26/07/16

Non voglio essere qui



Il becchino se la prende comoda. È un uomo allegro e paradossale che per stupire i visitatori, se sta facendo uno spuntino, non disdegna di catturare qualche insetto di stagione e di alloggiarlo tra la pancetta e il panino, che poi morde e mastica con gusto spropositato, condendo con amenità cloacali l’esibizione, gratuita peraltro. In privato pare che sia peggio: si sforza di fare il buon padre di famiglia. Infatti i suoi figli, per far dimenticare di chi lo sono, sono tutti i primi della classe. Adesso, mentre lavora col suo assistente, un succubo giulivo raccattato dalla pubblica amministrazione nel parentado di qualche consigliere comunale, fatica a reprimere una canzonetta i cui resti affiorano di tanto in tanto alle sue labbra contornate di sudore. Poco discosto l’ufficiale sanitario discute dell’ennesima figuraccia della nazionale di basket col maresciallo dei carabinieri, che continua a togliersi e a rimettersi il cappello sotto il sole, mattutino sì, ma di luglio. Inutile dire che non capiscono un’acca. Per questo, e perché non possono alzare la voce e azzuffarsi, infarciscono le loro scempiaggini di termini tecnici in ragione inversa all’effettiva comprensione: è l’ultima risorsa dei cretini. Di quelli educati, beninteso.
Qua e là i rari visitatori (il solito gruppetto di vedove che, eleganti, splendenti di una seconda, ben più felice giovinezza, si danno appuntamento al cimitero, a due a due o a tre a tre, per poi chiudere la mattinata in qualche bar; un ragazzo che smette di piangere non appena ci vede; due gemelli adulti che stanno portando dei fiori appassiti all’angolo della spazzatura) ci squadrano da lontano, indecisi se far prevalere la curiosità o la discrezione. L’oggetto della curiosità sono io, che vivo in città da più di vent’anni e, pur tornando spesso a casa di mia madre, non mi faccio vedere molto in giro. Forse qualcuno mi riconosce, o deduce chi io sia dalla tomba davanti a cui mi trovo.
Io non voglio essere qui. Mi hanno detto che la mia presenza era necessaria, che almeno un famigliare doveva assistere all’esumazione, e dietro le insistenze adeguatamente spruzzate di lacrime e preghiere di mia madre e mia sorella, che adoro, preferibilmente da lontano, sono venuto io; ma non volevo venire, e adesso che sono qui, ancora non voglio. Mia madre e mia sorella sovrintendono alla tomba chiusa, io all’apertura; loro alla normalità, al rito attossicato dal vizio pressoché quotidiano di mezzo secolo ormai, io all’effrazione. Così è stabilito, e io mi adeguo come meglio posso, costante nell’incostanza, schiacciato dalla leggerezza dell’assenza di vincoli evidenti che ha finito per appesantire anche i miei lineamenti una volta belli e questo corpo, che porto in giro come un pacco postale lasciatomi in deposito da qualcuno che poi non si è fatto più vedere, un povero corpo che non ha mai danzato.
Mentre becchino e aiutante si godono un po’ di fresco nella tomba della mia famiglia prima di estrarre la cassa dal suo alloggiamento e di metterla su due cavalletti previamente calati fino al pavimento, penso alla donna che avrei dovuto incontrare questa sera se non avessi rinviato l’appuntamento, e penso anche che avrei potuto rispettarlo, se avessi voluto, tanto le pratiche non dureranno a lungo; ma adesso non vorrei essere nemmeno con lei. Non voglio essere da nessuna parte. Mi sento, come mi capita spesso, ma con più forza, quasi che tutto (tutto cosa?) si fosse concentrato nelle mie membra aumentandone la densità senza lasciare spazio a pensieri o emozioni, come uno che si muove incessantemente tra nessun posto e nessun altro e non fa assolutamente nulla se non non essere da nessuna parte, o quanto meno volerlo.
Sto in silenzio e guardo il sudore tra i peli che coprono persino le spalle al becchino, che adesso si è tolto la maglietta e sfoggia una canottiera traforata di un bel colore arancione: sta passando due cavi sotto la bara e nelle quattro maniglie laterali e ne getta le cime all’aiutante che è già risalito. Poi con un salto si aggrappa al bordo marmoreo della tomba e risale anche lui tirandosi su a forza di braccia senza usare la scaletta appoggiata alla parete. Qualche vedova e i gemelli hanno fatto alcuni passi nella nostra direzione ma si tengono ancora a prudente distanza. Allungano colli da fenicotteri e ne assumono con disinvoltura le espressioni. Si vede che ci sono portati. Meglio guardare il collo dei due uomini che stanno estraendo la bara con movimenti rallentati e sincronizzati, per non farla cadere e scoperchiare prima del tempo.
Scommetto che al becchino non dispiacerebbe (e forse nemmeno a me, dal momento che me n’è venuto il pensiero), ma la professionalità prima di tutto. Si volge verso di me come a chiedermi di dare una mano nel momento decisivo, quello del passaggio dal vuoto della tomba al cemento antistante, ma io fingo di non accorgermene e sto a guardare come se la cava. Voglio proprio vedere se ti viene ancora da canterellare, adesso. La bara si piega di lato, ma prima che scivoli giù i due uomini riescono ad afferrare le maniglie alle estremità e la issano con delicatezza, nonostante il peso, fino al carrello che aspetta sul vialetto, evitando la sosta sul cemento. Il becchino mi lancia un’occhiata, ma io mi sono già voltato verso il medico e il maresciallo che hanno da poco deciso di concedere una pausa alle rispettive intelligenze. I curiosi hanno preso coraggio e ora sono a una decina di metri. I loro grugni stanno cercando espressioni più consone alla circostanza. Ci riescono benissimo: ora sono passati alla classe degli scifozoi. Posso vedere i muri del cimitero attraverso di loro, pur ammirandone la forma cardinalizia, decorativa come la danza macabra sul muro d’ingresso. Più si avvicinano allo stato minerale, meno gli uomini sono repellenti.

Seguo la bara fino alla camera mortuaria, dove verranno tolte le viti e il coperchio verrà alzato. Non credo che ci saranno saldature da dissigillare; non ho chiesto, non voglio sapere. Devo riconoscere la salma di mio padre che non ho conosciuto. Io almeno una scusa buona ce l’ho: è morto che ero ancora in fasce. Un sollievo, in fondo; col tornaconto di un periodico rimpianto che mi fa sentire più buono. Lo posso amare da lontano, senza lo scoglio della realtà, anche se a volte ascrivo la mia debolezza al fatto di non aver dovuto lottare con lui. Ma no! Non faccio altro da tutta la vita, come se fosse mia la colpa che lui si è tolto di mezzo prima. Non c’è scampo. Penso ai figli del becchino. Mi rifiuto di pensare a quelli dei due ufficiali.
Di mio padre ho visto solo qualche fotografia, e per lo più di sfuggita, perché le mie due donne, quando le sorprendevo assorte nel loro passatempo preferito, sfogliare l’album di famiglia, si sono sempre affrettate a nasconderlo per evitare i miei sarcasmi, quando non le mie sfuriate. Sono cattivo. Meno di quanto vorrei tuttavia. Adoro la perfidia, ma poiché sono affetto dalla terzana di una coscienza che inclina a imbrattarsi quando meno dovrebbe (press’a poco sempre), ne faccio un uso strettamente privato, riservandola quasi con tenerezza ai miei famigliari, come un privilegio di cui purtroppo di rado si dimostrano all’altezza. A scanso di equivoci, quindi, ho sempre interrotto le loro storie. Non sopporto l’elegia, disprezzo il tormento; e se della sua assenza, di mio padre intendo, mi sono cibato per tutti i miei cinquant’anni, ho almeno la consolazione che è stata totale. E adesso dovrei vedere quel che resta di lui, come una vendetta postuma e l’incarnazione, si fa per dire, dei rimproveri taciuti di mia madre e di quella poverina di mia sorella. Anche per me è venuto il momento di pagare il fio (loro parlano così; non rinunciano al tono, loro; non si sminuiscono come faccio io, che nascondo persino i miei titoli). Dovrei specchiarmi nella sua polvere, raccogliere commosso i brandelli del suo vestito funebre, misurare i frammenti delle sue ossa, al più qualche ciocca di peluria, fibre di cartilagini, centimetri quadri di pelle rinsecchita. Infine di mio padre non avrò conosciuto nemmeno il cadavere che per tutta la vita, secondo le regole, mi avrebbe abitato e eroso. Di questa giornata non potrò ricordare che i volti delle persone che mi accompagnano, i loro gesti, il sudore dei loro crani e le loro parole senza sordina. Ben mi sta.
Si sta bene nella fresca penombra della camera ardente, anche se preferirei che accendessero la luce, perché già che ci sono, quello che c’è da vedere lo voglio vedere chiaro. Senza accorgermi accendo una sigaretta: è un miracolo che abbia resistito tanto. Gli altri, incapaci di imitarmi, mi guardano storto, ma io non la spengo. Essendo la camera spoglia, deposito la cenere nella mia sinistra piegata a coppa, quasi rattrappita, come quelle che popolano, come un marchio troppo evidente, infinite foto di guerra. Giunto al filtro, apro la porta e la getto assieme alla cicca ancora accesa tra i sassi. Il capannello dei curiosi mi spia da lontano. Alzo la testa nella loro direzione anch’io, quel tanto che basta per sostenere la loro riprovazione ma non per decifrare eventuali nuove metamorfosi. Non li voglio vedere. Voglio che si sappiano visti mentre mi guardano, ma non voglio vederli. Penso alle ascelle delle vedove, alle ascelle senza le vedove, poi all’odore senza le ascelle. E poi ancora all’odore che esalerà dalla bara aperta.
Ma quando rientro il coperchio è già stato tolto e di odore non ce n’è. Non c’è nemmeno profumo, per fortuna. Sento esclamazioni di meraviglia che sfuggono dalle bocche aperte dei tre uomini e dello scimunito (o dell’uomo e dei tre scimuniti; o dei quattro scimuniti e basta). Li vedo agitarsi, e l’aiutante che quasi mi travolge correndo verso la porta. Mi volto e chiudo a chiave. Quindi mi dirigo alla bara, mentre i tre rimasti, ora in un silenzio assoluto, mi fissano con sguardo sospeso, in attesa delle mie reazioni. Non ne vedranno, non voglio dargli nessuna soddisfazione.

Il cadavere dell’uomo nella bara è intatto. Ha i capelli, i baffi e il pizzetto ben pettinati, i vestiti senza una piega, le scarpe lucide sui piedi ben allineati. Due anelli gli stringono leggermente gli anulari delle mani intrecciate sul ventre. Solo la pelle ha una sfumatura grigia di troppo, ma forse è colpa della penombra. È un uomo di trent’anni, ma come gli uomini di trent’anni di una volta, che sembravano un po’ più vecchi della loro età. Potrebbe essere mio figlio; ed è come tale che lo guardo. Mio padre è mio figlio, l’ipotetico figlio che non ho voluto, e per questo non mi interessa. Sono meno curioso che se lo avessi trovato sbriciolato. Mi irrita questo suo fare il fenomeno anche da morto, secondo l’esecrabile abitudine dei padri morti giovani. Ma io non voglio irritarmi.
Piego la testa e chiudo gli occhi per respingere l’ira. Gli altri lo interpretano come una richiesta di restare solo e scivolano via ansiosi di non arrivare secondi a divulgare il portento. Hanno per lo meno l’accortezza di accostare la porta. Mi giro e la richiudo a chiave. Il movimento improvviso mi distoglie per un attimo dal controllo dell’ira, che ne approfitta per imboccare qualche scappatoia laterale e farmi perdere le sue tracce. La ritrovo troppo tardi, quando ormai ha potuto defluire in vasi secondari sconosciuti e da lì diffondersi fino a quelli periferici, nutrendosi per strada con tutto quello che incrociava e trasformandosi in furore. Sento il furore strisciare e corrodermi come una cancrena che mi fa marcire dall’interno; i vestiti si afflosciano su di me impregnati del liquame che mi abbandona, le ossa si sfarinano, i tendini si sfilacciano, i denti cadono e il cervello trova infine la sua esatta dimensione: esattamente niente.
Intanto fuori si devono essere radunati tutti i visitatori del cimitero, forse se ne sono aggiunti altri, senza dubbio avranno già telefonato a mia madre e mia sorella. Li sento vociare, chiamarmi. Qualcuno batte i pugni sulla porta. Scorgo in un angolo un tavolino con tutti i documenti da compilare, senza accendere la lampada individuo lo spazio per le mie firme, cerco una biro nella tasca interna della giacca, ne esce una rossa, va bene lo stesso, firmo diligentemente tutte le copie. Per me, possono scrivere quel che gli pare. Firmare mi fa bene. Quando ho finito, posso dirigermi verso la porta e andarmene.
La apro con uno scatto secco e senza dire una parola mi fermo davanti alla folla che si accalca fuori. Guardo quelli più vicini, non rispondo a domande né a saluti, aspetto che mi facciano spazio per passare. Le voci si abbassano, ma non cessano; qualcuno comincia a spostarsi, poi altri, finché si apre un varco sufficientemente ampio. Non voglio sfiorare nessuno. Aspetto ancora e infine mi dirigo verso la mia macchina. Non passerò da casa, non aspetterò le mie donne. Ne intravedo da lontano le sagome in fondo al viale d’ingresso, ma il motore ha già preso velocità. Passo loro accanto, le saluto e faccio segno con la mano che telefonerò. Ma non voglio farlo. Telefonerò invece per tentare di ricombinare l’appuntamento. E perché non dovrei riuscirci? Cosa vuoi che abbia da fare quella là? E comunque ho un sacco di cose da fare anch’io.

23/07/16

Dormire sotto le stelle (ricordi di copertura 4 o 5, o 6, boh)




Da giovane ho dormito tante volte sotto le stelle. Erano gli anni in cui si poteva ancora fare l’autostop o girare con qualche macchinino, il sacco a pelo e la canadese, sopravvivendo con poco o niente e fermandosi dove si voleva, in campeggio libero o semplicemente gettando il sacco a pelo per terra senza nemmeno montare la tenda. In riva al mare o al Danubio, sul Gargano o nella Foresta nera, tra le vigne del Reno o gli uliveti della Puglia, in un campo di grano appena tagliato (giusto per provare: altamente sconsigliabile), o ovunque ci fosse uno spazio aperto, con la nuda terra sotto e l’universo sopra, per dirla con una canzone di Cat Stevens, a guardar le stelle. Il cielo notturno che ricordo con maggiore vivezza è quello che ho visto sulla Sila, o comunque nella Calabria interna, nell’agosto del 1969. Avevo diciott’anni e stavo girando il Sud Italia senza patente, solo con il foglio rosa, con la mia Bianchina: un gruppo di amici e amiche con tre-quattro utilitarie, decidendo soste e percorso man mano che ce ne veniva l’estro, senza discutere (andava bene tutto: c’era tutto da scoprire; l’anno dopo avremmo litigato quasi ogni giorno; poi non ci saremmo visti più: ma proprio più, senza astio né rimpianti).
La sera prima ci eravamo fermati a dormire in quello che poi si sarebbe rivelato il greto di un torrente in secca in Lucania, poco accosto a una strada ampia, appena asfaltata, percorsa da nessuno (tanto che potevamo lanciarci un pallone da un finestrino all’altro stando in due o tre auto una accanto all’altra anche sulla corsia opposta), che correva parallela al litorale, ma non sapevamo quanto: lo avremmo scoperto il mattino dopo, quando, appena svegli, qualcuno aveva attraversato un boschetto vicino e si era ritrovato su una lunghissima spiaggia sulla quale, sembra inventato, sarebbe passato solo un tizio a cavallo un’ora dopo e poi, fino alla nostra partenza, più nessuno. Poi ci eravamo inoltrati tra i monti della Lucania, fermandoci in un posto dove c’era una fonte di pietra alla quale ci avrebbe poi raggiunto un contadino, il padrone del terreno, che si sarebbe fermato a chiacchierare a lungo con noi, come con una specie aliena, offrendoci della frutta; e infine ce n’eravamo andati verso la Calabria, sempre avanti, fatto il pieno nel tardo pomeriggio, salendo tra strade di montagna senza illuminazione, sperando di incontrare una trattoria o una pizzeria (sì, pensavamo proprio a una pizzeria), senza trovarne nessuna, e anzi a un certo punto senza incrociare più nemmeno un paesino, o un agglomerato di case, qualche segno umano... e decidendo di fermarci in mezzo a quel deserto non abbiamo mai saputo dove, su un prato curvo fuori da un bosco, qualcosa che ci parve la cima spelacchiata di una collinetta, e di mangiare lì quello che avevamo di scorta, scatolette, frutta, e forse, ma non lo posso giurare, facendo la pastasciutta con un fornelletto da campo.
Qualcuno intanto montava le tende, anche se la notte nonostante l’altezza era tiepida; poi, mentre si mangiava, con attorno tutto quel buio e quel silenzio interrotto da qualche verso o rumore ogni tanto, o fruscii e lamenti che sembravano ululati, di lupi, come no?, qualcuno ha cominciato a raccontare storie di paura prese dai libri che aveva letto o da qualche film, o abborracciate lì sul momento. E così abbiamo continuato dopo cena, spente le pile, non ricordo se con qualche sigaretta accesa ma direi di no, perché mi pare che nessuno di noi fumasse (possibile?), fino a notte inoltrata, sdraiati sui sacchi a pelo fuori dalle tende, o direttamente sull’erba, con tutto quel cielo infinito sopra e nient’altro.
Le ragazze fingevano di avere paura e si stringevano al loro vicino, casuale o preventivamente scelto; alcune forse avevano paura davvero (erano un po’ sceme) e qualcun altro continuava a raccontare, a inventare, spinto dalle reazioni degli ascoltatori, con accanto nessuno. Finché tutto non è finito, alcuni sono entrati in tenda, altri si sono inoltrati nel buio e qualcuno è rimasto lì a guardare le ombre nere degli alberi e delle montagne attorno, e tutte quelle stelle, tantissime, come raramente ne avrebbe viste poi nella sua vita, lontanissime e vicinissime, che sembravano davvero pioverti addosso, avvolgerti con la loro luce, come a trasfigurarti nel buio, incantevoli, meravigliose, come le stelle sono sempre.

16/07/16

Una foto inedita di Perec (1993)



Gli ultimi mesi del ‘74 li ho vissuti a Parigi. C’ero andato per completare la mia tesi su un filosofo che allora insegnava all’Ecole Normale Supérieure. Abitavo in un alberghetto di Rue de la Tombe Issoire, nei pressi della Città Universitaria dove avevo tentato inutilmente di sistemarmi, con la speranza che si liberasse un posto. Era la prima volta che andavo a Parigi e non conoscevo nessuno, non mi ero procurato nessun attestato dalla mia Università né mi ero premunito in alcun modo: avevo solo l’indirizzo dell’amica di un conoscente che tuttavia non avevo cercato per paura di disturbare.
Ero solo, ma non mi pesava. Già essere a Parigi mi sembrava un sogno e in più ero riuscito a procurarmi una tessera per trenta ingressi alla Biblioteca Nazionale, un sogno nel sogno per me. Non sentivo il bisogno di niente e nessuno. Passavo le mie giornate nella sala periodici della Nazionale o alla Biblioteca dell’Arsenale, per non consumare troppo in fretta la tessera e perché mi piacevano l’ambiente, i tavoli e le sedie, anche se meno dell’anfiteatro della sala periodici, nel quale tuttavia, prima di riuscire a concentrarmi e lavorare, dissipavo troppo tempo, o così mi sembrava, in fantasticherie improduttive.


Il mio piano giornaliero prevedeva un minimo di dieci ore tra studio e letture di contorno; il resto del tempo, poco come è facile immaginare, lo occupavo a visitare i musei e la città o alla Cineteca, dove c’erano sempre bei film a basso prezzo. Ricordo che ho avuto la fortuna di incappare in una rassegna completa su Buster Keaton e che una volta ho persino saltato il seminario in cui mi ero intrufolato all’Ecole Normale pur di non mancare un film mai visto prima. Ricordo di non essermi sentito in colpa: più che una bravata mi era parso un atto dovuto.
Ho così passato un mese senza quasi scambiar parola con nessuno, se non per ordinare al bar o in negozio. Ero solo e non mi pesava: c’erano i libri, i musei, il cinema, e c’era soprattutto la città che ispezionavo senza metodo, a seconda dell’estro, tralasciando interi quartieri e ritornando più volte in altri, anche senza motivo, o solo perché in certe strade o piazze era più bello camminare e alzare gli occhi verso il cielo. Così mi è apparsa subito Parigi: una città dove il cielo è presente e ti chiama, dove hai spesso voglia di alzare gli occhi e ogni volta sei esaudito.
Di solito tenevo in cartella una macchina fotografica con la quale fissavo, senza intenzioni artistiche, i particolari o i luoghi che mi attraevano per qualche motivo che però subito dimenticavo. Forse pensavo di utilizzare le foto per scrivere qualcosa in futuro, magari un romanzo, ma ogni volta che mi sono capitate tra le mani in seguito, le ragioni che non mi mancano mai per denigrarmi hanno segnato un nuovo punto sul mio personale cretinometro. E sì che di ogni scatto segnavo su un quadernetto data, ora e luogo ed altre eventuali notizie, che poi ho trascritto sul retro di ogni foto, ma nemmeno queste sono mai bastate a ravvivarle o a corroborare di qualche ricordo la loro banalità.
Le ho riprese qualche giorno fa dopo aver letto alcune descrizioni di Georges Perec di luoghi parigini che io stesso avevo fotografato proprio nello stesso periodo. Chissà, senza saperlo forse avevo fotografato anche Perec, che allora mi era del tutto ignoto; nel qual caso è probabile che io stesso compaia in qualcuna delle sue descrizioni. Verificherò.


Ed ecco infatti la foto di una piazza con in primo piano la terrasse vetrata di un caffè con alcuni avventori ai tavolini, tra i quali uno che scrive: un uomo con la capigliatura e la barbetta molto folte, sembrerebbe. Sembrerebbe proprio Perec, ma non mi viene in mente niente. Non c’è da stupirsi: quando penso a me, di solito non mi viene in mente niente. Meglio così del resto. Non provo nessun piacere a ricordare, né nostalgia per i ricordi che non ho. Non ne ho bisogno, come lo stolido che poggia su un terreno sicuro, che sa, o crede di sapere, chi è e dove è, oppure che non lo sa e nemmeno si cura di saperlo. Quando ricordo qualcosa non sento niente di particolare. Tempo perso. Dimenticare è di molto preferibile, apre spazi a ciò che c’è e che viene, stura la testa. Non mi sento mai così bene come quando sono vuoto.
Guardo meglio la foto. Dietro c’è scritto: Place Saint-Sulpice, 18 ottobre 1974, ore 14,30, tempo nuvoloso, Fontana dei Quattro Vescovi (o Oratori), sudamericani, Quiroga (o Figueroa). È una giornata grigia, eppure la luce della foto è decente, i vari particolari abbastanza netti nonostante l’abbia fatta ingrandire. Un caso.
I sudamericani dovrebbero essere il gruppo che sta discutendo animatamente presso la fontana, sulla sinistra. Sono tutti rivolti verso un uomo sulla quarantina, di media statura, capelli neri ondulati, zigomi forti, bocca sottile, che interpellano con insistenza. «E tu, Quiroga, che ne pensi?» «Hai visto o non hai visto, Quiroga?» O si chiamava Figueroa? Sì, Figueroa, credo. «Perché non dici niente, Figueroa?» Ma lui, Figueroa, o Quiroga, li guarda tutti, uno per uno, a sua volta con uno sguardo interrogativo, e tace, non si capisce se con aria smarrita o intelligente. Sembrano sempre così intelligenti quelli che tacciono.
Forse però, a pensarci bene, non faceva nemmeno parte del gruppo questo Figueroa, o Quiroga che fosse; forse non era nemmeno un sudamericano, ma un semplice passante interpellato lì per lì, e quindi è improbabile che si chiamasse Figueroa o Quiroga. Sta di fatto che non rispondeva. Fosse stata scattata qualche istante dopo, probabilmente non sarebbe comparso nella foto: ha infatti le gambe divaricate di chi sta per partire; il gruppo sì invece, perché alcuni stanno appoggiati, in sosta, alla grande fontana al centro della piazza e altri la guardano come cercando anche un solo motivo per ammirarla, tanto più che al momento è completamente asciutta, mentre il grosso si attarda nella discussione con la tipica gestualità dei sudamericani, varia e plateale come in certe Deposizioni padane.


Nella piazza, attorno alla fontana e in sosta presso i marciapiedi, si scorgono un autobus, un taxi e sette automobili, cinque di marca francese, una tedesca e una giapponese, tre di colore bianco, due rosso, una blu e una verde mela (una due cavalli, piuttosto malandata, come prevedibile).
La grande chiesa di Saint-Sulpice non compare e poco si distingue anche dei palazzi ottocenteschi che fiancheggiano la piazza: un portone e qualche finestra che sbucano tra gli spazi non coperti dalle macchine, dalla fontana, dagli alberi (robinie? Improbabile, anche se mi piacerebbe, non tanto perché le ami, quanto per l’aria di casa che avrei respirato guardandole) e dalle persone. Di queste ultime, oltre al gruppo dei sudamericani, si intravedono due signore dal soprabito beige che passeggiano conversando, un uomo che sta entrando in un bar e un altro, anziano, che porta a passeggio un cane fulvo di taglia media e razza incerta che tende il guinzaglio quasi stia correndo, ma trattenuto dal braccio sinistro del padrone che ha il destro piegato verso la bocca, nel gesto del fumatore. Ma la foto, pur ingrandita, non permette di vedere né la sigaretta né la nuvoletta del fumo. Son sicuro che ha preso la scusa della passeggiata del cane per uscire a fumare in pace evitando le solite, infallibili tirate della moglie su cancro e cattivi odori emicraniofori. Il guinzaglio sostituisce la corda con la quale avrebbe voluto strozzarla.
Il lato destro della foto è occupato appunto dalla vetrata della terrasse di un caffè, dietro la quale si possono individuare alcuni avventori seduti ai tavolini e più in particolare l’uomo che scrive, il presunto Perec. È la parte più interessante della foto, non solo per colui che la nobilita con la sua presenza, ma anche perché, essendone quasi certamente la vera anche se inconfessata ragione, è rivelatrice di alcuni tratti poco edificanti del fotografo. Questi infatti non ha avuto il coraggio di fotografare direttamente le persone (la persona) sedute all’interno del caffè e ha finto di essere attratto dalla piazza, o meglio: dalla fontana e dal gruppo dei sudamericani, tanto da nominare soltanto essi nel suo quaderno quasi a voler convincere anche se stesso, lasciando ai margini, come per un errore tecnico, ciò che veramente gli interessava. Il fotografo si rivela dunque come un individuo pudico sì all’apparenza, ma per malafede, un essere obliquo e pusillanime, propenso alla menzogna e che tenta invano di metamorfosare la difesa in autocelebrazione: il classico egocentrico che si serve degli altri quanto più mostra di disinteressarsene, ma stupido nella misura in cui è certo che gli altri non se ne accorgano; un megalomane in minore, del tutto sprovvisto di forza e potere propri e che tuttavia non intende rinunciare alla parte che gli sarebbe dovuta e che quindi arraffa quel che può, anche di nascosto... No, no, è tutto falso, io non sono così... Io sono buono e gentile... Sono un ingenuo io, uno che si lascia manovrare a cuor leggero perché così sono tutti più contenti, chiedetelo in giro.
Dietro la vetrata si vedono quattro tavolini, uno libero e tre occupati. Ai lati di quello libero ci sono due sedie thonet; sul piano di formica contornato da un cerchio di metallo, una zuccheriera a beccuccio e un portacenere. Ai due tavolini in primo piano sono accomodati rispettivamente un giovane occhialuto e cappelluto che legge fumando una sigaretta e una coppietta, lui che con entrambe le mani tiene la sinistra di lei cercando il suo sguardo, lei che piega la testa alla propria destra verso l’altra mano che fruga nella borsetta.
E poi c’è, seduto a un tavolino in secondo piano e rivolto verso la piazza, ma di tre quarti nella foto, quest’uomo dalla barbetta a trapezio e dai capelli folti che si allargano sulle tempie come in due ali lanose, intento a scrivere su un quaderno tascabile: il tipico artistoide che scrive in pubblico incurante della gente che passa, di cui, a Parigi, è dotato ogni caffè degno di questo nome. Lo comprano con l’arredamento, a forfait. Nei casi più fortunati sono delle belle ragazze che comunicano per lettera o annotano su un’agenda, a mo’ di diario, le strabilianti esperienze che questa città fascinosa dispensa prodigale ad ogni animo sensibile (e quale animo non lo è?), e allora ci si ferma volentieri ad ammirare l’exploit creativo: a volte ci si mostra tanto interessati da chiedere approfondimenti, ma in genere si viene respinti, sia pure con cortese fermezza, come dei pappagalli importuni. Un rischio che si corre volentieri, tuttavia, per amore dell’arte.

Lo scrivente in oggetto, con la sua bizzarra architettura cheratinosa e l’abbigliamento volutamente trasandato, incarna perfettamente l’idea che dell’intellettuale può avere il barista parigino medio: se ne deduce che sarà persino stipendiato. Di sicuro mi sarò fermato a contemplarlo con la supponenza intenerita di chi invece sa cosa fanno e come e dove lavorano i veri intellettuali (alla Nazionale per esempio). Da principio avrò finto di manco vederlo, nell’atteggiamento sospeso di chi scruta in un bar per misurarne l’ambiente e il servizio prima d decidersi ad entrare: nell’occhiata panoramica gli avrò riservato la stessa attenzione e lo stesso tempo, forse con una sosta impercettibile in più, che al mobilio salvo poi ritornarvi, come per effetto di una sorpresa ritardata, attento a voltarmi immediatamente verso la piazza al suo primo accenno di curiosità o fastidio. Poi avrò deciso di scattargli una foto senza farmi notare, e per questo mi sarò allontanato di qualche metro alle sue spalle nella via d’angolo, lungo la curva che anche la vetrata compie, fingendo di cercare la migliore prospettiva per inquadrare la fontana e i sudamericani, e avrò scattato, impaziente per il passaggio di un paio di autobus e con una crescente agitazione che Perec non avrà potuto fare a meno di notare, la foto che sto narrando. Infine avrò deciso di attraversare la piazza ma, giunto davanti all’ingresso del caffè, mi sarò arrestato come per un’ispirazione, o una necessità, improvvisa, ma di fatto per dimostrare l’infondatezza degli eventuali sospetti del mio osservatore osservato, e, mi conosco bene, spinto da una forza leggera quanto irresistibile, e dandomi dell’imbecille mentre provavo a convincermi di agire per libera scelta, avrò di sicuro cercato di entrare nel bar tirando la porta invece di spingerla.
Nel bar mi sarò seduto lontano dal tavolino dell’artistoide, in una posizione un po’ defilata dietro di lui dalla quale poterlo spiare con agio, magari a qualche specchio, e, ordinato un caffè, avrò preso il mio quadernetto per annotare i dati della foto appena scattata. Eseguito il compitino, mi avrà preso il desiderio di scarabocchiare qualcosa per il semplice fatto di avere la stilo in mano e, senza accorgermene, avrò cominciato ad enumerare tutte le altre cose e persone visibili nella piazza. Avrò scritto: un uomo col cappotto blu, un autobus, il 96, piccioni che vanno e vengono, un poliziotto immobile che legge qualcosa, altre persone che leggono camminando, due suore che scendono da una Peugeot blu che subito riparte, un uomo che cammina col naso in aria, un giovane che disegna sul marciapiede una specie di V, un prete in clergyman, un taxi da cui scende un altro prete, un giapponese che fotografa l’interno del bar (forse proprio lo scrittore, forse me), un altro autobus con dei bambini che guardano fuori dai finestrini, un camion blu, una signora elegante con una borsa di plastica...
Nel frattempo avrà cominciato a cadere la pioggia, i vetri si saranno appannati e io avrò visto con chiarezza ormai soltanto la vetrata, la gente nel bar e nient’altro. Le persone e le cose enumerate sul quaderno si saranno trasformate in sagome confuse senza relazione le une con le altre e io stesso avrò cominciato a percepire la distanza che mi separava da loro, da loro come dagli avventori del bar, nessuno escluso, e allora mi sarò alzato e sarò andato verso l’uscita, deciso a recarmi nella libreria del fidanzato dell’amica del conoscente, in Rue Cujas, dove avrei aspettato finché lei non fosse comparsa e mi sarei presentato per quello che ero.
Sul marciapiede mi sarò fermato un’ultima volta davanti all’uomo che non avrà smesso di guardare fuori e di scrivere per tutto il tempo fumando varie sigarette tenute tra il medio e l’anulare; per un istante ci saremo fissati, io ignorando che sarei entrato in un suo testo, lui sapendo che sarebbe entrato in una mia foto, nella foto di qualcuno che quasi certamente non avrebbe mai saputo chi lui fosse. Pensando ad altre foto in cui compariva e che aveva descritto, si sarà compiaciuto che ce ne sarebbe stata in giro una della quale non avrebbe mai potuto dare una descrizione, una che lui non avrebbe mai visto e nella quale nessuno lo avrebbe mai riconosciuto; certo non avrà nemmeno sospettato che invece un giorno anche di questa foto sarebbe stata fatta una descrizione e che anche lui sarebbe entrato in un testo, il mio testo, il testo di uno che era appena entrato, o stava per entrare nel suo e che si sarebbe ricordato di ciò che lui avrebbe invece dimenticato per sempre. O forse avrà immaginato anche questo esito improbabile e mi avrà sorriso; poi, alla mia timida risposta, si sarà alzato e, avvicinatosi al vetro appannato, ancora sorridendomi avrà tracciato su di esso due grandi linee formando, da molto tempo prevedibile nella sua stessa ironia, la lettera X.


Questo testo è stato scritto nel 1993 per il numero monografico della Rivista Riga dedicato a Georges Perec (1994), e poi è entrato nella raccolta Racconti immobili, Greco&Greco, 1996

10/07/16

Autoentomologo (1990 ca)




Sono, spesso, l’entomologo di me stesso; mi guardo, tranquillo, e il più delle volte senza interesse, mentre svolazzo qua e là, intento ad attività che potrebbero benissimo non avere alcun senso come anche averlo, spesso beato, talvolta impaurito: lo sa, se mai lo sa, solo quello che vola, non chi guarda; mi sorprendo della mia serenità, che forse nasconde qualcosa e forse no, e della compostezza che raggiungo quando giaccio, infilzato da me stesso o forse da nessuno, sul vetrino. Solo allora qualcosa scuote l’osservatore; ma non è interesse: è, aberrazione!, invidia. Mi invidio.

01/07/16

Genesi (fine anni '80)


 

Prima di uscire dall’utero ci penso più di una volta e infine decido che, per quanto dipende da me, da lì io non mi muovo: essere originale è l’ultima delle mie preoccupazioni. Mia madre, il dottore e tutti gli astanti, invece, non condividono questa mia certamente bieca propensione allo statu quo ed anzi non vedono l’ora, per ragioni tutte loro che non mi sogno di discutere, di ammirare il mio bel muso e di correre ciascuno al proprio letto. È da ieri sera che sono tutti in affanno a causa mia ed ora, a notte inoltrata, cominciano a spazientirsi, e non si sforzano nemmeno di nasconderlo. Mia madre, donna di esemplare correttezza, è costernata, tanto da non badare più, o quasi, agli atroci dolori che la mia indole vendicativa le infligge, con precocissimo ma inequivocabile preannuncio della futura vocazione, ad arte: la vergogna di non saper concepire, che le aveva avvelenato i primi tre mesi di matrimonio nell’ingenua presunzione che dipendesse da lei far centro al primo colpo, ritorna adesso, nel momento che doveva segnare la sua apoteosi, aggravata dal protrarsi dell’attesa e della fatica di tutta questa buona gente che è qui solo per aiutarla.
Non si resiste in questa stanza: i muri sono bollenti, l’aria irrespirabile nonostante la finestra spalancata che invece di portare sollievo convoglia solo altra afa e umidità, la somma degli afrori si incolla come una placca solida alle mucose delle narici e la forfora nei capelli bagnati ne approfitta per dar vita ad uno spettacolo tutto suo di metamorfosi iridescenti che tuttavia passa ingiustamente inosservato, e fra poco, col sole, entreranno anche il calore aggiunto di quello che si profila come il giorno più torrido dell’anno e la polvere della strada provinciale non ancora asfaltata ad ostacolare ulteriormente i movimenti e le comunicazioni, appiccicandosi ai corpi sudati e impastando bronchi e palati. Tutto, mi par di capire, mi sollecita a muovermi e congiura perché mi sbrighi, solo che io, perfettamente assuefatto a questa immobilità quasi minerale, non mi sento affatto obbligato.
Ogni movimento, anche il più piccolo, mi procura sofferenze per le quali non ho letteralmente parole (of course), specie alla testa, che sembra dilatarsi sempre più ad ogni nuova pressione contro l’inguine di mia madre, che ora si lamenta con una teatralità che la sua comprovata capacità di sopportazione non avrebbe mai lasciato supporre, ma non per questo desiste dall’assecondare con tutte le sue forze residue quello che immagina un desiderio anche mio e addirittura mi supplica a piena voce di avere pietà di lei chiamandomi curiosamente con un nome che non mi appartiene e che, accetto scommesse, non mi apparterrà mai: un nome di femmina, Amelia, che già da solo, se la mia decifrazione è corretta, basterebbe a dissuadermi dal nascere per sempre. Per un attimo tuttavia mi illudo che si tratti di qualcun altro della cui provvidenziale compagnia finora non m’ero avveduto e con affrettato senso di liberazione penso che sia lui, cioè lei, la vera causa di tutta l’indecorosa messinscena, per cui cerco di trarmi da parte schiacciandomi ancor più contro l’inguine, al diavolo il dolore!, per farle strada. Si accomodi, le cedo gratis la primogenitura, purché questa storia finisca in fretta.
Per tutto ringraziamento invece mia madre, come chi ha ormai abbattuto anche l’ultima resistenza del pudore, si esibisce in un vocalizzo prolungato che fa illuminare di colpo tutte le stanze da letto della via: alle finestre e sui balconi, ai pochi insonni già esasperati dal barometro si aggiungono consorti che reclamano le ultime notizie e il flagello dei figli, che però vengono prontamente, con le buone o con le cattive, rispediti a letto. Tutti gli abitanti del cortile interno si ammassano lungo il ballatoio a ringhiera, ma vengono respinti sulla porta dalla padrona di casa, la nonna paterna, che prima tuttavia non perde l’occasione di ricordare agli apprensivi curiosi come lei di figli ne abbia fatti sette senza che nessuno se ne accorgesse, si può dire, e comunque con ben altra dignità: i testimoni non mancano e non mancano di darle ragione con sospiri di comprensione. I tempi cambiano.
Dalla finestra di fronte, all’altro lato della provinciale, un’amica di mia madre, in qualità di fresca esecutrice di un’identica performance che, a giudicare dal risultato che proprio ora le sta massacrando il seno, avrebbe potuto con evidente profitto risparmiare a se stessa e al mondo intero, offre tutto l’aiuto che la sua recente esperienza può assicurare, certo pensando che le altre madri col tempo hanno finito per dimenticare, aiuto che il dottore in persona si incarica di respingere con la sua abituale, colorita cortesia, che solo gli sprovveduti scambiano per una sfilza irriferibile di bestemmie. Se entra ancora qualcuno in questa porca stanza se ne va lui: altro che salvare il bambino!, qui con questa porca afa, si crepa tutti soffocati. Quelli che non c’entrano facciano lo stramaledetto favore di sloggiare immediatamente, a cominciare da quelle oche delle zie più giovani che impediscono e basta, loro, i loro pruriti e il loro saformento di rosario. Il mio aspirante padre, al quale l’accesso, come da tradizione, era stato tassativamente vietato fin dal principio senza che lui avesse niente da ridire, informato che non c’è nessun pericolo immediato torna ad accudire al suo altro primogenito, un tornio sistemato provvisoriamente in solaio, al quale stava preparando tutto un magnifico corredo di punte, maschere e guide per allentare la tensione in modo proficuo, ma che aveva abbandonato alle prime urla della partoriente, la quale finalmente, proprio in virtù dello scompiglio provocato, riacquista il proprio controllo e chiede scusa a tutti, che adesso va meglio, che sta benissimo anzi.
Rassicurata ma in qualche modo delusa, la gente sulla porta evacua senza fretta, molte finestre tornano a spopolarsi e tutte le luci a spegnersi. Il dottore approfitta della pausa per lasciar cadere il suo quintale e passa in una poltrona e per illustrare alle quattro donne rimaste, – oltre alla diretta interessata e alla nonna succitata (l’altra è bloccata a casa sua da un improvviso attacco di terrore: terrore della vecchiaia probabilmente), l’ostetrica e una vecchia zia di secondo grado, una zitella esageratamente classica per secchezza e acidità che, per non aver potuto generare in proprio, è diventata specialista nell’assistenza ai parti delle innumerevoli sorelle e nipoti e che ora sta già covando una delle frasi memorabili che l’hanno resa famosa per la loro millimetrica intempestività e che sicuramente anche stavolta avrà la prontezza di infliggere ai già storditi presenti –, la perfetta normalità della situazione e la strategia da adottare nelle prossime ore, perché è vero che non c’è pericolo, ma le cose rischiano di andare per le lunghe. Aggiunge, più per se stesso che per gli altri, che comunque questo è l’ultimo stronzetto che porta al mondo: è troppo vecchio ormai e soprattutto è stufo di tutte queste menate... ringrazino il cielo che è amico del nonno... e poi adesso ci sono o no quei fottuti ospedali? e allora? Al che mia nonna, senza scomporsi, solleva dal pavimento un tassello di legno camuffato da mattonella e, dopo aver controllato la situazione della cucina sottostante, ordina alle figlie ivi esiliate e ormai sulla dirittura d’arrivo del decimo rosario, del caffè e un bicchiere di grappa o che altro il dottore voglia gradire. Vada per la grappa e crepi il caldo.
La strategia è la seguente: aspettare. Conviene a tutti riposare fin che si può e che la natura (la natura!) segua i  suoi ritmi, senza forzature, che se poi quel testone (si noti l’anfibologia) dovesse ostinarsi nel proprio errore, i mezzi per raddrizzarlo, ortodossi o meno, non mancano. Del cesareo, per il momento, il dottore non vuole nemmeno sentir parlare: lì dentro è tutto in ordine e anche questo, come i mille altri che ha fatto nascere, è certo che al momento giusto imboccherà l’uscita nel modo corretto da solo. Nel frattempo è meglio tornare a sterilizzare il forcipe e il resto dell’armamentario, spegnere la luce e aprire anche la porta d’ingresso con la speranza che si muovano almeno il tanfo e l’afa: mosche e zanzare, quelle ci stanno da papa qui, e non se ne andranno certo per farci un favore.
Al buio, immediatamente il dottore si addormenta, russando e spremendo con elvetico sincronismo dalle imperscrutabili scaturigini del suo adipe caraffe di sudore che inzuppano i suoi vestiti e, peggio, il velluto damascato della poltrona e lo spropositato, penelopide merletto che la ricopre con evidente funzione apotropaica contro sederi e schiene indesiderate, inefficace tuttavia col dottore, illuminista incallito; le tre pie donne invece si appartano accanto alla finestra intente ad un sommesso delirio classificatorio, mentre le loro sagome, stagliate meno dalla debole luce esterna che dai continui lampi di un’afa che non riesce, nemmeno lei, a sgravarsi in un messianico acquazzone, danno luogo ad un’involontaria e nondimeno scontata imitazione di qualche famoso gruppo di ellenistica, o più esattamente, in conformità alle loro attuali elucubrazioni, di cristiana memoria, a dimostrazione che i dilettanti, ignari, non sanno che ripetere, e ripetere male: la natura sola non si ripete, contrariamente alle apparenze, l’arte sì, perché gioca, contrariamente ancora a quel che taluni credono, in un campo ristretto (è anche la sua risorsa del resto). La partoriente infine, sul letto a catafalco, giace impietrita nella sua solitudine, con gli occhi sbarrati ma ancor lucidi di un morto recente e le mascelle spalancate nel vano tentativo di ingoiare più aria.
Scambiando l’intervallo con la fine delle rappresentazioni,  io torno ad acquartierarmi nel mio limbo separato e sprofondo quieto e immemore (quieto perché immemore) nella fragile omeostasi che precede ogni origine, io sì mostruoso intervallo tra l’essere che non sono ancora, e che non intendo divenire, e il non essere che, mi piaccia o meno, ormai non sono più. Omeostasi soltanto  presunta, naturalmente, perché l’origine è già alle mie spalle, io sono già al mondo e il tempo è già in me, anche se ancora non lo so, anche se pause propedeutiche, capziosamente benevole, mi inducono a distogliervi l’attenzione onde meglio assuefarmi, senza traumi eccessivi, come se il disastro non fosse già avvenuto. Ma con me non funziona, non funziona più: il mio limbo non è più separato, qualcosa vi si è già introdotto infrangendo per sempre la quiete, creando una memoria.
Così però ho potuto capire ed ora so cosa  fare. L’ultima parola, adesso lo so, non è stata ancora detta: se prima proprio nelle pause di beato abbandono ero io stesso il più  abile coadiutore alla crescita che scandiva la mia condanna;  se cioè proprio quando ero ripiegato talmente in me stesso da dimenticare con me anche l’esterno, me ne lasciavo invadere e  insieme vi tendevo, illuso che mi avessero dimenticato e che non avrebbero preteso più niente da me; ora sarò io a tener desta l’apprensione di tutti sforzandomi, ma in modo maldestro, di assecondare le loro aspettative, così da impedire, o almeno da differire il più a lungo possibile, proprio ciò verso cui i miei tentativi sembreranno diretti, per guadagnare il tempo necessario al controcapolavoro della mia scomparsa. Avendo finalmente riconosciuto che è solo l’introduzione a qualcosa che non riceverà mai il mio assenso, ad un’opera che intendo lasciare in bianco, anche se questo stato non mi dispiace, è necessario che vi rinunci, non nella direzione da tutti sospirata della mia nascita ovviamente, ma in quella contraria, che ripercorrendo a ritroso le tappe che hanno sinora portato alla mia crescita, mi riconduca al punto di partenza, alla sua soglia minima che poi forse riuscirò a riattraversare. Enfatizzerò il mio anelito verso l’esterno,  verso l’espansione, per meglio contrarmi, fino all’invisibile  dell’ultimo resto, se non all’impossibile della mia totale scomparsa, nell’interno dell’interno, lasciando in mia vece un altro, creato da me a mia immagine e somiglianza, identi­co a me in tutto e per tutto, tranne per il fatto che non sarò io e che a lui mancherà sempre quel qualcosa che io sono, cioè l’essenziale, mentre a me non mancherà niente, dimentico di lui non appena me ne sarò sbarazzato. Verrà così ripagato con la sua stessa moneta chi voleva farmi credere, magari in piena buonafede, che la nascita al mondo separato fosse la vera origine, compiuta e matura, e non la ripetizione di qualcosa di già imperfetto, un avvilente simulacro.
Forse per mia madre un po’ dovrebbe rincrescermi, non posso negare di aver passato anche dei bei momenti con lei, in fondo, ma anche per lei il minimo che si può dire è che avrà esattamente quello che avrà voluto e si sarà meritato. Del resto è certo che nemmeno si accorgerà della sostituzione e che gli stessi dolori supplementari da essa causati entreranno nel conto dell’amore bestiale che riverserà sul mio malcapitato sostituto non appena se lo sarà ritrovato tra le braccia. Supererà in fretta lo spavento e il senso irreprimibile di estraneità, la repulsione siderale  provocata dalla sua testa enorme e lucida, da quella pelle sottile come una velina, trasparente e tesa come sul punto di scoppiare in un intrico violaceo di vene pulsanti; riconoscerà subito, oltre il lerciume gelatinoso che avvolgerà quel corpo imprevisto e al di là dell’immagine non più condivisa della figlia stupenda desiderata dagli altri, i lineamenti inconfondibili di un figlio più suo di quanto non avrebbe mai osato sperare; si lascerà sfuggire un ultimo lamento sotto il peso del dottore seduto sul suo ventre per aiutare l’espulsione della placenta rimasta imprigionata, ma non avrà bisogno di nessuna rassicurazione sul rapido ritorno alla normalità suo e del bambino; non sentirà le espressioni deluse degli astanti e guarderà invece con un amore mai provato prima il marito portare come un ostensorio quel dubbio prodigio sulle scale, e poi nel cortile e al bar sulla strada di fronte a farne oscena mostra a parenti, vicini e amici, tutti quanti incontrerà, senza  accorgersi dei loro sguardi perplessi, metà ironici metà compassionevoli per la sua cecità, per quel suo orgoglio che  ad essi apparirà a dir poco prematuro. Poi lo nutrirà, lo cullerà, cercherà di placare con ninnenanne stonate il suo per lei inspiegabile rancore, esasperandolo in tal modo ancora di più, e passerà notti insonni, per mesi e mesi, a causa dei suoi urli prolungati fino al limite dell’autosoffocamento, finché i suoi gesti non diverranno  automatici, finché non avrà imparato a ficcargli il succhiotto inzuccherato in bocca, o nelle orecchie o su tutto il viso e il collo, dove capiterà, senza svegliarsi, e finché lui non comincerà a sorridere per poi non smettere più, sempre contento, sempre sereno, certo più di quanto non sarei mai stato io, di compagnia, pieno di vita, fin troppo, sempre in movimento, come per paura, se si fermasse, di essere strozzato dall’amore e dalla bellezza delle cose: solo a volte potrà sorprendere quel suo continuo attraversare di corsa la strada senza guardare, quel suo rifiuto di imparare la prudenza anche dopo il ripetersi degli incidenti, o  viceversa quel suo improvviso impalarsi contro il muro o davanti a un giornalino, con gli occhi spalancati ma come ripiegati in dentro per scrutarsi, sbalorditi di vedere sempre meno quanto più metteranno a fuoco escludendo l’esterno e irati per la sottrazione, di non capire nemmeno quel poco, che allora diventerà il suo unico enigma, infinito, verso il quale si riverserà tutta la sua attenzione, che non avrà più spazio né interesse per altro.
Ma niente paura, il mio di simulacro non sarà uno scarto, bensì qualcosa di perfetto nel suo genere imperfetto, perfino superiore (noblesse oblige) alle già grandi attese di quei nativi igienisti dell’aria aperta, qualcosa di cui potranno andare fieri, buono, capace, forse anche bello a modo suo, adatto alla scena che lo dovrà accogliere, l’esatta carne di cui il tempo avrà bisogno quando io mi sarò ritirato dietro le quinte nell’equilibrio di una molecola che non aspetta più niente e alla quale non importerà di restare o di essere espulsa con altre compagne  nel tempo azzerato di chi non sarà più stato nemmeno pensato.  
(pubblicato prima in tiratura limitata in Vocazioni, ed. Bacacay 1990, poi in Racconti immobili, Greco&Greco, Milano, 1997)