24/12/17

Il trasportatore




Quando sentì lo sterrato sotto la ruota, Mario frenò di colpo e sterzò. Nonostante andasse a meno di cinquanta all’ora, il furgone prese a slittare di traverso sull’asfalto bagnato, con i pacchi che rimbalzavano da una parete all’altra, finché non si arrestò sulla corsia opposta, le ruote anteriori fuori dalla strada e il muso a pochi centimetri da un palo di legno che una volta doveva aver sostenuto il filo della luce o del telefono.
Mario fissò il palo per qualche istante, poi riaccese in tutta fretta il motore, inserì la retro e recuperò la propria corsia senza controllare se qualcuno stava sopraggiungendo. Del resto controllare sarebbe stato inutile: la nebbia era così fitta che persino i fendinebbia sarebbero spuntati solo a pochi metri; e poi confidava che la strada, deserta già da molti chilometri, lo restasse ancora quel tanto che gli serviva per la manovra. Mise la prima e accelerò fino a raggiungere i quaranta, poi passò velocemente alla seconda e alla terza e proseguì a quella velocità.
Come diavolo aveva fatto a non accorgersi che stava uscendo di strada? Va bene che erano già parecchie ore che stava guidando nella nebbia, ma non era da lui perdere la concentrazione in modo così stupido. Forse lo aveva distratto l’assenza di veicoli e di qualsiasi altro segno di vita che ormai si protraeva da tempo immemorabile: cosa insolita ma per niente straordinaria in quelle condizioni; forse questo l’aveva indotto a perdersi dietro a pensieri che ora non era in grado di ricordare, come protetto, invece che minacciato, da un’assoluta solitudine che niente sembrava poter infrangere. O forse era solo stanco e aveva bisogno di una pausa, di sgranchirsi le gambe, stirarsi la schiena e guardarsi un po’ attorno, lasciando che gli occhi scivolassero su qualche oggetto concreto e che le palpebre si abbassassero per qualche secondo sulle loro tracce fino a dissolverle quietamente nel buio. Ma dove fermarsi in quel deserto? E poi non era affatto stanco: aveva una consegna da fare e per la stanchezza ci sarebbe stato tempo, semmai, solo dopo.


Era partito al calare del buio per viaggiare con meno traffico in modo da arrivare a destinazione senza affanno. Il tragitto non era lungo per gli standard di un camionista, meno di cinquecento chilometri, ma la nebbia che da qualche giorno ricopriva la pianura gli aveva suggerito di avviarsi con molto anticipo, perché i tre pacchi dovevano assolutamente giungere a destinazione entro le 8 del mattino successivo. Se non ci fossero stati intoppi, avrebbe potuto fermarsi a dormire qualche ora in autostrada, o in un piazzale una volta arrivato. Invece in autostrada non era nemmeno entrato, perché il display prima del casello aveva segnalato file lunghissime per a una serie di incidenti, uno con dei morti, come aveva specificato la radio su cui si era immediatamente sintonizzato ma che aveva altrettanto immediatamente spento, e per sempre, al termine del notiziario stradale, quando gli speaker avevano ripreso a snocciolare le loro sciocchezze. Si era quindi rassegnato alla statale, benedicendo l’idea della partenza anticipata.
Viaggiare con la nebbia non gli era mai dispiaciuto, anche se da qualche tempo si guardava bene dal dirlo, non tanto perché tutti gli davano del matto, quanto per risparmiare spiegazioni inutili a chi non era in grado di capirle. E siccome la stessa procedura l’aveva applicata anche ad altri argomenti, aveva finito col non parlare più con nessuno, con gran soddisfazione di tutti probabilmente. Sua, di certo. Se veniva interpellato, però, rispondeva, laconico ma cortese; a volte si lasciava persino andare, quando la compagnia occasionale gli appariva per qualche motivo stimolante, o quando la molla delle parole scattava automaticamente per qualche suo insondabile ritmo circadiano o astrale. In quelle circostanze poteva riuscire pure simpatico, irresistibile se gli interlocutori erano di bocca buona o disposti a condividere il bolo delle sue rimuginazioni, ma con la tendenza a esagerare, quasi per involontaria compensazione, come a risarcire le parole che si era vietato di dire: ragion per cui in seguito si infliggeva una proporzionale penitenza del silenzio, che a lungo andare aveva imparato a apprezzare di per sé. (Ma allora come penitenza non vale più, osservava il chierichetto che sopravviveva in lui. E chi se ne frega, rispondeva poco convinto il Mario adulto.)
Proprio in occasione di una di quelle rare serate, in un ristorante per camionisti della provincia, Mario aveva conosciuto Vittorio St… (non ricordava più il cognome, ma era quasi sicuro che cominciava per St; o per Sc… Sco, Sca, Scu; non Sce né Sci; o Sp; o Sd?; no, Sd no; più facile Sp, o St; sì, St), l’uomo che gli aveva telefonato attorno alle tre di quel pomeriggio per chiedergli se poteva fargli il favore di rimpiazzarlo per un trasporto urgente, dato che all’improvviso, dopo aver già caricato la merce, gli era venuto un febbrone da cavallo. Vittorio, che gli aveva promesso di aiutarlo qualora ne avesse avuto l’occasione, si era certamente inventato la malattia per evitare il nebbione, sapendo che la situazione precaria in cui Mario versava lo avrebbe indotto ad accettare qualsiasi proposta, ma non per questo Mario gli era meno grato.
Si era affrettato a raggiungere Vittorio all’indirizzo indicatogli e lo aveva trovato, tutto imbacuccato e tremante, già accanto al suo camion stipato di casse di ogni tipo. Vittorio gli aveva chiesto di scaricare i tre pacchi, di peso e volume modesto persino per il suo furgone, che dovevano essere assolutamente consegnati a un magazzino presso un porto al di là delle montagne entro le 8 del mattino seguente. Poi gli aveva dato la bolla intestata a una ditta dei paraggi con il nominativo del trasportatore malamente scarabocchiato, gli aveva fatto qualche accenno circa il pregio della merce e la “delicatezza” dell’incarico (aveva pronunciato delicatezza come se avesse le virgolette, lasciando intendere chissà che, certo per dare importanza al favore richiesto) e si era premurato di passargli subito, in contanti e di tasca sua, metà del compenso, che avrebbe poi saldato alla riconsegna della bolla timbrata dai destinatari, la sera successiva, in quello stesso posto. Mario aveva rifiutato, ma Vittorio aveva insistito perché accettasse almeno i soldi per il carburante e l’autostrada, che lui aveva intascato per non offenderlo (e anche perché gli facevano comodo). Poiché però il magazzino avrebbe chiuso ben prima del suo arrivo anche se fosse andato spedito, non era partito subito e aveva deciso di aspettare il buio nella speranza, infondata come avrebbe presto verificato, di trovare meno intralci.
Per un paio d’ore se n’era stato buono buono in mezzo alle file di luci che, davanti a lui e sulla corsia opposta, lo incanalavano su un binario sicuro: bastava un po’ d’attenzione e mantenere la distanza di sicurezza. Poiché il traffico procedeva lento e le luci non mancavano, aveva avuto anche il tempo di sbirciare i cartelli più bassi per controllare la direzione, finché una lunga fila causata da un nuovo incidente appena dopo il ponte sul Po non lo aveva costretto a deviare nella prima laterale che aveva incontrato, una strada provinciale che non aveva mai percorso. Si era fermato su uno spiazzo per dare un’occhiata alla cartina e studiare bene la strada stretta e piena di curve; ma poi il traffico era come sparito tutto d’un tratto e si era messo a viaggiare di buon umore. È vero che i fari delle altre macchine facilitavano l’orientamento, ma, per quanto non fosse di quelli che si spazientivano alla minima fila, preferiva essere lui a decidere il ritmo del viaggio: meno vetture aveva attorno, più si sentiva tranquillo e sicuro. Tutto infatti sarebbe dipeso dalla sua sola attenzione, ora rivolta esclusivamente alla strada, senza doversi preoccupare per le sempre possibili balordaggini degli altri autisti, magari inesperti o resi pericolosi proprio dall’eccesso di prudenza indotto dalla nebbia.
Per quasi un’ora non aveva incrociato anima viva. La nebbia era sempre più fitta e il buio attorno assoluto, poiché nessun lampione costeggiava l’asfalto, se non nei rari borghi che il furgone attraversava come macchie fosforescenti e incorporee. Mario preferiva così: nella nebbia, la luce dei lampioni in genere è dannosa, crea illusioni vaporose, informi, che inducono a presagire chissà che e alterano il senso delle distanze, sia pure di breve raggio, che i fanali delineano. Le strisce sui bordi e al centro dell’asfalto erano ancora quelle originarie, di quando la strada era stata tracciata nella notte dei tempi, quasi cancellate ormai, o nei tratti meglio conservati stinte, discontinue, e lui aveva dovuto rallentare: non abbastanza tuttavia da non ritrovarsi davanti all’improvviso, quando ormai si era convinto di essere rimasto solo nella pianura, una macchina che procedeva a meno di venti all’ora e l’aveva costretto a frenare per non investirla.
Di solito, quando incappa in una vettura lenta che non può sorpassare, Mario rallenta ancora di più o addirittura si ferma alla prima piazzola e spegne il motore per un po’, ma stavolta non aveva incontrato piazzole e pertanto si era rassegnato a seguire l’auto senza azzardarsi a sorpassarla, finché all’entrata di un borgo una piazzetta incongrua, illuminata come gli Champs Elysées, non l’aveva convinto a farlo, sperando che nessuno attraversasse proprio in quel momento. La macchina aveva poi cercato di tenere il suo passo, ma ben presto, nonostante la velocità contenuta, i suoi fari erano scomparsi dal retrovisore. Forse era arrivata alla meta, o forse aveva deviato in qualche laterale che lui non aveva notato. O forse persino quell’andatura prudente era parsa eccessiva all’inseguitore. Comunque sia, quando non si era visto più nessuno alle spalle, Mario aveva accolto la rinnovata solitudine con un sospiro di sollievo.
Non erano ancora le 9 e gli restavano poche decine di chilometri prima di arrivare alle montagne, dove quasi certamente la nebbia sarebbe scomparsa. Aveva accettato la proposta di Vittorio perché negli ultimi anni la vita del trasportatore indipendente si era fatta dura. Le grandi case internazionali, che coprono in modo capillare tutto il territorio e assicurano consegne in tempi veloci a costi contenuti, si erano ormai accaparrate anche le spedizioni più modeste dei privati, dei piccoli commercianti o di quegli imprenditori che, avendo i propri mezzi occupati, in precedenza si rivolgevano a quelli come lui, sempre disponibili, che non si facevano problemi di orari e distanze (né domande sulla merce trasportata). Il lavoro scarseggiava. Gli restavano ancora incarichi occasionali, che alcuni clienti della zona gli assicuravano grazie ai prezzi stracciati che era costretto a fare, o per amicizia o per buon cuore, come si dice. A volte veniva assunto per qualche settimana, o al massimo due o tre mesi, quando qualche autista era malato o per circostanze particolari, ciò che gli permetteva di sopravvivere alla benemeglio ma non garantiva la benché minima sicurezza per il futuro. Questo incarico poteva aprirgli le porte di nuovi clienti: forse Vittorio si sarebbe rivolto a lui anche in seguito, o quelli del magazzino presso il porto e i loro eventuali consociati, a cui avrebbe lasciato la propria totale disponibilità, o chissà… Prima poteva permettersi addirittura di scegliere e, specialmente dopo che la sua compagna lo aveva lasciato (“per sistemarsi una volta per tutte”), di alternare periodi in cui lavorava a spron battuto ad altri in cui si dedicava a ciò che voleva, fosse pure quello che la gente chiama non far niente di niente. Quando doveva trasportare merci in luoghi lontanissimi, gli capitava anche di fermarsi qualche giorno per visitare la zona, se gli piaceva, o semplicemente per starsene su una veranda o a una finestra a guardare un paesaggio diverso.



Quello di trasportatore non era stato il primo mestiere che aveva fatto. Dopo aver interrotto gli studi universitari al terzo anno (racimolando solo sette esami), aveva prestato il servizio civile e questo gli aveva facilitato alcune assunzioni temporanee prima presso un Comune vicino, poi in ditte della zona. Si trattava in genere di lavori di ufficio, facili quanto noiosi, che aveva svolto con sufficienza distratta, e che si erano trascinati fino a quando il padrone dell’ennesima ditta della serie gli aveva chiesto se era disposto a fare anche l’autista. Lui, tanto per cambiare, aveva accettato. All’inizio si era arrangiato con gli automezzi consentiti dalla sua patente, quindi aveva preso quella per i camion, appassionandosi sempre di più al nuovo lavoro, tanto che in capo a qualche anno, messi da parte un po’ di risparmi, aveva comprato a rate un grosso furgone per iniziare un’attività autonoma. Non l’aveva fatto per  una questione di soldi, che peraltro allora per le sue esigenze bastavano e avanzavano: la decisione l’aveva presa per decidere da solo cosa e quanto fare, per poter gestire il proprio tempo come voleva, per darsi il tempo che voleva per ogni cosa gli venisse in testa di fare (tutte cose essenziali peraltro, a suo dire).
Anche il tempo speso guidando gli apparteneva, dal momento che era solo e non doveva rendere conto a nessuno, entro certi limiti, di come lo impiegava, tanto più che, non essendo avido, in genere si asteneva dall’affrettare i ritorni per aumentare il numero dei viaggi - a parte i periodi in cui lo prendeva una forma acuta di voracità chilometrica (la “dipendenza da asfalto”, come la chiamava tra sé), nei quali non lasciava il volante se non per caricare e scaricare, se stesso oltre che il furgone. La ragione dell’appagamento che gli offriva la guida non risiedeva però nella possibilità di divagare con lo sguardo o il pensiero, altrimenti avrebbe odiato guidare con la nebbia, quanto, tutto all’opposto, nella concentrazione da essa richiesta, che proprio la nebbia intensificava al massimo grado. Anche per questo la amava. Nella nebbia, diceva, sei così concentrato a controllare le strisce sull’asfalto che non hai né tempo né voglia di guardarti attorno o di pensare ad altro. Men che meno al motivo per cui sei in viaggio. Ne va della vita. Sei tutto intento a non uscire di strada, a evitare qualsiasi ostacolo improvviso ti si pari dinnanzi; se alzi lo sguardo non vedi niente, i cartelloni pubblicitari sono ridotti ai pali di sostegno, a lettere tagliate a metà, le immagini a frammenti talmente insignificanti che non viene nemmeno lo stimolo di ricostruirle, e l’unico momento in cui ti distogli dalla carreggiata è alle rotonde o quando incroci altre strade che potrebbero farti risparmiare tempo o file, e solo per controllare i cartelli e le indicazioni, quando sono visibili. Tempo per altro non resta: il tempo che hai è quello in cui sei, concentrato al massimo grado.
Eppure, non appena per qualche metro la nebbia sembra diradarsi o una promessa di rettilineo si profila, la strada scompare dai pensieri. Conti i chilometri, guardi tutti i quadranti del cruscotto, regoli il riscaldamento, ipotizzi varie velocità medie e calcoli i corrispettivi tempi che separano dalla meta, se non sai la distanza esatta ti arrangi col pressapoco (poi si vedrà), verifichi a brevi intervalli su quale media ti stai assestando, ti impegni a raggiungerne una più elevata o ti accomodi a un passo più rilassato pur tenendo conto di possibili rallentamenti, progetti soste che poi rimandi a tempo indefinito perché finché tutto fila liscio è meglio continuare, e poi allenti la tensione delle braccia e delle spalle, ruoti lentamente la testa sul collo, concedi alle palpebre riposi fulminei, alzi il piede dall’acceleratore e fai brevi esercizi per sciogliere il polpaccio, quindi stendi la gamba sinistra, la pieghi e la porti ritmicamente dal basso in alto e viceversa, alzi il bacino e ti appoggi con forza contro lo schienale; e intanto nella testa cominciano ad affacciarsi parole.
Spesso sono parole smozzicate, indesiderate, accenni di parole o suoni che si coagulano in termini isolati, naufraghi, ma che lentamente prendono ad allinearsi per proprio conto, a formare frasi che in genere assomigliano a litanie propiziatorie, stereotipi personali di riti che tuttavia sul momento ignori, mentre talvolta assumono la forma di un breve pensiero che ti sorprende come un camion che spunta all’improvviso su quella che credevi fosse la tua corsia, così che d’istinto sterzi o freni; o un solitario podista che caracolla stremato sul bordo dell’asfalto, come quello in calzoncini e maglietta fosforescenti, con un sacchetto di plastica in testa, che Mario aveva incontrato attorno alle 10, a parecchi chilometri di distanza dall’ultimo paese, e che gli aveva suscitato un’irrefrenabile tentazione di travolgerlo, assommando alla punizione che si stava infliggendo da solo anche la sua, prima di riconoscere in lui una qualche fratellanza, diretta o bastarda, la stessa consanguineità che abbiamo coi macachi e altri nobili animali (ma appunto: una ragione in più per non resistere).
Quando la visuale è ampia e la strada si spalanca prevedibile e sicura, o comunque non assorbe tutta l’attenzione, è come se tradisse il tuo interesse e l’impulso a divagare diventa automatico, così che ti trovi costretto a respingerlo, perché odii i pensieri oziosi, e la concentrazione richiede uno sforzo supplementare: ora invece, nella nebbia (ma forse è sempre così), è un breve gironzolare del pensiero subito interrotto, un susseguirsi molto intervallato di false partenze che tuttavia non mancano mai di sfiorare qualche nervo scoperto, di convogliare sbuffi di aria gelida verso qualche carie nascosta, incipiente o in momentaneo letargo, dalla quale si allontana poi in tutta fretta (il dolore rimane però: indefinito e pungente). Basta questo a distrarre, e allora, come niente, alla subitanea sterzata del pensiero si accompagna un movimento impercettibile del braccio, che inclina il volante tanto che la ruota anteriore scalina dalla carreggiata e la percezione improvvisa dello sterrato sotto la ruota fa scattare la reazione automatica che porta a girarlo bruscamente in senso opposto e a frenare, incurante dell’asfalto reso viscido dall’umida sporcizia che la nebbia vi ha depositato per lunghi giorni, con la pazienza del peggio.

Solo dopo le manovre concitate di riassestamento, raggiunta una prudente andatura di crociera, Mario ebbe modo di pensare al pericolo corso, squassato da un brivido talmente fulmineo che se ne accorse solo a posteriori, dal tremore residuo e dal prepotente bisogno di urinare. Lo aveva già sentito in precedenza, ma aveva soprasseduto, come al solito, perché nella sua personale psicobiologia della guida ha sempre considerato la vescica incendiata come una compagna premurosa che aiuta a stare all’erta. Si sarebbe liberato più tardi, pensava, quando proprio non sarebbe più riuscito a resistere, o quando avrebbe raggiunto le montagne. Se fosse stato in autostrada, si sarebbe fermato a un autogrill a mangiare qualcosa di caldo e a bere un caffè prima di andare alla toilette, ma su questa strada sperduta non ricordava più quando aveva intravisto l’ultimo bar, e con questa nebbia l’idea di fermarsi sul bordo non era nemmeno da prendere in considerazione. Era sua convinzione che urinare è una cosa seria, che va fatta con calma e in totale libertà di spirito, e non col furgone parcheggiato a metà sull’asfalto con la paura che qualcuno arrivi all’improvviso senza accorgersi che è fermo: meglio trattenersi quindi, anche se costa fatica. Il differimento della soddisfazione, così sperava, la renderà ancora più intensa, anche perché in tal modo non sarà obbligato a trascurare la componente contemplativa che rende perfetta la minzione, che è minata dall’assenza di riferimenti, come avviene nella nebbia, mentre viene corroborata dalla presenza di un limite uniforme, quali un muro o delle mattonelle, o di uno spazio aperto, come quello che era convinto di trovare sulle montagne, dove avrebbe potuto lasciar finalmente vagare lo sguardo giù per qualche valle, nell’aria pulita e pungente, disseminata di luci lontane.
(Sull’argomento, uno dei suoi preferiti al pari di tutti quelli relativi alle funzioni corporali, Mario sarebbe però ritornato dopo aver compiuto l’atto, accorgendosi, con l’incerto sussidio dei suoi studi remoti, di aver fatto un po’ di confusione e di avere indebitamente mescolato due forme distinte di minzione, sia pure a modo loro perfette: quella lirica, sognante e fantastica, con qualche spruzzo cosmogonico, delle mattonelle e del muro, e quella epica, sublime e onnipotente degli spazi sterminati; mentre forse la forma più perfetta di minzione, la più pura, sarebbe raggiungibile solo quando l’atto si compie e si consuma in sé, senza bisogno d’altro, in una dimensione metafisica che proprio la nebbia potrebbe invece agevolare; ma si tratta di sottigliezze, avrebbe infine tagliato corto, che niente aggiungono alla pienezza del piacere, che è ciò che solo conta.)
Mangiare invece si può, anzi devo, pensò Mario, che dal mattino aveva messo sotto i denti solo la miseria di una mela. Sfilò dal sacchetto sul sedile accanto uno dei due panini che aveva preparato prima di partire, gli affibbiò un bel morso e prese a masticare lentamente. Ogni tre morsi, sorseggiava una bottiglia di acqua minerale tiepida che aveva messo nel sacchetto accanto ai panini: un’imprudenza che accentuò il bisogno di urinare, che alla lunga divenne irresistibile. Si trattenne ancora però, finché non trovò un spiazzo dove fermarsi senza pericolo.
Appena sceso, si accorse che nell’angolo opposto dello spiazzo baluginava un piccolo fuoco accanto al quale si stagliava una figura scura, che alla vista dei fari si affrettò nella loro direzione. Lui intanto si era allontanato di qualche passo per urinare, quando la figura scura emanò dei suoni bassi e rasposi che dicevano: «Scopare venti, pompino quindici». Immediatamente il suo meccanismo si bloccò. «E tu che ci fai qui, in una notte come questa?», disse Mario sorpreso. «Scopare venti, pompino quindici», ribadì la figura scura, che intanto lo aveva raggiunto e stava fissando il minuscolo aggeggio che Mario teneva in mano e che il freddo e l’imbarazzo rattrappivano ulteriormente. «No, grazie», disse seccato Mario, «mi ero fermato per un’altra ragione, come vedi.» «Scopare quindici, pompino dieci», ribassò allora la donna, piccola ma con mammelle e sedere spropositati. «Ti prego», sussurrò Mario affranto, «ti prego, lasciami in pace. Ho bisogno di stare solo». «Scopare dodici, pompino otto», supplicò allora quella, che evidentemente non capiva o fingeva di non capire. «Senti», disse infine Mario, «te ne do dieci se mi lasci in pace. Per favore…»; e, senza rimettersi niente a posto, prese una banconota e la diede alla donna. Lei la afferrò, la fece sparire da qualche parte e si inginocchiò davanti a lui. Mario allora rinunciò definitivamente al suo proposito, si rimise in ordine in tutta fretta e si incamminò verso il furgone con la massima dignità di cui era ancora capace. Quindi ripartì. “Un pompino con la vescica pronta a esplodere!” pensò, mentre tornava a perdersi nella nebbia. Ma la vescica restava sul punto di esplodere comunque.
Si trattenne quanto gli fu possibile, pacatamente orgoglioso del suo eroismo, trascurabile forse nella gerarchia ufficiale degli atti eroici ma non per questo meno significativo, con la testa in fiamme, oltre che la vescica, man mano che i chilometri passavano, finché, stremato da una tensione che il resto del viaggio aveva tradotto solo in banale acido lattico, dovette cedere. Accostò con prudenza e dispose il triangolo a una ventina di metri dal furgone, pronto a balzare nel campo che costeggiava la strada se qualcuno fosse sopraggiunto; tornò indietro lasciandosi il furgone alle spalle e si abbandonò a quella che gli parve una liberazione primordiale, nella sua violenza: una palingenesi.
Ne riemerse effettivamente rinnovato, sebbene meno di quanto avesse sperato, ma con un residuo come placentare addosso, con la leggerezza sventata delle origini, che poco si curano delle conseguenze di ciò che stanno combinando nell’ebbrezza di una crescita ancora informe. Invece di tornare al furgone, si mise infatti a camminare, quasi a correre nella nebbia, etereo, come in un brodo primigenio, avvolto da un silenzio mai prima udito, respirando a pieni polmoni tutte le oscure schifezze attorno a cui l’umidità si addensava. Erano i momenti in cui la sua scelta di fare quella vita lo ricompensava con i dividendi più esaltanti, perché non cercati e nemmeno immaginati. Proseguì per qualche minuto, poi, più lentamente, appagato, tornò al furgone. Cinque minuti dopo essere ripartito si ricordò di aver dimenticato il triangolo. Pazienza.

Le montagne non dovevano essere lontane e Mario si scoprì ad aspettare con ansia il momento in cui la nebbia sarebbe scomparsa. Gli sembrava che avesse ormai esaurito tutte le sue funzioni, ma quella perdurava sempre più fitta, intessuta di macchioline gialle che quando sfioravano il cofano arroventato schizzavano via come gocce d’olio, senza evaporare, e poi venivano risucchiate ai lati, stampandosi sulla carrozzeria, credeva Mario, fino ad avvolgerla con una membrana fosforescente che ne illuminava i bordi per pochi centimetri e proteggeva veicolo e conducente dal collasso definitivo nel buio. Era come se il furgone avanzasse circonfuso da un alone di santità, un alone fragile e provvisorio che sarebbe bastato un soffio a revocare, ma che, finché durava, gli conferiva il passo sacro di una processione, cadenzato dal ritmo del motore con i toni bassi, tra il solenne e il funebre, della banda che apre il corteo.
Allora Mario prese a canticchiare inni latini di cui aveva dimenticato, di ogni parola, almeno una sillaba, che sostituiva a orecchio, con la soddisfazione di chi reinventa una lingua scomparsa, un’antenata più dolce di quelle che nel tempo l’hanno surrogata. Per accompagnare meglio il canto, lasciava talvolta che il motore, pian piano, cadesse di giri, fino a raggiungere, prima di inserire una marcia inferiore, i toni più cupi di un ritmo costipato, vicino a esalare. Ma non cambiava prima di aver dato, in folle, dei colpi secchi all’acceleratore, come barriti che annunciassero un nuovo passo, l’inizio di un’oltraggiosa corsa a perdifiato. Invece, inserita la marcia, recuperava subito l’andatura meditativa precedente, solo di un semitono più alta, come la memoria di una gioia che era più bello negarsi. E siccome era solo e la strada era diritta, o era resa diritta dalla lentezza, per un po’ Mario giocò a questa alternanza di soffocamento e di espirazioni violente, finché il suo affetto per il motore non prese il sopravvento, anche se ora lo immaginava lui pure contento di essersi potuto in qualche modo sfogare.
Dopo la sbandata, Mario aveva guidato con molta prudenza, ma doveva avere percorso parecchi chilometri, eppure delle montagne non c’era ancora traccia. Gli corse l’occhio all’orologio e vide che mancava poco a mezzanotte. La cosa lo insospettì: non era possibile, anche a quella velocità la strada avrebbe perlomeno dovuto cominciare a salire già da un bel po’. L’unica risposta che gli venne in mente era che era tornato indietro senza accorgersi, prendendo la direzione che gli era sembrata più ragionevole alle varie rotonde, oppure che stava girando a vuoto, sempre sulla stessa strada che forse a un certo punto, invece di condurre alle montagne, compiva una serie di impercettibili conversioni e ritornava alla pianura.
Cominciò a sembrargli strano che, oltre alla prostituta, non aveva più incontrato né una persona né un centro abitato né una macchina. Peggio: non ricordava nemmeno di avere incontrato delle rotonde o di aver più visto una segnalazione da gran tempo. Attento a non uscire dai minimi segmenti che a fatica gli si aprivano dinnanzi, non aveva più pensato alla direzione; era così sicuro di essere sulla strada giusta che non ci aveva più fatto caso. Sulla cartina era segnata solo quella, il resto erano sentieri o carraie che si sarebbe certo accorto di imboccare, se gli fosse capitato. Impossibile sbagliarsi, anche se con questa maledetta nebbia…, pensò per la prima volta. No, impossibile…, e decise di proseguire prestando maggior attenzione agli eventuali segnali ai bordi della strada. Non gli restava altro da fare: di tempo ne aveva a iosa e non era il caso di agitarsi, si disse fiducioso, ma in fondo sgomento.
Tuttavia dalla nebbia continuava a non affiorare niente. Per cercare di capire dov’era, Mario prese a fermarsi ogni tanto, ormai convinto che nessuno sarebbe arrivato, e a esplorare qualche campo confinante, ma ovviamente gli spazi striminziti che riusciva a vedere non si distinguevano l’uno dall’altro. Più il tempo passava e più cominciava a odiare la nebbia. L’inconsistenza della sua antica predilezione, quella sì che gli appariva ora in tutta la sua evidenza: quel non vedere niente, chiuso in un bozzolo, solo con se stesso e la strada; oppure quell’intravedere le cose che spuntano a una a una nella compiutezza del loro essere lì, esattamente come sono, come venute a esistere proprio in quell’istante nella loro forma essenziale, priva di ogni orpello, anche del colore, che tutt’al più si accenna col pudore di una velatura quasi impercettibile; o ancora quando si stagliano a gruppi in tanti fondali, separati e insieme connessi da un vuoto che in lontananza si addensa, lasciando però a ciascuno la sua coerenza: tutte scemenze. (Anche se…)


Fu mentre si voltava verso destra per posare sul sedile la bottiglia vuota che gli parve di scorgere una tenue luce sfilargli accanto, come quella di un’insegna al neon. Vide che l’asfalto scendeva con una leggera pendenza verso quello che sembrava uno spiazzo in terra battuta e decise di fermarsi. Parcheggiò il furgone e si diresse verso la luce, che risultò essere l’insegna di un bar. Davanti all’ingresso erano parcheggiate alcune auto, provenienti da chissà dove e giunte lì chissà da quanto. Com’era possibile che ci fosse tutta quella gente in giro quando lui da ore non incontrava nessuno? Non provò nemmeno a rispondersi e entrò.
Il locale era spropositatamente ampio, se si pensa al deserto circostante, e arredato lungo le pareti da poltroncine imbottite che formavano semicerchi attorno a tavolini ovali, dal piano di cristallo, e al centro, disseminati senza criterio, da tavoli quadrati che all’occorrenza potevano essere tolti o accostati per lasciare spazio a una pista da ballo. Le luci erano soffuse e da qualche parte usciva della musica indefinibile a basso volume, per tamponare il silenzio. Un pub!, pensò con sorpresa Mario; squallido nella stessa misura delle sue pretese. Ad accrescere questa impressione era forse il numero degli avventori, esiguo rispetto a quello dei tavolini. Erano quasi tutti soli ai tavoli, immobili e assorti, a parte due gruppetti che parlottavano seduti nelle poltroncine più lontane dall’ingresso. Uno era composto da tre coppie vestite con grande eleganza, come se si stessero recando a una festa; gli altri avventori, invece, erano vestiti nei modi più vari, ma quasi tutti con un che di trasandato. Molti, per quanto cercassero di darsi un tono, avevano l’aria smarrita. Chi era seduto da solo aveva lasciato almeno un tavolino libero tra sé e il vicino, tranne alcuni che, costretti a stare l’uno accanto all’altro, o si davano le spalle o si ignoravano ostentatamente.
Mario si avvicinò al lungo bancone, davanti al quale due avventori erano appollaiati su alti sgabelli. Dietro però non c’era nessuno. Dopo aver atteso un po’, si arrampicò su uno sgabello e chiese al suo vicino di destra che fine avessero fatto i baristi. Quello gli rispose di aver sentito che ce n’era uno solo, il quale se n’era andato dopo aver ricevuto una telefonata dicendo che sarebbe tornato immediatamente. Ma era già passata almeno un’ora da quando lui era arrivato e il barista non era ancora tornato. «E chi vuole bere qualcosa?» «Alcuni si sono spazientiti», rispose l’uomo, «e si sono serviti da soli». «Sono curioso di vedere chi pagherà», aggiunse.
Mario non sapeva cosa fare, voleva un caffè ma non era capace di farselo; sete non ne aveva. Allora, scusandosi, importunò di nuovo il vicino, chiedendo se sapeva dov’erano di preciso e quanto mancava alle montagne. Quello gli fece il nome di una località sconosciuta, e poi gli disse che erano più vicini al mare, all’altro capo della pianura, che alle montagne. Ne era sicuro? In risposta Mario ricevette un’occhiata offesa. Per la prima volta parlò il secondo vicino, che affermò risoluto che era vero che erano a pochi chilometri dal mare, ma che il nome del paese era un altro.
Mario li fissò entrambi disorientato e per un po’ se ne stette in silenzio a pensare, mentre i due si scrutavano a vicenda come a chiedersi la ragione dell’altrui vaneggiamento. Infine si decise a ripetere a voce alta le stesse domande a tutti i presenti. Come prima risposta ricevette solo sguardi oltraggiati, di chi è bruscamente svegliato da un sogno o ha ricevuto una richiesta importuna e assurda; ma presto, dopo una pausa imbarazzata, prima un uomo seduto al centro del locale e poi altri avventori presero a dire ciascuno dei nomi diversi e a dargli le indicazioni più disparate, relative a una geografia forse coerente e verosimile, ma di una parte del mondo a lui del tutto ignota. A quelle parole, sia coloro che avevano parlato sia quelli rimasti in silenzio si guardarono attorno con aria stupita, quasi accorgendosi solo in quel momento della presenza degli altri, e iniziarono tutti a discutere animatamente, alcuni persino a litigare, a parte un paio che sorridevano tra sé dall’alto di una superiorità le cui ragioni erano note solo a loro.
Mario rinunciò presto a seguirli e si appoggiò al bancone con le gambe penzoloni dallo sgabello. «E chi se ne frega dove siamo», gli sussurrò il suo vicino di sinistra, versandosi da bere una robaccia biancastra dalla bottiglia quasi vuota su cui aveva tenuto tutto il tempo la mano. Mario lo guardò senza assentire, scese dallo sgabello e se ne andò.

La nebbia, se possibile, era ancora più fitta, tanto che Mario stentò a ritrovare il furgone nello spiazzo che ora gli sembrava immenso. Accomodatosi, si cullò alcune volte contro le molle del sedile stirando all’indietro le spalle con mosse secche e decise e sporgendo in avanti il collo come una tartaruga; prese la cartina che aveva squadernato sul sedile accanto e senza consultarla la ripiegò ordinatamente, la ripose nello stipo e ripartì. Pochi minuti dopo, la strada cominciò a salire e la nebbia, lentamente, a diradarsi.
Ora Mario poteva guardarsi un po’ attorno, ma ancora per molti chilometri non incrociò nessun cartello e tanto meno un centro abitato. Il livello del carburante era ormai prossimo alla riserva, ma per fortuna aveva sempre una tanica di scorta che gli avrebbe assicurato almeno cento chilometri supplementari. Non era però scritto che avrebbe dovuto servirsene: anche se nelle valli che attraversava non baluginava la benché minima luce, era senza dubbio a causa della residua foschia, e prima o poi da una curva confidava che sarebbe spuntato qualche paesino con il suo bel distributore automatico.
Tuttavia il tempo passava e, nonostante la nebbia fosse sparita, attorno il buio restava così compatto che nemmeno gli abbaglianti riuscivano a penetrarlo, a parte le rocce sui fianchi della montagna e il limitare di alcuni prati o gruppi di alberi ai bordi della strada, coperti qua e là di neve. Era una notte senza luna, o forse la luna era coperta da una di quelle cortine di nubi che si addensano sulle montagne anche in assenza di perturbazioni, col preciso intento di non andarsene prima di essersi completamente sgravate di tutta la neve che le gonfia. Difatti, non appena le pendenze si fecero più ripide, cominciò a nevicare. Una neve calma, che cadeva a fatica in grossi fiocchi asciutti, quasi al rallentatore, come respinta dall’aria pesante, senza vento. Nemmeno il furgone, che ora correva veloce, riusciva a smuovere i fiocchi che gli cadevano accanto, più propensi a incollarsi alle fiancate che a fuggire sfarfallando alle sue spalle.
Presto la visuale si ridusse di nuovo a pochi metri, con il rischio supplementare che il fondo ghiacciasse o che la neve si accumulasse tanto da rendere molto arduo, se non impossibile, l’avanzamento. Allora Mario, intanto che l’asfalto era ancora sufficientemente libero, decise di accelerare ulteriormente, nella speranza di raggiungere il passo e di scollinare prima che la neve avesse tempo di porre in atto tutte le sue minacce. Rischiare era contrario alle sue abitudini, ma stavolta ne valeva la pena: aveva un carico da consegnare entro una precisa scadenza, un carico per lui prezioso perché dalla consegna poteva dipendere il suo futuro.
Di solito non pensava a ciò che trasportava (né al futuro, del resto), se ne dimenticava non appena l’aveva caricato, così come, per lunghi tratti, dimenticava persino la destinazione, non solo, come è naturale, quando il tragitto comprendeva principalmente autostrade, ma anche quando non prevedeva che strade statali o provinciali. Una parte di lui registrava tutto il percorso alla partenza e non c’era più bisogno di richiamarlo, se non per singoli dettagli ogni tanto, e sempre in modo automatico.
In quei lunghi intervalli si lasciava portare dal furgone come se fosse dotato di una coscienza autonoma, dimentico anche di se stesso. Ne seguiva fiducioso ogni scelta, adattando il ritmo del respiro al suo, quello del sangue alle pulsazioni del motore. In quei momenti i suoi sensi percepivano tutto, il paesaggio attorno, il traffico con le sue variazioni, il trascorrere dello spazio e del tempo, ma senza che fosse necessario prestarvi attenzione, sigillato in una bolla di beatitudine che si nutriva di se stessa, in una sorta di appagamento erotico asessuato, minerale. Trasportare qualcosa da un posto a un altro, pensava sorridendo di se stesso quando usciva da questo stato, era solo una scusa, o piuttosto ne era il presupposto, indispensabile ma secondario quanto alle sue specifiche modalità. A mente fredda pensava invece il contrario. (Deciditi!, si diceva allora, come se decidere fosse importante.)
Fortunatamente la neve continuò a cadere asciutta e lenta fino quasi al passo, formando una coltre sottile ma non troppo pericolosa. Come è ovvio, Mario dovette rallentare, anche a causa della pendenza più marcata, ma meno del previsto. Solo a un chilometro dallo scollinamento la nevicata si trasformò in bufera, con fiocchi più umidi che turbinavano velocemente quasi volessero aggredire il furgone e impedirgli il passaggio. Mario pensò se mettere le catene, ma calcolò che non ne valeva la pena. Il tempo speso avrebbe consentito alla neve di accumularsi ulteriormente e la vetta era vicina.
Andava così a passo d’uomo, in prima, in mezzo alla carreggiata, trascurando la possibilità che qualcuno sopraggiungesse in senso opposto ma pronto a sterzare verso le rocce alla sua sinistra e disposto a accettare anche uno scontro frontale, che a quella velocità non avrebbe causato seri danni se non alla carrozzeria, piuttosto che rischiare di cadere nelle scarpate alla sua destra. Il motore ululava dalla disperazione come un animale sgozzato e la frizione mandava odore di bruciato, ma di mettere la seconda per farlo riposare non se ne parlava, perché anche così le ruote spesso slittavano. Il livello della benzina era quasi a zero e quello della temperatura dell’acqua al massimo, a dispetto della ventola che da mezz’ora girava all’impazzita.
Per la prima volta in tutta la sua carriera Mario dovette farsi forza per respingere le ondate di panico che lo assalivano a intervalli sempre più ravvicinati. Respirava velocemente sbuffando a colpi secchi alternati a brevi serie di inspirazioni profonde che poi rilasciava con un lungo soffio continuo, trattenendo a fatica l’impulso di liberarsi e aspettando più che poteva prima di ricominciare. Gli occhi schizzavano dalla strada ai bordi alla consolle, e su questa da un led all’altro e ai quadranti analogici, prima di costringersi di nuovo a fissare la carreggiata ormai invisibile che solo la roccia da un lato e il dirupo dall’altro segnalava.
Si accorse di aver scollinato solo dal cambio di pendenza. Era fradicio di sudore, con le braccia e le gambe anchilosate e gli occhi bruciati dall’attenzione e dalla lucentezza abbagliante della neve. Decise di fermarsi, bufera o non bufera. Spense il motore, tirò il freno a mano e chiuse gli occhi, la testa rovesciata all’indietro contro il sedile. Pensava di sostare almeno un quarto d’ora, anche per far raffreddare il motore, ma dopo cinque minuti la mano afferrò da sola la chiave dell’accensione e mise in moto.
Altri cinque minuti e la bufera cessò del tutto, senza preavviso, con un taglio netto. Un istante turbinava ferocemente, quello dopo era sparita, senza nemmeno un fiocco disperso a segnare il passaggio, come due mondi paralleli, infinitamente contigui ma per sempre non comunicanti. Uno di luce accecante, l’altro di accecante oscurità, che Mario accolse però come la benedizione di un abbraccio. Tuttavia la strada scendeva così ripida, con numerosi tornanti che nessun cartello preannunciava, che rinviò l’euforia ancora per un po’.
Affrontò la discesa usando al più la seconda marcia e ogni tanto in folle per timore di restare a secco in mezzo alla strada, finché trovò uno slargo e si fermò di nuovo. Tutti avevano bisogno di una pausa: il motore, i freni e anche lui.

Appena dischiuse la portiera l’aria gelida lo colpì come uno schiaffo, ma benefico. Era ancora accaldato, sia per il riscaldamento che aveva fatto girare al massimo per l’intero tratto montuoso, sia per la tensione accumulata. Le guance avvampavano, come la testa, tanto che l’aria, venendone a contatto, pian piano gli formò attorno come un alone di tepore, un’aureola che vibrava di tenue luminosità, mentre agli occhi si sovrapponeva una lente di ghiaccio, sottile, trasparente, che tuttavia non infastidiva né lui né la sua visione, che anzi sembrava capace, ora, di addentrarsi nel buio, di scandire i contorni di forme nascoste, di dar loro un corpo e riconoscerle e nominarle. Non era molto quello che riusciva a percepire; ciononostante, un blocco alla volta, andava a comporre un paesaggio che gli appariva smisurato, cosmico, pur sapendo che si trattava solo di una modesta parete di roccia scavata per ricavarne uno spiazzo di emergenza. A ogni respiro sentiva l’anima che si sturava sempre più, per usare le sue parole, e si colmava di un vuoto quieto, che si traduceva in ondate di riflusso organico, quasi di carezze. Se le concesse solo pochi istanti però, per timore di esserne sopraffatto fino a crollare al suolo e lì addormentarsi.
Si sentiva bene. Troppo. E, come sempre quando gli accadeva, si irrigidì di colpo, incapace di abbandonarsi sempre con una buona scusa. Stavolta la scusa era che il viaggio non era ancora concluso; che, anche se già gli pareva di sentire l’odore del mare, di scorgere in lontananza il baluginio delle stelle sulla superficie appena increspata dell’acqua, il tratto da percorrere restava lungo e le difficoltà da non sottovalutare, se l’esperienza serve a qualcosa. Tra poco la discesa sarebbe finita e poi avrebbe potuto immettersi nell’autostrada, presumibilmente non affollata, e godere di una buona visibilità, ma preferiva non allentare ancora la tensione e spingere al massimo per dormire eventualmente due o tre ore all’arrivo. Svuotò la tanica nel serbatoio e ripartì.
Per alcuni chilometri la discesa si snodò ancora ripida, tra tornanti che ne attenuavano la vertigine solo per sostituirgliene un’altra, diversa ma non meno perturbante; poi la strada si fece più comoda, alcuni brevi rettilinei preannunciarono la pianura e Mario cominciò a vedere qualche casolare ai bordi della strada, una fila di lampioni in fondo a una valle, delle nubi luminose che stagnavano a mezz’aria sopra la macchia nera di un bosco, finché in fondo a un rettilineo più lungo comparvero le confuse costellazioni dei paesi del litorale. Come dal nulla spuntarono anche decine di cartelli che segnalavano tutte le possibili direzioni e distanze. Dapprima Mario venne assalito dal desiderio di dirigersi verso la litoranea per fermarsi a sgranchire le gambe sulla battigia, poi seguì i cartelli che indicavano l’autostrada e la imboccò senza rimpianti.
Raggiunse la zona industriale vicino al porto quando mancavano ancora un paio d’ore all’alba, col segnale della riserva di nuovo acceso. Trovò facilmente la via e si fermò al primo parcheggio. Scese dal furgone e urinò sulla striscia d’erba e sabbia che lo costeggiava, forse un progetto abortito di aiuola, e al ritorno in cabina si tirò addosso una pesante coperta con l’idea di sonnecchiare fino all’orario di apertura di fabbriche e magazzini. Non puntò la sveglia, sicuro che il sonno, se mai fosse giunto, sarebbe stato leggero e che sarebbe bastata la ripresa del traffico a svegliarlo.
Alle sette e mezza la giornata lavorativa sembrava già al suo colmo. Macchine, camion e operai a piedi o in bicicletta andavano e venivano lungo la strada. Gli spazi per il parcheggio erano quasi tutti occupati e presso l’entrata dei magazzini si stavano già formando file di clienti e fornitori. Mario controllò il numero sulla bolla di accompagnamento, se la mise in tasca e, visto che era abbastanza vicino, lasciò il furgone al suo posto e si diresse a piedi verso il magazzino. Il sole stava raggiungendo le cime dei capannoni e intiepidendo l’aria. Mario camminava tranquillo sul marciapiede, come uno sfaccendato a passeggio, guardando nei cortili e sbirciando in qualche portone spalancato. Pochi passi erano bastati a dissolvere tutta la stanchezza accumulata: si sentiva leggero, sciolto, la testa al pari delle membra. Aveva calcolato qualche centinaio di metri, data la dimensione dei capannoni, e non si sbagliava; ma quando giunse a dieci numeri da quello che cercava, i capannoni terminarono; poi non c’era che terreno vago. La parte più vicina alla strada era ricoperta di immondizie e masserizie di ogni genere, vecchie biciclette senza ruote né manubrio, materassi, pezzi di macchinari arrugginiti, sacchi di iuta sventrati da cui fuoriuscivano resti di oggetti irriconoscibili, dai colori slavati, disossati dall’invisibile formicolio della decomposizione.
Controllò di nuovo la bolla e vide che non si era sbagliato. Allora, con la bolla in mano, entrò nel capannone più vicino e chiese se qualcuno sapeva dove fosse la ditta che vi era indicata. Nessuno ne aveva mai sentito parlare, nemmeno quelli dei magazzini adiacenti. Mario scrutava i suoi interlocutori con aria sempre più incredula: alcuni sembravano veramente interessati a quanto diceva, altri abbozzavano dei sorrisini. O forse era Mario, che cominciava a farsi un’idea, a vedere quei sorrisini sui loro volti, a disegnarli per proprio conto decifrandoli da quelle che erano solo smorfie, rughe di per sé inespressive, insignificanti come coloro che ne erano marcati. Finalmente qualcuno ebbe l’idea di verificare su un elenco telefonico, ma Mario se n’era già andato prima che quello tornasse con la risposta.
Raggiunto il furgone, aprì lo sportello posteriore e trascinò a terra uno dei pacchi. Con un temperino tagliò l’adesivo che lo sigillava e cominciò a togliere l’imballaggio. Dentro c’erano solo coriandoli di carta da giornale e dei sassi, per fare peso. Fece per cercare il numero di Vittorio, ma rinunciò prima di digitarlo. Pur immaginando già la risposta, telefonò invece alla ditta dell’intestazione, dove l’impiegata dichiarò che nessun Vittorio faceva trasporti per loro e che l’azienda non aveva clienti da quelle parti. Allora Mario prese anche gli altri pacchi e li scaraventò sull’asfalto dietro il furgone. Ebbe l’impulso di prenderli a calci, ma si trattenne. Indietreggiò verso il furgone, chiuse lo sportello e vi si appoggiò, guardandosi attorno. Si sforzò di respirare lentamente, a fondo, trattenendo l’aria fino quasi a scoppiare, prima di lasciarla uscire, con gli occhi chiusi, in un solo flusso, continuo e silenzioso. Riaprì gli occhi e inspirò di nuovo. Dietro i capannoni doveva esserci il mare, ma Mario non lo vedeva. Le esalazioni delle fabbriche e del traffico soverchiavano il profumo di salmastro; eppure, con un po’ di attenzione, si sentiva lo stesso. 


20/12/17

Ricardo Piglia. "Solo per Ida Brown" - e altro




Sparizioni, sequestri, assassinii, attentati, ricerche che si concludono senza concludere, che portano a qualcosa che può anche essere niente, enigmi: i romanzi di Ricardo Piglia, il grande scrittore argentino scomparso qualche mese fa a 76 anni, parlano di questo. Ma così parlando, dicono anche altro, mai niente è semplice, e i livelli di lettura si moltiplicano quanto più il discorso sembra piano e diretto: un discorso di genere, e un genere dominante il romanzo di investigazione, poliziesco, noir, che poi si combina con altri, secondo i debordamenti e le contaminazioni che il procedere che la stessa storia narrata richiede. Ma se i primi romanzi riproducono questa complessità nella loro stessa forma (inchieste personali o giornalistiche pe ricostruire storie famigliari; racconti che susseguono o si incastrano gli uni negli altri a fornire le differenti versioni di fatti tutti da costruire, ancor più che da decifrare; macchinari che producono storie non si sa se quanto veritiere di persone che sono di invenzione e insieme realmente vissute; scomparse che sono forse volontarie o forse atti di violenza, come nei due primi e già grandi romanzi Respirazione Artificiale e La città assente), gli ultimi, tra cui l’appena tradotto Solo per Ida Brown, hanno un’apparenza più tradizionale, più ossequiosa, almeno all’inizio, delle leggi del genere, di cui rispettano, senza apparente ironia, i vincoli e i cliché. Piglia non ha la vocazione dell’avanguardista o del provocatore, non gli piace il gesto clamoroso: sia per formazione anche professionale (ha diretto la prima collana argentina di gialli e noir di qualità tradotti e presentati in modo accurato), sia come studioso della storia e della teoria letteraria che ha sempre presente la forza della tradizione e ne indaga il formarsi e le derive, preferisce muoversi tra le forme con circospezione, ironico e sornione, e complicarle all’occorrenza sempre attento però alla leggibilità, celando abilmente le sottigliezze nel non detto o nell’appena accennato.
Uno degli strumenti ricorrenti per favorire la stratificazione delle letture - oltre alla fittissima rete intertestuale, dichiarata o più spesso mascherata e poco appariscente, di rimandi letterali ma anche, secondo la lezione di Borges, apocrifi ma plausibilissimi -, è il ricorso a personaggi la cui indole o professione li porta a riflettere sugli eventi, la società, la politica e la letteratura. Anche le riflessioni tuttavia restano sempre interne alla narrazione e fortemente contrastate da ipotesi o idee alternative di altri personaggi, impedendo che qualcuna si ponga sopra le altre o addirittura al di fuori della trama, e disseminando le varie interpretazioni in modo che ne costituiscano spesso uno dei motori principali. Si vedano, per esempio, quelle del commissario Croce in Bersaglio notturno e di quasi tutti i personaggi di Respirazione Artificiale, ma si veda soprattutto la figura di Emilio Renzi, giornalista, scrittore e critico, vero e proprio alter ego a cui Piglia affida non solo il compito di dire cose che lui non si azzarderebbe mai a dire a proprio nome, la sua “anima radicale”, ma persino il ruolo di titolare dell’autobiografia in tre volumi (Los diarios de Emilio Renzi, l’ultimo dei quali postumo, di prossima uscita) nei quali lo scrittore ha condensato e organizzato  i 357  quaderni del diario tenuto per sessant’anni, dall’adolescenza alla vigilia della morte (come Julien Green, Paul Léautaud, Paul Valéry e altri maratoneti della scrittura quotidiana...), che speriamo di veder tradotti quanto prima. Identificazione e insieme trasposizione che gli ha permesso di seguire per tutta la vita il proposito di “Vivere in terza persona [che] era stata la [sua] consegna in gioventù” (p. 72).


In Solo per Ida Brown questa dimensione è amplificata dal fatto che gli eventi si svolgono in buona parte in un campus universitario degli Stati Uniti che ricalca la Princeton in cui Piglia ha insegnato a lungo, dove Renzi, dopo il suo secondo divorzio, è stato invitato su insistenza dell’Ida Brown del titolo, sua collega agguerritissima, che diventerà sua amante ma morirà ben presto in circostanze misteriose che Renzi cercherà di chiarire, in una serie di passaggi che porteranno il romanzo da un’apparenza iniziale di classico “campus novel”, dopo un’intensa quanto breve storia d’amore, a un altrettanto classico romanzo d’investigazione, con forti implicazioni politiche.
Ma anche qui, le riflessioni di Renzi, Ida e altri personaggi, che vertono principalmente sull’oggetto dei loro studi, (Hudson, Conrad, Melville e Tolstoj) non servono solo a caratterizzarli o a fare solo da contrappunto alla narrazione (come in molti libri recenti, a partire da quelle su Huysmans in Sottomissione di Houellebecq), ma sono dei veri e propri congegni che servono a portare avanti la storia, suggerire corrispondenze e implicazioni (le differenze e corrispondenze tra Usa e Argentina, i ricordi personali e dei periodi di dittatura, il sogno di una società precapitalistica, le utopie...) e indurre il narratore a compiere dei passi decisivi per cercare di chiarire la morte di Ida, come in un giallo, e dare un senso agli eventi.

Del resto “Qualunque racconto è un giallo (...) Solo gli assassini hanno qualcosa da raccontare, la storia personale è sempre la storia di un delitto”, aveva già scritto Piglia in La città assente (p. 178), anche se i suoi libri, che hanno appunto spesso la forma esplicita del romanzo di investigazione quando non del noir (come Soldi Bruciati), non hanno mai la figura dell’investigatore come narratore o protagonista ma figure che si potrebbero compendiare in quella del lettore. Nessuna contraddizione però: anzi, una conferma in più della prima affermazione, dal momento che se il romanzo di investigazione, che per lui è l’unico genere veramente moderno, nasce con la figura dell’investigatore (il Dupin di Poe), questi è al contempo il prototipo del moderno lettore: di libri, ma anche delle tracce che sono disseminate nelle notizie, da quelle dei giornali (come nel caso inaugurale dei delitti della Rue Morgue), alla rete, come nel caso del Ralf Parker di Solo per Ida Brown. E lettori (e scrittori, o critici, o giornalisti: chi legge, scrive) sono anche molti personaggi: dal quasi onnipresente Emilio Renzi, al Junior protagonista di quel libro bellissimo che è La città assente e ad altri personaggi non di secondo piano (come lo zio Maggi e l’esule polacco Tardewsky, ricalcato sulla figura di Witold Gombrowicz che tanta importanza ha avuto per tutta una generazione di scrittori argentini – e non solo, se mi è concesso di aggiungere una predilezione personale – nello straordinario Respirazione artificiale), o gli oggetti delle loro indagini (l’Enrique Ossorio, traditore, politico e scrittore, capostipite della famiglia di signorotti locali ancora in Respirazione artificiale), per non parlare dei professori e scrittori dell’ultimo romanzo.
La morte di Ida Brown troverà un inizio di spiegazione a partire dalle sue sottolineature e note a margine della copia di L’agente segreto di Conrad che costituiva l’oggetto del seminario che stava tenendo in quel semestre. È questa morte, probabilmente un omicidio anche se non sono chiare le modalità e soprattutto il movente, ma che potrebbe anche essere un incidente, che imprime una svolta alla trama: per cercare di capire cosa è successo, e che gli sembra che la polizia e l’Fbi gli nascondano, Renzi contatta un detective, Parker, che rappresenta all’apparenza una evoluzione della figura tradizionale, così come si era venuta delineando nell’hard boiled americano, a cui Piglia ha dedicato uno dei saggi più belli di L’ultimo lettore, ma in realtà è forse una sua riproposizione adeguata ai tempi moderni del prototipo originale:  non più qualcuno che agisce a proprio rischio e pericolo, ma uno che cerca informazioni e le mette insieme. Uno che non risolve più i casi, ma si avvicina ad essi raccontandone una versione, come dice lo stesso Parker (p. 145): un lettore, cioè, che diventa scrittore...



È attraverso di lui che Renzi arriverà ad avvicinarsi a una plausibile interpretazione dei fatti, senza però arrivare nessuna certezza.
Infatti, se a proposito di L’agente segreto Renzi afferma: “Non era la realtà a permettere di capire un romanzo, ma il romanzo a rendere comprensibile una realtà che, per anni, era rimasta indecifrabile” (p. 188), nemmeno questa decifrazione può dare accesso a una realtà ultima, in quanto a sua volta non può essere completamente decifrata, ma solo, di nuovo, raccontata. Come già insegnato da Gadda, i casi non si risolvono mai, ai nostri giorni (nella letteratura odierna: in quella di Piglia, di sicuro). C’è sempre un residuo, un’ipotesi ulteriore che a sua volta ne suscita altre. È la visione paranoica (tutto può essere letto come indizio, come ha insegnato ironicamente Gombrowicz, soprattutto nel capolavoro Cosmo), la teoria del complotto, che però in Piglia non dà luogo a rimuginazioni ossessive e contorte, ma viene distribuita nei differenti punti di vista dei vari personaggi e sapientemente manovrata dall’autore. La costruzione dei suoi libri, come lo stile, è della più grande lucidità. Il discorso che risolve, che chiude in una verità ufficiale è quello del potere, mentre la letteratura tiene aperte molte strade, fissa dei punti che non sono mai fermi, ma si raddoppiano sempre per dar luogo ad altre visioni della realtà, a ipotesi controfattuali, a sentieri che si biforcano e non si sa dove portano.

Il cambiamento dei tempi è quindi anche un cambiamento del lettore. Oltre a quello esemplificato dalla figura dell’investigatore, che appunto a puro lettore è ridotto, non esce più per le strade e non fa che leggere e interrogare dati che gli arrivano sui monitor di 4 pc connessi a “un circuito web con un motore di ricerca speciale” (p. 25) collaborando con i corpi investigativi anziché scartarsene e andare per la propria strada, più spesso controcorrente che seguendola, come in passato; anche il lettore “tradizionale” (lo studioso, il critico, il professore, Renzi) è cambiato: se il primo legge la rete per scoprire, l’altro scopre dalla lettura (sua) di una lettura (di Ida) di un romanzo del passato (L’agente segreto di Conrad) gli indizi per capire cosa è, o meglio: cosa può essere successo. Si legge un testo sempre già letto. Si leggono letture.
Capire è istituire dei nessi, ma per farlo, “è necessario raccontare un’altra storia.  O tornare a raccontare una storia, ma da un altro luogo e in un altro tempo. Questo è il segreto di ciò che c’è da leggere. E questo è quel che la letteratura, secondo Kafka, mostra senza spiegare” (L’ultimo lettore, p. 51).

Si tratta, da lì, sempre, di costruire una trama, anche, ricordando che  “la cosa più importante in una storia è ciò che non si racconta” (Introduzione all’edizione italiana di Respirazione artificiale, p. 8). La stessa trama che si ricostruisce a spezzoni e si racconta qui, con molte interruzioni, come su silenzi e interruzioni sono basati i romanzi di Piglia. “Solo nei film di Hollywood è sbagliato raccontare il soggetto; nei romanzi invece la trama è soltanto una guida, o meglio la mappa di un territorio che si va trasformando mano a mano che procediamo.” (Ivi, p. 9)
Dei libri di Piglia si può, e forse si deve, raccontare la trama, perché una trama non c’è: non solo nel senso che non c’è trama al di fuori dall’atto di riassumerla e raccontarla (o che viceversa c’è sempre, perché non appena si mettono in fila due frasi una trama è già istituita, sia pure come storia possibile), ma nel senso che le storie da lui raccontate, oltre che spesso interrotte, si sovrappongono e si incrociano in vari modi e in punti diversi, e sono a loro volta oggetto di riflessioni e di ricostruzioni che variano da un personaggio all’altro e di cui nessun narratore esterno è in grado di tirare tutti i fili e chiudere il cerchio: spetta ai lettori, non tanto farlo, quanto accostare, cucire, riempire i vuoti, formulare ipotesi, ciascun lettore in modo diverso dall’altro e diversamente a ciascuna lettura: insomma deve raccontare di nuovo la storia, la trama, a sé (e il critico ai suoi lettori). Il famoso inizio di Respirazione artificiale diceva “C’è una storia?”, e continuava: “Se una storia c’è, inizia tre anni fa”. Ma una storia non c’è mai (come non c’è una vita: vedi l’inizio di Solo per Ida Brown: “In quel periodo vivevo varie vite, mi muovevo per sequenze autonome: la serie degli amici, dell’amore, dell’alcol, della politica, dei cani, dei bar, delle camminate notturne. Scrivevo sceneggiature che non venivano girate, traducevo polizieschi...”, raddoppiato dal progetto di Munk, il terrorista che si scopre forse collegato con la morte di Ida di cui si occuperà la seconda parte del romanzo, modellato sulla figura di Unabomber e qui chiamato Recycler, di trascrivere in quaderni separati ognuna delle serie alternative della sua vita, abbandonato quando poi aveva capito che l’elemento interessante non erano le serie ma le loro intersezioni: p. 226), ce ne sono sempre tante quanti sono coloro che leggono  e raccontano: e quindi una storia c’è sempre: non ci sono altro che storie. Il che non significa che non ci possa essere verità, o realtà, o solo esperienza...



Ma un cambiamento è intervenuto anche nello statuto dell’“eroe” centrale del romanzo, che, dice Piglia per voce di Nina, l’ottantenne esule russa vicina di casa amica di Renzi, se in passato è stato l’Avventuriero, e più tardi il Dandy, nel XXI secolo sarà il terrorista, un uomo che “non uccide per interesse personale né per vendetta, [ma] per un’idea, come un filosofo platonico” (123), peraltro già preannunciato nel secolo precedente sia nel cinema che nel romanzo, a partire appunto dal citato L’agente segreto di Conrad, del 1907.

Anche il terrorista, che incarna il secondo elemento che per Piglia assieme all’enigma è costitutivo del romanzo di investigazione: il mostro (l’altro assoluto: scimmione, folle, fuorilegge o solo straniero che sia), è un lettore e uno scrittore alla ricerca di lettori: “il terrorista come moderno scrittore, l’azione diretta come patto con il Diavolo” (p. 129). I suoi attentati possono essere visti come una strategia che può essere riassunta così: “Uccidere delle “persone” per procurarsi lettori” (p. 129). Come sanno tutti i movimenti terroristici, attirare l’attenzione è capitale. “Il terrorismo è propaganda armata, un mezzo di comunicazione come qualsiasi altro” (p. 108). Solo il terrore puro può fare a meno della comunicazione. L’unica comunicazione contenuta nella violenza senza comunicazione, cioè senza che vi sia un interesse che vada al di là della volontà o del piacere di esercitarla, è la violenza stessa; l’unico effetto è il terrore. L’attenzione invece, come ha ben illustrato il filosofo Yves Citton, è la merce più ambita della nostra era caratterizzata dall’ipercomunicazione: e per il singolo (cittadino, compratore, destinatario) spesso è anche l’unico capitale spendibile. La capacità di attenzione è ciò che lo definisce. L’individuo è il soggetto potenzialmente attento, e la strategia più efficace per ridestare questa capacità è eccitare le sue passioni, il desiderio, e più ancora quella più forte di tutte, la paura. (Da notare invece che nel secondo romanzo di E. Vila-Matas,  L’assassina letterata, si racconta il caso di un libro scritto apposta per uccidere il lettore a cui era destinato. Impresa meno ardua di quanto si potrebbe supporre tuttavia, dal momento che di fatto, pur senza volerlo, i libri che trionfalmente ci riescono sono la stragrande maggioranza.)

Il terrorista di Solo per Ida Brown, nominato Recycler da giornalisti e investigatori per il suo modo di agire e i messaggi che lancia, è modellato sulla figura di Theodore Kaczynski, noto come Unabomber, che tra i 1978 e il 1996 realizzò una ventina di attentati negli Stati Uniti, alcuni letali. Nel romanzo, quando viene identificato e arrestato, poco dopo la morte di Ida, si chiama Thomas Munk e come l’Unabomber reale è genio matematico e logico precoce, vincitore di premi prestigiosi e giovanissimo insegnante a Berkeley negli anni ‘60 dove appunto Renzi scoprirà che ha conosciuto Ida Brown. . Come il suo corrispettivo reale, anche Munk si ritira dal mondo a vivere come un eremita autosufficiente al ritorno del fratello Peter dal Vietnam, che poi diventerà scrittore e sarà colui che lo riconoscerà come autore del “Manifesto” da lui inviato a editori e giornali come condizione per cessare gli attentati e lo tradirà. (Il tema del traditore, di ascendenza borgesiana, è costante – sia detto di passaggio – nei libri di Piglia, che lo declina in vari contesti e modi con estrema sottigliezza.)

Il susseguirsi degli attentati senza rivendicazione reclamava una lettura offrendo però solo una debole chiave d’accesso (le buste esplosive, sigle enigmatiche e materiali usati...); ma più questa si rivelava debole, più cresceva, insieme alla necessità di trovarla, il desiderio di sapere, l’ansia della decifrazione: sventare altri attentati ma anche dare un nome, capire, rassicurarsi. Conoscere l’autore. (L’anonimato e la pseudonimia sono uno stimolo irresistibile per la curiosità del lettore, come si sa...) L’autore, e i suoi eventuali complici. Se ne aveva. Cosa molto probabile (e forse Ida era uno di essi, magari involontaria, non del tutto consapevole, senza contare che “in giro ci sono molti gruppi ecologisti che sarebbero stati dispostissimi ad aiutarlo”, p.  202), anche se dopo la cattura tutto sembra essere attribuito al solo Munk, con buona pace di tutti: perché uno psicopatico isolato è un caso clinico; un gruppo, anche limitato, un problema sociale e implicitamente, quindi, l’ammissione di un’imperfezione dell’organismo che per eccellenza si vuole perfetto e catafratto, lo Stato, con i suoi apparati. Si sa che il confine tra dissidenza e malattia mentale è sottile e tutti i poteri tendono a renderlo poroso, anche quando non lo cancellano completamente come fanno i regimi totalitari. Per opporsi al benefattore universale bisogna essere pazzi, o criminali, e quindi l’oppositore va soppresso, o quantomeno, per non smentire la propria umanità, rinchiuso nei luoghi dove possa essere neutralizzato o redento: lager o manicomi. Il potere è ciò che vorrebbe determinare indirizzare senza possibilità di errore l’interpretazione verso la giusta lettura della realtà, la sua; quella che a seconda dei momenti gli serve, senza pregiudizio di eventuali, e di fatto frequentissime, contraddizioni con le precedenti. Cosa impossibile, in realtà, perché anche se non sempre automaticamente avviene, ogni lettura crea la propria realtà, mettendo insieme ciò che ogni testo dice, le strade che ha scelto di non percorrere, e gli altri testi con cui, per ogni lettore, si combina. La critica è dare voce a qualcuna di queste combinazioni. La realtà nasce (deriva) dalla lettura, non la precede. La lettura è l’esperienza che si fa della realtà. Senza racconto, nessuna esperienza. Senza esperienza nessuna conoscenza e nessuna realtà. (Tanto per fare una breve sintesi, abbastanza condivisa ormai. Un bigino.)

L’assassino si nasconde, o confonde, con la massa degli invisibili, dalla quale pure si isola: come essa è composta di anonimi sconosciuto, così egli, nella società di massa e della sorveglianza totale, si rende anonimo, nasconde il suo segreto, che nel caso di Recycler viene poi strumentalizzato alla diffusione delle sue idee: il segreto regge non solo le sue azioni, ma lo Stato stesso contro cui egli si rivolta, uno stato doppio, che è basato insieme sulla proclamazione della libertà e sulla sorveglianza totale, sulla necessità di conoscere ogni segreto temendo però celati i propri, e quindi sfidando chi non vuole esserne complice a cercare di rivelarli e a diffonderli in tutti i modi e con tutti i mezzi possibili: che poi e sta qui la loro forza ma infine anche la loro sostanziale debolezza, cioè la radice della loro sconfitta , sono gli stessi del suo avversario. E così tendono essi stessi a identificarsi. “Il potere politico è sempre criminale”, diceva un personaggio di La città assente (p. 79), come lo è chi lo contrasta. Ma questi ne incarna anche alcuni valori di fondo. Munk, il terrorista, il pericolo pubblico n. 1, è anche “un eroe americano nel vero senso del termine: l’individuo con un’educazione superiore, l’intellettuale di alto prestigio accademico, che sceglie di abbandonare ogni privilegio e si ritira a vivere in un bosco [...e] decide di mostrare che la ribellione è possibile, e che un uomo da solo può mettere in scacco l’FBI” (p. 212), e come tale hai i suoi fan e estimatori nei campus, nell’esercito dei “radicali”, emarginati e “ribelli” che fanno parte da sempre della società americana, e persino in prigione, dove gode della stima di tutti.

Come Munk, anche Ida, “interessata alla tradizione di quegli scrittori che si opponevano al capitalismo da una posizione arcaista e preindustriale. Populisti russi, beat generation, hippy e, oggi, gli ecologisti...” (p. 18), “era una star del mondo accademico” (p. 17), che a modo suo essa terrorizzava e combatteva, non facendo distinzione tra pensare e combattere, “due verbi [che] vanno a braccetto” (p. 18). Pur rimanendone all’interno e godendo dei benefici della notorietà, Ida, da marxista qual era, era consapevole che il mondo accademico non rappresenta il meglio della società, non la osserva e giudica olimpicamente dall’alto e se aspira a cambiarla e/o a guidarla, è solo perché ne incarna alcuni dei meccanismi più profondi: a partire dalla feroce competizione e dalla sottaciuta violenza dei rapporti, che non a caso Recycler, che da quel mondo proviene, alla lettera fa esplodere con i suoi plichi.
“Le università sono i nuovi ghetti, i luoghi di violenza psicologica della modernità. ... Pacifici ed eleganti, i campus sono concepiti per escludere esperienza e passioni ma, sotto la superficie, scorrono ondate di collera intestina: la violenza terribile degli uomini educati (pp. 30-31) (Del resto nemmeno Piglia si risparmia la giusta dose di perfidia, minima, impercettibile a volte, quanto velenosa, sempre con l’accortezza però di farla enunciare da coloro stessi che ne sono i bersagli). “Una giungla più pericolosa delle paludi del Vietnam. Gente intelligentissima ed educatissima che la notte sogna vendette efferate”, come dice Nina (p. 88). Non è quindi sorprendente che questa violenza a volte si riversi anche fuori e che da fuori vi ritorni (vedi il gran numero di stragi nei campus delle high school o dei college, e che praticamente la totalità degli attentati dell’Unabomber di Solo per Ida Brown abbia per vittime docenti o persone che lavorano in campi tecnologici e culturali – 102 “L’elemento che accomunava tutti gli attentati era una busta esplosiva spedita a scholars e studiosi del mondo scientifico e accademico.”)

Ma anche Ida, proprio perché personaggio pubblico, si riservava un territorio di segreto e separazione: “saremo amanti clandestini”, impone a Renzi appena inizia la loro avventura (p. 49). Come se, per vivere, una vita non bastasse, ma ce ne volesse almeno una seconda, o altre ancora. “La doppia vita fa parte della cultura di quel paese”, afferma Renzi (o Piglia? – p. 51). Come se, non solo nell’amore, fosse indispensabile il segreto, nascondersi, riservarsi uno spazio invisibile, anonimo, cifrato, forse proprio in virtù del fatto che la nostra, come ha scritto Riccardo Venturi, “è l’epoca dell’open secret, come l’ha definita Pamela Lee, di un’invisibilità visibile al cuore delle politiche d’informazione, di un segreto che annuncia la sua clandestinità mostrandosi in pubblico”.
Da una parte quindi la clandestinità è impossibile, dall’altra è necessaria: “C’è un’unica via di scampo: restare da soli, in un luogo isolato... questa è l’era degli uomini soli, delle cospirazioni individuali, dell’azione solitaria. Possiamo resistere solo nascondendo i nostri pensieri, mantenendoli invisibili, confondendoli nella moltitudine” (pp. 222-3). Le idee, essendo invisibili, sono “l’ultimo rifugio della ribellione”. Il problema è però che, quanto più queste idee sono forti, tanto più forte è l’esigenza di diffonderle. E diffonderle comporta dei costi. Anche in vite umane. Dice Munk a Renzi che lo va a visitare in carcere: “Ma non deve credere che i morti mi siano indifferenti, proseguì. Sono miei pari, avrei potuto essere uno di loro. Grandi scienziati, mascalzoni fatti e finiti, uomini sensibili... Dimenticavano – o non volevano vedere – le conseguenze dei loro atti. Il male è questo: non farsi carico delle conseguenze dei propri atti. Le conseguenze, non i risultati” (p. 227). Ma non è detto che facendosi carico delle conseguenze il male sia evitato, o redento.

Munk, che nelle sue ricerche si era occupato delle “condizioni necessarie per inferire la verità” (p. 150), non si preoccupa invece di quali saranno quelle relative alle tesi sulla logica distruttiva del capitalismo che lui intende divulgare come se i modi della loro diffusione fossero di nessun conto. Il contro-complotto con cui intende reagire al complotto su cui si basa la società obbedisce alla stessa logica. Scrive Piglia nella Postfazione all’edizione americana di La città assente: “Fiction della paranoia ... La politica entra nel romanzo contemporaneo attraverso il modello del complotto, attraverso la narrazione di un intrigo, anche se tale complotto è privo di qualsiasi esplicita connotazione politica. È sulla forma in sé che si fonda la politicizzazione del romanzo” (pp. 194-5). Nei romanzi di Piglia però la connotazione politica, anche se non sempre marcata, e quasi mai esplicitamente, è quasi sempre presente. In Solo per Ida Brown, tuttavia, lo è, con l’esplicitezza di temi che però non si fissano mai in una verità definita e definitiva.

Perché non solo si deve constatare, come diceva Maggi in Respirazione artificiale, che “un uomo solo fallisce sempre”, ma ciò che ci si deve chiedere è “a cosa serve o al servizio di cosa è questo scacco individuale”. Il romanzo è uno dei modi per farlo. Piglia, in questo libro come negli altri, usa eventi o figure derivati dalla storia e dalla cronaca e li mette alla prova della varietà dei punti di vista e delle possibilità immaginative (e formali) che solo la finzione, e la sua verità, offrono.
Anche quando si riferisce a figure, documenti (libri e giornali) o eventi reali, Piglia si prende sempre la libertà di inventare, a seconda di ciò che è funzionale a quanto sta scrivendo. Quando mette in scena figure storiche, non è per ancorare ciò che narra alla realtà, ma al contrario perché solo attraverso l’invenzione il reale, anche quello storico, diventa comprensibile, e forse addirittura viene prodotto: nel senso che se ne fa esperienza e solo l’esperienza rende percepibile e conoscibile, cioè reale, ciò che accade, il mondo.
Alla figura storica, senza contraddire quanto si sa di essa e di ciò che ha fatto e scritto, e spesso proprio utilizzandone alcuni elementi, vengono attribuite parole e azioni che avrebbero potuto benissimo dare o dire, se solo si fossero trovati nelle circostanze descritte  nel testo e/o la loro vita a un certo momento avesse scartato anche solo di un grado in altre direzioni o mondi possibili, non come ipotesi controfattuali, ma come segmento di una vita che peraltro sarebbe rimasta identica a quella che conosciamo, ma ricevendone una nuova luce e un di più di conoscenza. (Un esempio è la frase del diario di Kafka a partire dalla quale, in Respirazione Artificiale, l’esule polacco dice di aver scoperto un incontro dello scrittore in un caffè di Praga con un giovane esaltato che poi diventerà il Führer e che segnerà in modo decisivo la sua produzione successiva, il mondo che in essa prenderà forma e la Stimmung che la pervaderà...)
La verità della finzione è più importante della fedeltà alla realtà. La verità, semmai, si può pensare di perseguirla solo attraverso la fedeltà alle regole della finzione, a dove conducono le storie con le loro sospensioni, i loro buchi, segreti o semplicemente cose non dette, che ne costituiscono peraltro l’aspetto più importante. L’enigma non è solo quello che i personaggi cercano di rivelare, ma soprattutto quello che circola nelle storie tra i segmenti e le versioni che le costituiscono, e più ancora quello che, mai chiarificabile del tutto, e forse nemmeno definibile, le costituisce, e con loro la realtà che in esse prende forma, la conoscenza che ne abbiamo e l’esperienza che ne facciamo. Come viviamo, insomma.


Nota di lettura
I libri di Ricardo Piglia sono equamente suddivisi tra Feltrinelli (Soldi Bruciati, trad. it. Pino Cacucci, Guanda 2000, e ora Feltrinelli 2008; L’ultimo lettore, trad. it. Alessandro Giannetti, 2006; Bersaglio notturno, trad. it. Pino Cacucci, 2011; Solo per Ida Brown, trad. it. di Nicola Jacchia, 2017) e le edizioni Sur (Respirazione artificiale, trad. it. Gianni Guadalupi, 2012; La citta assente, trad. it. Enrico Leon, 2014; e i racconti, L’invasione, trad. it. Enrico Leon, 2015). Da segnalare anche l’importante saggio “Romanzo e complotto”, in Nuova prosa, N. 46, marzo 2007, Greco&Grecoeditori. Il sito di Sur (http://www.edizionisur.it/) è ricco di testi, testimonianze e interviste di e sull’autore argentino. Numerosi e di grande interesse sono i filmati di interviste e trasmissioni televisive reperibili su Youtube.
Il “Manifesto” di “Unabomber” Theodore Kaczynski, La società industriale e il suo futuro, è stato tradotto per Stampa Alternativa ed è reperibile in rete qui: http://www.serialkiller.it/public/contenuti_documenti/Il_manifesto.pdf
Per L’agente segreto di Conrad si veda la trad. di Richard Ambrosini, Mondadori, 2010, con un saggio di Virginia Woolf. Del capolavoro di Witold Gombrowicz, Cosmo, è appena uscita per Il Saggiatore una nuova traduzione di Vera Verdiani, a cura di Francesco Cataluccio. Dei testi di Yves Citton vedi soprattutto Pour une écologie de l’attention (Seuil, 2014). L’assassina letterata, di Enrique Vila-Matas, del 1977, è stato tradotto da. E. Pagani, Voland, 2004. La citazione di Pamela Lee è contenuta in un articolo comparso su Artforum, maggio 2011, citato da Riccardo Venturi in Il corpo di internet. L’arte di Trevor Paglen, di prossima uscita su doppiozero.com.