato pesantemente il ginocchio di una signora forse un po’ matura, ma ancora piacente, sensuale (per gli amanti del genere), che stava a pochi posti dal suo e non aveva fatto in tempo a ritrarsi; si è fermato per chiederle scusa ricevendone un sorriso smagliante, e la perdita di controllo è dilagata fino alla base del collo e oltre, sotto lo schermo quanto mai opportuno della camicia. Ora è quasi paonazzo, ma prova a dare al passo una parvenza di scioltezza e a respirare profondamente per contrastare il rictus che gli accentua i lineamenti come in una vecchia xilografia (i lineamenti ci guadagnano).
Il premiatore aspetta ancora un istante prima di prendere dal tavolo l’ultima targa rimasta, la più prestigiosa, e imprime al suo sorriso una sfumatura familiare, rassicurante. Prestare sempre attenzione al premiato, farlo sentire importante e unico anche quando i premi assegnati sono tanti, predisporre un gesto elegante ma sempre personalizzato, e come un po’ emozionato, quasi che fosse un onore, come difatti è, entrare sia pure momentaneamente in contatto con qualcuno che si è meritato un premio, è sempre stato il suo punto d‘onore, la sua regola aurea, che peraltro ha ampiamente contribuito alla sua fortuna proprio perché gli è sempre venuto spontaneo adottarla.
Il signore che vede avanzare, mentre un altro si sta facendo largo nel settore opposto tre file indietro, gli ricorda il direttore della grande banca nella cui sede centrale lavorava da giovane, che per primo gli ha permesso di scoprire quella che sarebbe poi stata la sua insospettata professione, nonché principale fonte di soddisfazioni. Il direttore aveva garantito la sua presenza alla cerimonia di fine anno, che comprendeva la distribuzione delle borse di studio promosse dalla banca, nella scuola dove lui stesso si era diplomato (prima della Bocconi, ovviamente), ma disgraziatamente un’importante riunione gli aveva impedito di mantenere la parola, e aveva scelto lui come sostituto.
Nell’Aula magna il preside, un signore rubicondo dal ventre prominente e una certa propensione alla teatralità, nonché un gusto innato per le cerimonie, meglio se allegre, aveva illustrato la personalità del direttore assente, spiegato l’importanza della banca e ricordato quanti ex allievi erano passati e certo sarebbero passati anche in futuro tra le sue file, e infine lo aveva presentato al pubblico. Lui aveva recitato a memoria il discorsetto preparato dal direttore e aveva distribuito le buste ai ragazzi e alle ragazze man mano che il preside li nominava, aggiungendo di suo qualche parola di congratulazioni. Poi li aveva osservati mentre emozionatissimi si allontanavano e, attorniati dai gruppetti degli amici più cari, avevano sbirciato il contenuto della busta avvampando dalla sorpresa per l’ammontare dell’assegno, e aveva trovato che fosse tutto molto bello.
Gliene era venuta una gioia di riflesso, ma piena, a modo suo perfetta, e ne aveva fatto una relazione così entusiasta al direttore che in seguito era stato designato a distribuire premi a dipendenti, clienti e estranei distintisi in qualche attività sociale o artistica, in tutte le numerose cerimonie di cui il grande istituto era fervente promotore. Lì era stato notato da altri, che a loro volta organizzavano premi di ogni sorta e vi era stato invitato come cerimoniere e distributore di targhe, coppe, assegni e attestati, e talvolta come presentatore (compito che aveva svolto con discrezione, senza offuscare organizzatori, giurati e premiati). Oltre alla soddisfazione, ne aveva ricavato compensi che all’inizio aveva accennato a rifiutare, accettandoli solo per non offendere chi lo ingaggiava, e poi come il giusto guadagno di quella che con il tempo era diventata la sua attività preponderante, così fitta di impegni che aveva finito per licenziarsi dalla banca con grande rammarico dei colleghi e perfino del direttore, che ormai lo considerava come un figlio. Quel figlio buono e amorevole che era stato anche per i suoi genitori, ora scomparsi.

Era stato un bravo bambino, carino, ordinato, di contenuta esuberanza e, soprattutto, ubbidiente, anche se non debole e remissivo. Capace di farsi amare, tanto da far sorvolare sulle sue manchevolezze (come una certa lentezza nell’apprendere, compensata però dalla tenacia nello studio: anche l’aria un po’ trasognata che allora assumeva finiva col risultare accattivante), e amato. Il tipico bambino che piace tanto agli adulti perché gli fa sempre fare bella figura e non rompe mai le scatole, e che viene tollerato dai compagni perché partecipa volentieri a ogni gioco adattandosi con diligenza al ruolo che gli viene assegnato, senza entrare mai in competizione per essere il capo, non avendone le qualità in nessun campo, e d’altra parte senza essere tanto impedito da costituire una zavorra per il gruppo.
Col tempo, la sua mediocrità lo aveva reso addirittura benaccetto ai compagni, con quell’accettazione che confina con l’invisibilità, e spesso la consegue. In compenso era oggetto della furtiva curiosità delle compagne, e proprio delle più smorfiosette, sotto sotto le più ambite, e questo gli restituiva una fugace visibilità, che svaniva immediatamente dal momento che lui non sapeva cosa farsene (con gli uni e con le altre). Nemmeno ci pensava che qualcosa se ne potesse fare, del resto. Riceveva uno sguardo sbigottito, metà di ammirazione metà di compassione, e veniva richiamato nei ranghi, che raggiungeva con sollievo. Allo stesso modo si sottraeva ai distratti elogi degli adulti, peraltro invisibili ai suoi, di occhi.

Durante l’adolescenza, aveva abbozzato qualche tentativo di ribellarsi a questa condizione troppo accomodante, se non avvilente (secondo gli amici), poco convinto e quasi per senso del dovere (ogni età ha i suoi), ma aveva presto accettato di non essere tagliato per la trasgressione, di nessun tipo. E poi non tutte le ragazze preferivano quelli che allora venivano chiamati “sballati”. Non è detto che le acque chete fossero meno focose, a dispetto dell’apparenza, come ebbe modo di verificare quando, con sorpresa, imparò che rispondere alla loro attenzione era facilissimo.
A scuola se la cavava, in famiglia non aveva problemi e, una volta diplomato ragioniere, aveva trovato subito un buon lavoro in banca, dove non aveva faticato a inserirsi grazie alla sua affidabilità e a farsi benvolere dai clienti grazie alla sua gentilezza e all’aspetto gradevole. Contrariamente ad altri che crescendo appassiscono, il bel bambino era diventato un uomo dalla figura bella pur senza essere appariscente, una figura che rivelava le sue qualità solo a uno sguardo più attento (in chi era disposto a concederglielo), dal portamento elegante e disinvolto, con una grazia naturale nel porgere, spontaneamente serena e modesta senza essere servile.
Era stato l’insieme di queste qualità che aveva suggerito al suo direttore di farsi sostituire proprio da lui e che gli ha sempre consentito, quando poi distribuire premi è diventata la sua professione, di offrire il dono come un riconoscimento dovuto e, in qualsiasi circostanza, meritato, come una compensazione attesa a lungo, forse, ma infine giunta nel momento più opportuno, al termine di una lunga fatica e a suggello di un destino ora sì benigno.
Nel suo gesto non c’è mai invidia, e nemmeno il sospetto di un sottinteso ironico, neppure nelle circostanze all’apparenza più banali e risibili (non ha mai rifiutato nessun ingaggio, non per avidità, ma per il rispetto che a tutti è dovuto), come in certe sagre paesane o alle gare di catechismo o di sport marginali, praticati soltanto dai pochi che venivano premiati o assistevano alla cerimonia.
In nessun caso ha dovuto forzare l’ammirazione, che si è sempre risvegliata sincera, come un dono che lui riceveva, ogni volta come la prima, dalla gioia, evidente quanto più rattenuta, del premiato anche più compassato, e persino nei rari casi in cui questi era sussiegoso o annoiato, come certi pluripremiati che tuttavia non riuscivano a nascondere una smorfia di meravigliata sorpresa nel riconoscerlo: riconoscimento che lui però ha sempre considerato come una deficienza, una piccola sconfitta professionale, perché lui come persona dovrebbe passare inosservato, non essere notato e men che meno ricordato.
Quando qualcuno lo riconosce, sia pure con apprezzamento (ah, il famoso premiatore!), vuol dire che il suo ruolo si è distinto per eccesso e che quindi il suo stesso statuto è stato stravolto, e la responsabilità non può essere stata che sua. E lui ne soffre. Memorabile deve essere tutto il resto, non la sua persona. Quindi è escluso che lui diventi una personalità. È una delle ragioni per cui non ha mai desiderato essere lui il premiato (la principale, però, è che non ne ha mai sentito il minimo bisogno).
Allorché il suo secondo manuale, che concorreva per iniziativa della casa editrice e a sua totale insaputa, è stato segnalato tra i finalisti di un concorso letterario (addirittura!), ha subito inviato una cortese lettera alla giuria perché fosse depennato: l’eventualità, sia pure altamente improbabile, di risultare il vincitore e di dovere quindi ricevere il premio, gli avrebbe inflitto un’umiliazione insostenibile, e già il pensiero era bastato a sgomentarlo (naturalmente non è questo che ha poi scritto ai giurati, scusandosi dell’equivoco).



Ora invece è sgomento perché anche il signore che si è alzato per secondo, appena raggiunto il corridoio, anziché prendere la via dell’uscita come aveva supposto, si sta dirigendo verso di lui. È un uomo più giovane del primo, un quarantenne alto e vestito con sobria eleganza: avanza con passo sicuro e un’espressione seria e tranquilla. Saluta con un cenno della testa alcuni che agitano le mani da poltrone lontane e altre ne stringe che si protendono verso di lui da quelle che costeggia, come se fosse lui il vincitore. Il premiatore torna allora a guardare il primo e, sotto la somiglianza col suo exdirettore, lo riconosce come uno degli spettatori più assidui ai premi della stessa categoria di stasera; in una remota occasione ricorda di avere addirittura scambiato con lui qualche parola.
Di norma lui non parla coi premiati, che peraltro, anche quando viene invitato alle feste o alle cene post-premiazione e per qualche motivo decide di accettare, lo trascurano e tendono a riunirsi tra di loro, o con i famigliari, gli amici e altri congeneri. Se qualcuno talvolta gli si avvicina, è uno che ha ricevuto un premio per la prima e forse per l’ultima volta, uno isolato, o accompagnato al massimo da un collega o da una moglie insignificante che si ferma timidamente due passi più indietro, che per un attimo scambia chi gli ha consegnato l’attestato della grazia con colui che gliel’ha concessa e vuole in tal modo manifestargli la sua gratitudine e insieme partecipare ancora per un po’ della luce gloriosa di cui ai suoi occhi è circonfuso. Ai suoi dinieghi cortesi il premiato si allontana deluso: con lui per non essere ciò che aveva creduto che fosse, e con sé per averlo creduto. Se invece lui si accorge che quello è disorientato e non conosce proprio nessuno, si trattiene più a lungo e, nel caso ci sia qualcun altro nella sua stessa condizione, li mette in contatto senza darlo a vedere, poi si defila.
Nella sua lunga esperienza ha avuto modo di constatare come la maggior parte di questi solitari tendano a far sodalizio con altri, a loro volta solitari o legati a piccole congreghe, a formare, si direbbe per naturale magnetismo, nuovi piccoli gruppi e trovare così la propria riserva di consolazione. Ne ha visto alcuni diventare addirittura il centro di tali gruppi e tenerli assieme con la colla di un astio troppo a lungo covato per potere essere sciolto, se non in generosità o benevolenza, quantomeno in tolleranza o in quieta indifferenza, come se il vuoto scavato dal tempo si fosse dilatato in proporzione a quanto in seguito aveva cercato di colmarlo, e come se tutti avessero dimenticato che era proprio in sua virtù che qualcosa era venuto a cercare di colmarlo (come a dire che qualcosa comunque arriva). E così, invece di rendere grazie a ciò che grazie ad esso erano diventati o avevano fatto, avevano preso a odiarlo, a provare tanto rancore verso di esso da volerlo eliminare a posteriori, da volere che non fosse mai stato, producendone in tal modo del nuovo, ancora più profondo e definitivamente irreparabile.
Gli è anche capitato di essere lui l’oggetto estemporaneo del rancore di qualcuno che si aspettava di ricevere un riconoscimento che poi non era venuto. Costui ne faceva il bersaglio del suo sarcasmo e in qualche caso lo prendeva anche di petto, lo aggrediva come se fosse lui il principale responsabile dal momento che, pur maneggiando tante targhe, diplomi e buste, non aveva trovato modo di riservare qualcosina anche per lui. Il premiatore in questi casi non reagisce, afferma che ci deve essere stato un errore e, nonostante non sia dipeso da lui, si scusa per l’inadempienza. È sinceramente dispiaciuto, trova oltremodo ragionevoli le rimostranze del querelante e per questo ne scusa il malgarbo: vorrebbe rimediare con tutto il cuore, ma proprio non sa come. Torna in albergo depresso e deluso con se stesso, e fatica a prender sonno.
Il sosia del suo exdirettore è appunto uno di costoro, ma della categoria più innocua, uno di quelli impacciati e timidi. Ne era stato avvicinato alla fine di una cerimonia particolarmente festosa e ben riuscita, nel momento in cui di solito, dopo qualche veloce saluto di circostanza, si dirige verso il  buffet per farsi dare uno dei cocktails meno alcolici o un piatto con riso freddo, una noce di grana e del prosciutto o una frittatina, e si defila in un angolo, a una finestra o sulla terrazza, a osservare i vari ospiti, o nel parco, a passeggiare e a ripercorrere le varie fasi della cerimonia per scandagliarne ogni passaggio onde verificare che tutto si sia svolto nel migliore dei modi e, se è il caso, pensare a eventuali aggiustamenti per il futuro.
Ricorda che, in una confessione all’inizio smozzicata e poi fluviale, come chi riesce finalmente a affrontare una violenza, in primo luogo su se stesso, fino ad allora ritenuta insostenibile, gli aveva raccontato una storia a quel tempo ventennale di partecipazioni a un cospicuo numero di concorsi, accuratamente selezionati, e di sistematiche delusioni, più acute quando, non si sa come, gli erano giunte delle voci di concrete possibilità di vittoria. Come un Dorando Pietri senza spettatori, ripeteva, un Dorando Pietri invisibile…
Lui lo aveva ascoltato con la consueta partecipazione, accennando ogni tanto a scusarsi della propria impotenza per cercare di consolarlo, ma quello aveva sempre ribattuto che in fondo non importava, che lo sapeva benissimo che non era colpa sua, che lui era solo una misera rotellina del gigantesco ingranaggio (beh, misera magari no, aveva pensato) e che, quanto a sé, avrebbe comunque continuato per la sua strada, perché ciò che riusciva a fare si compiaceva di considerarlo un premio di per se stesso e quindi gli era più che sufficiente. Infine se n’era andato, scusandosi a sua volta della prevaricazione e ringraziandolo della sua sensibilità e dell’attenzione che gli aveva prestato.
Gli sembra anche di ricordare, all’improvviso, che in quell’occasione l’uomo era accompagnato da una bella ragazza ventenne o poco più, forse la figlia, con la quale si era incontrato di nuovo più tardi e (come avrebbe fatto un altro paio di volte nella settimana successiva) appartato nel parco. Era una bella serata d’estate.

Di solito, a venirgli a parlare quando va al buffet o si defila in una postazione appartata sono le donne, con maggior frequenza dopo che ha avuto la debolezza di accettare l’invito a un famoso talkshow televisivo. Aveva appena pubblicato il primo dei suoi due libri, su commissione di un piccolo editore di manualistica e di testi vari, per lo più a pagamento. Questi, avendo verificato l’altissimo numero dei premi per via di tutti quelli a cui i suoi autori lo informavano di partecipare e che talvolta persino si aggiudicavano, aveva pensato che un manualetto che aiutasse a organizzare e a condurre le cerimonie avrebbe avuto un buon mercato. Si era quindi rivolto a lui come al maggior esperto del settore compatibile col suo portafoglio, pregandolo di scrivere un libro agile ma dettagliato, che evitasse ogni sorta di riflessioni e fosse ricco invece di indicazioni concrete e di esemplificazioni analiticamente suddivise. I fatti gli avevano dato ragione e era stato invitato dal conduttore del talkshow, venuto a conoscenza non solo del manuale ma addirittura dell’esistenza di un premiatore professionale, divertito all’idea di ampliare la sua collezione di stranezze e intuendo la possibilità di stigmatizzare, com’era sua prerogativa, una delle tante manie nazionali.
Durante la trasmissione il presentatore, un ometto grassottello e appena un po’ tronfio, che si sforzava invano di far dimenticare la propria figura saturandone lo schermo, si era esibito con lui nel suo pezzo forte, che consisteva nello sfoggiare un’ironia graffiante ma non troppo sottile (per riguardo al livello del pubblico) sugli ospiti di contorno, quelli meno agguerriti e invitati solo per fare colore, e fare invece il simpaticone, ma dignitoso e sempre un po’ sornione (noblesse oblige), con quelli a vario titolo illustri o che avevano pagato per partecipare. Lui aveva sorriso alle sue battute e a quelle di altri ospiti che si erano accodati per dimostrare che non erano da meno, e aveva mostrato di concordare con le osservazioni di tutti quanti, ma aveva anche difeso la dignità e i meriti di tutti i promotori e di tutti i partecipanti a tutti i premi, senza distinzioni (tra l’altro ricordando a un paio di ospiti di averli premiati con reciproca soddisfazione agli esordi della loro carriera). Lo aveva fatto pacatamente e con levità: alcuni ne avevano sorriso come di un’ironia involontaria, ma alla fine se l’era cavata benissimo. Non è vero che il candore è una conquista; semmai è una conquista mantenerlo.
Le vendite del manuale si erano impennate e anche i suoi ingaggi ne avevano tratto giovamento. Inoltre l’editore gli aveva commissionato un nuovo volume, dedicato ai discorsi da tenere nelle differenti circostanze, per il quale aveva attinto al repertorio che ormai usava come canovaccio; per l’occasione, aveva dovuto circostanziarlo secondo la classificazione suggerita, e quasi imposta, dall’editore e affinarne lo stile. Il lavoro gli era piaciuto (a parte la vicenda del premio in cui era stato incluso) e il risultato, tutto sommato, si era rivelato soddisfacente, per quanto la parte che lui preferiva fosse quella che doveva improvvisare per adattarsi a ogni specifica situazione, poiché gli ripugnava appiattirla e dissolverla nel mare generico della tassonomia, essendo ciascuna, oggettivamente e non solo ai suoi occhi, diversa da tutte le altre, ciascuna un evento a sé, che meritava ogni volta tutta la sua attenzione e la sua cura.
Le donne, che non gli avevano mai lesinato una certa simpatia (una simpatia che certo molto doveva - su questo non si faceva illusioni - alla sua esposizione, discreta sì ma pur sempre pubblica, e quindi rilevante), dopo la comparsa in televisione si erano avvicinate in numero ancora maggiore alla finestra o alla balaustra presso cui si ritirava anche per potervi appoggiare il bicchiere o il piatto e le posate che teneva tra le mani. Le ha incontrate quasi tutte così e di alcune (dire molte suonerebbe come una vanteria) ha approfondito la conoscenza, ma con nessuna ha intrecciato una relazione duratura. Lui le ha amate tutte, senza chiedersi se qualcuna avrebbe potuto amarla per sempre. Di fatto ogni volta era per sempre, per lui, anche se sapeva che non sarebbe durato.
Per come ha saputo conoscerle lui, le donne amano essere premiate, ma il premio non può essere continuativo, né ripetuto troppo spesso: non può diventare un’abitudine, è bello solo se eccezionale, o quantomeno intervallato. E poi offrire se stesso come premio, sentirsi lui il premio, lo mette in imbarazzo, è una tale forzatura della sua natura che non è mai riuscito a tollerarlo, con la stessa persona, più di una volta, o pochissime in casi straordinari, e anche allora con crescente disagio. Gli sembra non di beneficiare ma, senza volerlo (perché sono sempre state le donne a desiderare di rivederlo, all’inizio), di essere lui il beneficiato, e quindi di ingannarle, e questo lo intristisce. Alla lunga lo umilia.
Per fortuna la sua professione lo porta a spostarsi di continuo, così che i legami si allentano spontaneamente, tanto che quando sono ormai sciolti del tutto non c’è nessun trauma, e solo un grato ricordo, almeno da parte sua. Ha mai avvertito la mancanza di un rapporto duraturo? Certo, è naturale, in particolare nei periodi in cui il lavoro scarseggia (tra dicembre e febbraio), ma gli passa in fretta. Essere il semplice tramite, il portatore materiale di una gioia che da lui non proviene né a lui si ferma, ma che senza di lui non sarebbe perfetta (o almeno così gli sembra), gli è più che sufficiente.
Ricorda queste donne a una a una, quasi tutte con il corredo del loro nome e delle loro peculiarità, così come ricorda gli albi d’oro dei premi che officia, non come un ulteriore catalogo dongiovannesco, bensì con una sorta di venerazione, come una litania religiosa, come nel rosario l’elenco degli epiteti della Vergine, che ne sono la celebrazione gloriosa. Ha percorso la loro epidermide con la stessa grata meraviglia con cui ha delibato il paesaggio nei suoi spostamenti: chilometri e chilometri mai uguali, sempre con una sorpresa, un sussulto in agguato, e sempre con una meta. Se talvolta sembrava non esserci niente di rilevante in sé, c’era sempre un particolare, un gesto, un profumo, o la loro eco che risvegliava la memoria di altro, magari di qualcosa che sul momento aveva trascurato o che gli era sfuggito, e tanto bastava a colmarlo. Capita a tutti, ma questo non rende tali risvegli meno importanti. È il contrario, anzi.

E così gli tornano in mente, ora, a confonderlo ulteriormente, alcuni dettagli della breve storia con la presunta figlia del primo dei due pretendenti, proprio mentre entrambi, guardandosi rispettivamente con imbarazzo e con stupore, gli stanno davanti impazienti di ricevere il premio. Per la prima volta nella sua carriera non sa cosa fare. Ormai ha capito chi è il vero vincitore, nondimeno resta indeciso per qualche attimo: rivolge all’eletto un cenno discreto per invitarlo all’attesa e poi guarda l’intruso con occhi supplichevoli, come per dargli un’ultima possibilità di ritirarsi in buon ordine, senza esporsi alla pubblica umiliazione. Ma anche questi lo guarda come per dare a lui l’ultima occasione di non fare una figuraccia, un po’ contrariato di veder macchiata da uno spiacevole equivoco la sua apoteosi, il cui fulgore permane comunque ben saldo sul suo viso.
Allora il premiatore si decide a sussurrare, scandendolo con chiarezza, il nome del vincitore: Egidio Colombo. Egidio? Ma prima aveva detto Emidio…, balbetta il sosia dell’exdirettore, l’aveva sentito benissimo, e anche sua moglie lo aveva sentito. Il premiatore lancia una rapida occhiata alla sua poltrona vuota e accanto vede da un lato una ragazzina di undici-dodici anni e dall’altro, piuttosto sfiorita, la donna di quella sera: dunque non era sua figlia!
Si riprende immediatamente, e afferma di essere certo di aver pronunciato con la consueta precisione il nome corretto, ma si scusa ugualmente, assumendosi in toto la colpa dell’equivoco. Vorrebbe essere morto. Profondamente turbato, rinnova le scuse di fronte a tutto il pubblico, permettendo così a Emidio di allontanarsi a testa alta, sia pure avvilito e furente, lungo un corridoio laterale. Poi consegna il premio al vincitore, che si avvicina al tavolo delle autorità per stringere le mani a promotori e giurati e per le fotografie di rito.
Infine, cercando di dissimulare il proprio, di avvilimento, si discosta dignitosamente dal tavolo contro la parete laterale e si volge verso la platea, tutta sorridente e concentrata sul premiato e sulle autorità. Nessuno, tranne lui, fa più caso al sosia dell’ex-direttore che ora ondeggia lentamente lungo il corridoio mentre la moglie si sta alzando per andargli incontro. Nessuno, tranne lui e la moglie (e forse la ragazzina), lo vede quando all’improvviso si ferma, china la testa e si volta indietro per tornare, stavolta con andatura decisa, sui suoi passi. Nessuno, tranne la moglie che lo chiama per nome, ha modo di accorgersi di qualcosa quando, ora che gli è di fronte, lo fissa negli occhi, infila la destra nella tasca interna della giacca, ne estrae una piccola pistola e gliela scarica in corpo. Non solo da parte mia, gli dice intanto.



20/10/17

Nuove ipotesi su certi segreti, e sui programmi spia



Ogni tanto qualche software automatizzato (già l'ho detto, ma abbiate pazienza) di alcune delle potenze mondiali passa in rassegna il mio blog "A spasso nella caverna" (
https://grazioliluigimario.blogspot.it/).
In questi giorni sono tornati i russi, particolarmente affezionati, come gli americani del resto, che però agiscono in modo meno massiccio e più distribuito. Può darsi che si tratti di agenzie diverse, pur appartenendo allo stesso territorio, o che la stessa agenzia ripassi in rassegna usando setacci diversi (notare il sottile riferimento alla goldrush). Ma io non mi accontento di ipotesi così banali, che non si discostano dalla vulgata paranoica. Me ne sono venute in mente altre. Ne accenno due.

La PRIMA IPOTESI è che qualcuno incaricato di vagliare i risultati è rimasto colpito dalla sfolgorante bellezza dei miei testi e è tornato a scaricarli per stamparli e leggerseli in santa pace; magari suggerendo una visita anche a colleghi e parenti. La bellezza è un virus. Benigno, in genere, ma non sempre.

La SECONDA invece è più sottile, teorica, borgesiana, cabbalistica, metafisica, ed è che forse, dal momento che noi non siamo consapevoli dei livelli infiniti che ogni testo, anche il più banale, anche quello che abbiamo cercato di controllare di più (e io cerco sempre, anche nei testi più brevi, e anzi a maggior ragione proprio lì, perché nulla possa sfuggire alla mia onniscienza e volontà di onnipotenza), ogni testo, dicevo (lo ripeto per chi ha difficoltà con la sintassi un po' complessa), magari, tra le mille chiavi esplicite e cifrate che contiene, ne nasconde qualcuna, segretissima, che cela discorsi pericolosissimi, informazioni che potrebbero portare pregiudizio alla sicurezza internazionale, ai forzieri della finanza e della politica mondiale, e magari, ancor di più, la chiave delle verità ultime, quelle che, svelate, ci farebbero capire tutto e insieme renderebbero inutile vivere.
Sì, deve essere questo.

Una sola POSTILLA aggiungo: per favore, se le scoprite, non rivelatemi niente. Voglio ancora passeggiare nella caverna. Fischiettando, possibilmente.

13/10/17

Ricordi di copertura 6 . Convegno psicanalisi e arte, o qualcosa del genere, metà anni '70



e un’altra cosa che mi è venuta in mente, così di botto (in questo periodo mi tornano in mente le cose, in altri, e lunghi anche, no), è quella volta a un convegno che ero seduto a fianco di un tizio con i capelli ricci e il muso largo e un po’ incartato, e mentre teneva la sua relazione un noto psicanalista, Serge Leclaire mi pare, io ho parlato tutto il tempo con lui facendo lo spiritoso e sparando giudizi a raffica che lui mostrava di condividere e anzi riprendeva o rilanciava dal canto suo, e io avevo non so 24-25 anni, o poco più, e mi sembrava, come a volte mi capitava allora, e poi mai più, mai più…, di aver capito tutto, o di essere in grado di capire tutto in poco tempo, subito anzi, meglio ancora: ancor prima che qualsiasi cosa fosse detta o fatta o capitata, e parlavamo sottovoce naturalmente, e naturalmente in francese, eh be’ ça va sans dire, e sembravamo due compagni venuti lì assieme, o così avrebbe creduto chi ci vedeva, con quest’uomo che forse giovane non era ma così sembrava, con quell’aria intelligente e sbarazzina, ma poi, finito l’intervento di Leclaire che tra l’altro seguivamo anche, e così male non era nonostante le nostre ironie, o forse sarcasmi, no, sarcasmi non credo, ma può essere data l’età, la mia intendo, la mia saccenteria, ho visto che molta gente veniva verso di noi e salutava il mio vicino, con deferenza alcuni, anche, e persone anche che erano già intervenute al convegno, personaggi noti nell’ambiente, e magari anche fuori, tutti seri, si avvicinavano con passo prudente, ossequioso, e lui, anche lui rispondeva sempre cortese, e anche serio, a parte quella patina birichina, o un po’ furfantesca, che a me pareva indiscutibile, e forse non era, non so, mentre io guardavo tutto questo corteo e un po’ mi stupivo, poi lui si è alzato e mi ha salutato con un bel sorriso e è andato verso il tavolo dei conferenzieri e lì ho scoperto che era Guattari.
(e io non mi sono sentito un cretino, ma dopo un po' sì, senza capire perché... poi ancora no, però..., poi, ora, sorrido.)