26/06/16

La via del taschino (Arles, 1996 ca., Disfarmer)


Le lastre della piazza abbrustoliscono le suole dei miei mocassini, il vento fonato dalle viuzze laterali miscela un’aria ancor più irrespirabile e i gradini della cattedrale, con il subdolo artificio dell’ombra, complottano con le emorroidi che ancora non ho perché anch’esse usufruiscano del diritto alla vita, che certo non si può negare a nessuno. I ragazzi con gli skate-board falliscono tutte le acrobazie tranne quella, troppo facile, di aumentare il mio nervosismo, del quale i tamburi di quattro valenti artisti di strada già scandivano il ritmo e la bella umanità assiepata fuori dai caffè e attorno alla fontana costituisce il degno fondale.
Mi alzo di scatto, incurante del rischio di sciatalgia, e mi dirigo verso il cortile dell’arcivescovado con passo sempre più deciso, impavido, glorioso. Gli eroi devono sentirsi così. E come un eroe mi accolgono le arcate dell’ingresso monumentale, che imbocco a busto eretto, con la camicia aperta, il sacchetto di cellofan in una mano e la sigaretta nell’altra. Attraverso il cortile, spengo la sigaretta, non prima di aver tirato due lunghe boccate consecutive, e apro la porta che conduce al chiostro. In cima alle scale, porgo il biglietto alla sorvegliante, brutta come tutte le altre, ma come tutte le altre felice di vedere finalmente un visitatore; ricambio il suo sorriso che ho voglia di ricambiare, apro un’altra porta e entro nel chiostro.
Il chiostro, manco a dirlo, è splendido ma non mi va di visitarlo come merita: faccio solo un giro indolente, godendomi la frescura e il silenzio che per statuto ogni chiostro deve offrire e gettando qua e là uno sguardo disimpegnato alle colonne e ai capitelli, che forse proprio per questo mi appaiono bellissimi. Faccio dunque un altro giro prima di raggiungere la sala della prima mostra, dove mi colpisce il lavoro di una giovane californiana, Jennifer Bornstein, col suo bel viso che appare in tutte le immagini, scattate come polaroid per strada e in altri luoghi pubblici, accanto ai clienti di un bar, a un fruttivendolo o con un gruppo di boyscout. Non so se hanno qualcosa a che fare con la sua esperienza quotidiana, ma mi piace l’idea di questi “autoritratti in compagnia” e mi piace l’idea di persona che trasmettono.


Mi piacerebbero allo stesso modo in un altro momento e in un altro contesto? Non lo so e non mi importa. Conta dove e come accadono le cose, se si è freddi o già caricati, e di che tipo è la carica; conta l’emozione, se è improvvisa e invade completamente o cresce un po’ per volta, predisposta (preceduta e preparata) da altri episodi che hanno affinato la percezione, schiuso e messo in moto la testa, porosa e mobile, prensile ma coi succhi gastrici cerebrali già pronti ad aggredire e trasformare, le microfornaci ghiandolari che hanno già messo in circolazione le prime avanguardie degli ormoni; se il corpo è sveglio e coopera in toto o viceversa è stanco, anche sfinito, e si ritira perché tutto possa concentrarsi in un unico luogo e secondo una modalità dominante; e poi la qualità dell’emozione, se è silenziosa, estatica, scollata da qualsiasi forma di pensiero o intrisa di parole, ad esse consustanziale, e da che parte vengono e dove vanno queste parole, fermo restando che ogni emozione ha il suo pensiero e ogni pensiero la sua emozione, non importa quanto formulata o formulabile. Niente è astratto. Tutto ha luogo.

Salgo le scale e mi trovo in una saletta con le foto di questo americano a me ignoto, anche se il nome non mi sembra del tutto sconosciuto, disposte in piccoli gruppi, quasi sequenze, su due pareti ad angolo. Le guardo, sono ritratti di persone riprese sullo sfondo nero di un muro o di un telo, a mezzo busto o a figura intera, da sole o in piccoli gruppi di famigliari o di amici, che, dopo un po’ che le osservo, cominciano a raccontarmi storie e queste storie io le conosco, le ho già viste e sentite, anche se, guardando le foto, mi trovo disposto a seguirle ancora, trovo che mi interessano e mi piacciono e mi divertono e commuovono.
Più che promanare da queste figure anonime, le storie convergono su di esse dotandole di una identità che forse non è quella che loro credono di avere, ma che a me è in qualche modo nota, come se io le conoscessi già tutte e di ciascuna mi fossero familiari carattere e sentimenti e ne avessi potuto seguire passo dopo passo il decorso della vita. E così è, infatti, solo che caratteri e eventi piovono su di esse, e le intridono, provenienti dal mio fin troppo banale immaginario filmico e letterario; con la differenza tuttavia che, se ognuna di esse è un film o un racconto che magari anch’io ho già dimenticato, nondimeno resta se stessa in modo così forte e caratterizzato che la sua storia appare egualmente come nuova, modificata per qualche verso decisivo, perché perfettamente coincidente con ognuna di esse, di ognuna sua e soltanto sua.
Eppure, per come sono fatte, le fotografie non hanno intenzioni narrative, sono normali foto da studio, “documentarie”, “ufficiali”; lo sfondo è neutro, le pose non sono marcate, a parte un paio goliardiche e guascone di giovani amici; in genere, le persone ritratte indossano i vestiti della festa, niente indica le loro professioni, nessun oggetto o particolare ne suggerisce in modo chiaro i tratti sociali o psicologici, e la loro singolarità si manifesta solo in quelli somatici e in qualche gesto minimo, imprevisto, come quello di chi non sta nel “contegno”, non riesce ad aderirvi del tutto per esuberanza o disagio, per sottrazione o supplemento, come quello del figlioletto in piedi davanti al padre che con la mano destra portata indietro gli stringe i pantaloni all’altezza del ginocchio, mentre il padre appoggia la sinistra alla spalla del figlio ma nasconde a sua volta la destra, con tutto l’avambraccio dietro la propria schiena.
Il pathos, se c’è, traspare anch’esso per sottrazione, o di sbieco, non essendo l’espressività cercata né dal fotografo né dal fotografato, o da quest’ultimo, al massimo, quella, comune, dell’immagine di sé che lui vuole dare o che crede che ci si aspetti da lui quando compare in una foto di rappresentanza, che però il fotografo è stato bravo a smorzare, se non a cancellare. Ma ogni foto, proprio in quanto di rappresentanza, è già presa nella rappresentazione, e in una rappresentazione ufficiale, sociale, che è già fatta di storie, e queste storie sono altre foto, romanzi, film, ed è da lì che convergono su ciascuna di esse e impongono la loro necessità. Necessità tanto più forte in quanto non parrebbe che queste foto quelle storie le vogliano narrare. Il rifiuto di raccontare risulta in tutta la sua evidenza se le confronto con quelle di Walker Evans e di Dorothea Lange, di pochi anni precedenti, che invece non solo molte storie le hanno prodotte, sotto forma di articoli, resoconti, ricerche e memorie, per non parlare del libro di Agee, ma erano esse stesse tese a narrare storie, originali, intense, significative e persino epiche.
Queste invece sono storie stereotipe, come quelle che raccontano molti artisti posteriori, ma anche qui con sostanziali differenze. Cindy Sherman, per esempio, recitando tutti i ruoli delle proprie immagini, si autodefinisce glacialmente, senza ombra di pathos, come stereotipo tra gli stereotipi (per dirla con Rosalind Krauss), ma in questo modo arriva a farsi definire dal proprio lavoro come colei che l’ha progettato, messo in scena e prodotto, come Cindy Sherman e nessun’altra; costoro invece stereotipi lo saranno stati essendo stati solo se stessi (quanto meno nelle proprie convinzioni e, credo, in quelle di Disfarmer, del quale al momento non so niente), ed è appunto questo che reintroduce il pathos nelle loro immagini che di per sé ne sono prive. Infatti, se la Sherman, partendo dall’immaginario, (ri)costruisce frammenti di storie nuove che traggono origine dalla ripetizione delle vecchie, prese in quanto genere, questi personaggi sono delle storie generiche ancor prima che vengano narrate, prima dell’effettivo svolgimento, nella loro singolarità, o tali sono diventati, in una dimensione che, per me ora, prescinde completamente dal presente, saltando a piè pari dal passato, remoto o prossimo, al futuro anteriore. Non sono: saranno stati.


Mi spiego: queste figure richiamano storie perché abbiamo visto tutti i loro film e letto tutti i loro racconti e romanzi, ma non si risolvono in essi. Non ne sono la concrezione, o l’emanazione, quanto piuttosto la fonte, ma una fonte che ci appare come tale solo dopo e perché quelle storie già le conosciamo. Non sono espressive di per sé: lo saranno state perché lo sono diventate. La loro forza e il loro incanto derivano da questo doppio passato, in cui il primo (il loro) diventa tale solo in seguito al secondo (le storie che conosciamo), vale a dire per il fatto che non intuiamo la fine, come futuro inscritto, ma la sappiamo, come storia conclusa di qualcuno che tuttavia, in quanto singolo, continua a restarci sconosciuto e che solo adesso cominciamo a conoscere. Il noto, anziché riassorbire il singolo nel tipico, e quindi cancellarlo in quanto tale, gli restituisce la sua parte di ignoto, cioè la sua individualità, rafforzata da ciò che siamo venuti a sapere. Nessuno diventa, o ritorna, simbolo o esemplare tipico, e anzi la storia stessa ricade nell’immanenza di ciascuno, venendone rivitalizzata, rinnovata. Da storia di serie B quale era in origine, diventa, per la prima volta, di serie A.


Ne accenno qualcuna, a dispetto del rischio che l’accenno torni a proiettarle nella serie di partenza. C’è la coppia di amiche: quella con il carattere forte all’apparenza, ma in realtà solo capriccioso, e lo sguardo ancora aperto ma che si intuisce con un fondo maligno, che osserva di sbieco avendo voltato la testa di tre quarti nonostante mantenga le spalle alte e dritte, mentre l’amica fissa davanti a sé con occhi fiduciosi e un viso dolce, paziente, che indica come sia destinata per tutta la vita a recitare la parte della confidente, a fare da parafulmine, schiavetta e consolatrice dell’amica più bella e fortunata, capace di trovare una scusa anche alle sue peggiori nefandezze e felice di accoglierla, infine, nella propria casa di zitella rimasta tale per colpa sua, perché proprio lei le avrà rubato il suo primo ragazzo mai dimenticato, così, per sfizio, per lasciarlo quasi subito, distrutto e pronto ad arruolarsi o ad andare a cercare fortuna, trovandola magari, nella grande città, per gettarsi tra le braccia del ricco giovanotto che ben presto la tradirà, ricambiato con sostituti sempre più squallidi fino a quando, dopo il quarto divorzio, si ritroverà con l’amica di un tempo come unica speranza di salvezza, povera e sola, imbruttita proprio dai tratti che da ragazza la rendevano bella, diventati ora la forma stessa e la rivelazione del suo sfacelo. Ma c’è una variante, che dice che l’amica dolce invece si sposa, per ripiego, col bravo ragazzo imbranato che però l’età adulta trasforma in uomo bello e capace e sempre innamorato di lei, l’unica che lo ha accolto quando tutte quelle che ora lo cercano lo avevano respinto, vive felice in una bella casa e aiuta in maniera discreta l’amica caduta in rovina ma ancora bella, che però non le perdona questo successo e tenta, riuscendovi, di trascinarla nella propria sconfitta, dalla quale solo lei risorge quando l’ex giovanotto emigrato ritorna in paese carico di soldi e se la sposa, questa volta per sempre. I buoni è giusto che soffrano.

Poi c’è la foto dell’ochetta carina e sorridente che finirà alcolizzata e quella bellissima della mamma con le quattro figliolette che sciorinano il repertorio completo dello sguardo desolato, tra lo sgomento e un dolore che le bimbe già sembrano provare senza ancora saperlo, esibendo contemporaneamente le varie tappe dell’infanzia della madre come a illustrare la genesi del suo. E un’altra, che forma con quest’ultima un dittico, con madre e figlia signorina, entrambe con gli occhi chiarissimi, che nella madre tradiscono una follia già compiuta, per quanto ancora non manifesta negli atti. In un’altra ancora sono ritratte a figura intera due ragazze, una decorata di nastri come il palazzo di Ceausescu, con una mano posata nell’altra sul grembo, la testa leggermente piegata a sinistra e la bocca a cuoricino un po’ annoiata, mentre la seconda, più bassa e bruttina, tiene le mani dietro la schiena e ha una bocca larga che accenna un sorriso che contrasta con lo sguardo che mi sembra un po’ triste, anche se in fondo luminoso: un’amicizia che non può durare, perché la prima diventerà una maestra sempre troppo sostenuta, sbertucciata neanche troppo di nascosto dagli scolari e corteggiata dai colleghi, tra i quali tuttavia non troverà nessuno degno di lei, mentre la seconda sposerà un contadino che le infliggerà un nugolo di figli e altrettanti fastidi, in parte compensati dalle soddisfazioni che le daranno un paio di essi che si faranno strada nella vita, anche se il suo preferito, il penultimo, morirà in Vietnam.
E infine (ma è solo per mancanza di tempo: sto scrivendo appoggiato a una finestrella che dà sul terrazzo che sovrasta il chiostro e, volendo, potrebbe condurre ai tetti dell’arcivescovado e da lì a quelli della cattedrale, e, siccome i cataloghi sono finiti, faccio avanti e indietro dalle foto per verificare i particolari, suscitando non so se allarme o curiosità nella custode) c’è la bellissima coppia di anziani a figura intera, entrambi con gli occhiali: lui col braccio destro incamiciato abbandonato lungo il fianco, il farfallino dignitoso ma non elegante e la testa un po’ inclinata verso la sua sinistra, quasi ad andare incontro ai capelli di lei; lei, molto più bassa, pur senza alzarsi sulla punta dei piedi, sembra allungarsi per riuscire a far passare il braccio destro sulle spalle del marito, con la mano che a malapena riesce a cadere sul colletto sfiorando l’omero, adorna di una collana di grosse perle finte sotto la quale ne è appesa un’altra, di corda e col nodo ben marcato, che regge non so se un orologio a cipolla o un medaglione; entrambi, ma soprattutto lui, con uno sguardo di infinita dolcezza (o tenerezza: non sono la stessa cosa?), che però lei eguaglia e supera col gesto dell’altra mano, la sinistra, che, all’ultimo momento, con subitaneo automatismo e oltre ogni intenzione di significato, ma appunto per questo con intensità decisiva, va a raggiungere, quasi ad aggrapparvisi, il taschino della camicia del marito e, sotto, il cuore.
Mi piacerebbe, poiché ogni storia ne genera altre e quelle che ci piacciono vorremmo sempre ripeterle, che, da vecchi, una foto del genere fossimo capaci di realizzarla anch’io e mia moglie. Solo che, a parte il fatto che noi siamo incomparabilmente più belli, Angela, specie coi tacchi, è più alta di me, per cui le sarebbe impossibile riproporre la postura della donna; ma non dubito che la sua mano la via del taschino riuscirebbe a trovarla lo stesso.


22/06/16

Le anatre di Christo



Se Christo avesse anche solo lontanamente immaginato di concepire la sua opera smisurata sul lago d’Iseo per favorire la passeggiata di queste signorine, sarebbe metafisicamente giustificato, ora e per sempre. L’eleganza del loro incedere, l’assoluta noncuranza con cui il loro sguardo carezza e pacifica il paesaggio circostante senza forse vederlo, contrastano con la ressa ansimante dei lemming umani, che si accalcano intenti quasi solo a contemplare se stessi e i propri vicini nei propri specchi digitali, rimandando tutto il resto a dopo, cioè a mai. Mentre gli uomini accorrono alla ricerca di una sensazione laica e garantita, tiepida, quella di camminare sulle acque di questo laghetto di Genesaret dalla superficie calmissima senza nessun rischio di cadere, in compagnia di tanti simili che si sostengono a vicenda in una vicinanza per una volta non angosciante e che provano, si suppone, un’identica emozione, ciascuno per conto suo e tutti quanti assieme, loro si muovono con lo stessa capacità di sempre di prendere possesso del luogo senza impadronirsene, senza farlo proprio, e anzi lasciandolo essere come è, nel suo splendore. Forse il momento di questa passeggiata è quello prima della tempesta, quando tutti i dilettanti di sensazioni accorsi da ogni parte d’Europa, perché di bellezza, spettacolo o meno, c’è sempre fame, sono stati sgombrati per il pericolo, per gli elementi che rivelano in modo intempestivo il loro lato ostile, o forse è quando è già iniziata, perché per esse tutto è il loro elemento, pioggia o sole, vento o neve. Approfittano dell’improvvisa solitudine per ritornare con la famigliola dove, in altri momenti, come se niente fosse, erano già state e dove continueranno a tornare, in quello spazio ora ridisegnato e colorato che per un po’ segmenta le traiettorie e gli sguardi, offrendo però nuove opportunità di percorso, sopra e sotto le acque. E però, con tutto questo, miopi, non ne colgono, forse, la meraviglia; mentre per gli uomini questa possibilità si apre sempre, anche se spesso, per una diversa miopia, finisce per cadere sull’obiettivo sbagliato: l’opera sul lago, invece che loro stessi sull’opera.

21/06/16

Politica palmata. 4 e 5. Fine.


(qui le puntate Precedenti: Politica palmata 1Politica palmata 2)

4. Grandi novità tra i palmati! Stanotte dev'essere successo qualcosa...

2 agosto 2013
Stamattina il nervosismo è palpabile, l’aria si taglia a fette. Il ricorso alle inossidabili immagini della tradizione è d’obbligo.
Deve essere successo qualcosa di grave stanotte, o ieri sera, mentre ero distratto o impegnato in faccende ben più urgenti per me (respirare, per esempio). Appena salito sul ponte mi è apparsa, in fondo, la distesa del fiume vuota e silenziosa. Poi ho sentito uno starnazzare isterico, uno zampettare frettoloso e colpi d’ala vicino alla riva sinistra, proprio sotto il ponte, dietro gli alberi che costeggiano la sponda. Fatti i 50 metri sul canale e la lingua di terra che lo separa dal fiume, le ho viste: erano di nuovo tutte insieme, e in più c’erano anche le tre grandi oche che di solito se ne stanno altezzose nella loro lussuosa enclave, che guai a chi tenta di aggregarsi. I cigni sono a valle, e come al solito se ne fregano. Accettano talvolta di essere attorniati da qualche fan adorante, ma solo per dovere, e per poco, perché gli vengono subito a noia. (Li capisco. Le groupies non le sopporterei nemmeno io, se ne avessi.) Anche le secessioniste si sono ricongiunte alle ex-avversarie. L’Aventino è vuoto (vedi foto). Però questo non ha fatto che accrescere l’aggressività endemica. Le voci si alzano; alcune si accapigliano; ogni tanto una si alza in volo per qualche metro, seguita da qualche amica per solidarietà o per contagio, e scappa per evitare la carica delle più facinorose. Gruppetti organizzati venuti col preciso intento di beccare duro. Picchiatrici professioniste!
L’autoesiliata invece se ne sta ancora in disparte, ma un po’ più vicino al gruppo, di cui scruta ogni mossa. Studia la reazione più appropriata, la più efficace per sé e la meglio visibile dagli altri. Chissà cosa capisce, da lì. Dice che lo sguardo da fuori è più lucido. Che è proprio la lucidità la cosa più importante in questi frangenti. Per ora non fa niente.
Ma la tregua non è durata molto. Ci avrei scommesso. (Con certa gente…!)
Al mio ritorno dalla solita zufolante passeggiata, l’assemblea, o dovrei dire l’assembramento?, si era già dissolta. Restavano solo, qua e là, piccoli gruppi separati. Sottocommissioni, riunioni di correnti, lobbies. Forse stavano facendo il punto della situazione e raccoglievano le idee per delineare una strategia comune. Facile che se ne escano a breve con dei comunicati ufficiali. Io non sarò presente, però. Devo fare la spesa.
Se sono importanti ne verrò a conoscenza comunque, presto o tardi; se non lo sono, non avrò perso tempo a ascoltarli e magari, non si può mai dire, a cercare di interpretarli, il detto e il non detto e il quasi detto e l'alluso e il mezzo taciuto, a strologarci sopra.
Anche se strologare mi piace.




5. Scoperto l'arcano! Cade il velo di Maya!

3 agosto 2013
E non è un bel vedere!
Macché assemblea! Macché secessione! Mi sbagliavo. Si è trattato solo di uno stupidissimo travisamento. Un errore di interpretazione che solo a pensarci avvampo. Una misinterpretation! Una bella mazzata per il mio preteso acume critico.
L'assembramento non è dovuto ad altro che alla vecchia signora che ogni mattina arriva con le sue belle sporte piene di pane secco, che dissemina dal ponte solo dopo aver chiamato a raccolta tutte le anatre, nominate ad una ad una, lasciando il tempo che arrivino anche le più lontane e lente onde evitare favoritismi. Ma presto, prima che si aggreghino oche e cigni! Che poi arrivano lo stesso veloci come fulmini, a reclamare il dovuto, o quello che la loro arroganza reputa tale.
Mi era proprio uscita di mente! Mi sono ricordato di lei solo stamattina, quando me la sono vista da lontano che sbucava dal tornello della passerella e, inforcata la bici appoggiata al guardrail, se ne andava soddisfatta del dovere adempiuto (vedi foto). D'estate non ce ne sarebbe poi così bisogno, ma ormai le ha viziate. Tremo al pensiero di quando non potrà più venire. Anche se forse qualcuno prenderà il testimone. Sporadici discepoli già ci sono. Ma incostanti... velleitari. Probabilmente le sue protette la vedono come una divinità, un essere numinoso evocato dalle loro preghiere, la conferma di una qualche loro teologia provvidenziale. La dimostrazione del progresso, per la corrente laica. La dimostrazione dell'inesauribilità delle risorse. Finite quelle, c'è sempre la manna. Non me ne stupirei. Se no di che cavolo parlano in continuazione? Solo degli ultimi, e penultimi, e terzultimi, pettegolezzi? Beh, può essere. Tutto è possibile. Più qualcosa è facile, più lo è.
La truppa dei palmati al completo si raggruppava, gridava e si azzuffava solo per arraffare il boccone migliore, o, i più deboli, per tenersi almeno quello caduto a distanza di becco. Restava unita finché c'era sufficiente cibo da spartire per tutti; poi cominciavano i battibecchi per piccole questioni di giurisdizione; qualche prepotente faceva la voce grossa, ma senza poi aggredire più di tanto le poverette che si mettevano subito a distanza di sicurezza, magari lamentandosi del sopruso (qualche lacrimuccia... e: te la faccio pagare, prima o poi... ti faccio vedere io!), e infine tutti si sparpagliavano con i propri sodali o parenti stretti, nel loro distretto di appartenenza o all'ombra, chi soffre il caldo. La diaspora. La dispersione. L'irrilevanza.
Che fine ingloriosa per un'epopea che si andava delineando terribile e costellata di eventi e figure indimenticabili!
E che smacco per l'armamentario ermeneutico!
Urge una radicale riforma del giudizio. Subito!

Eppure...
Eppure può benissimo essere che la spartizione del cibo sia solo un paravento per manovre più oscure. Che sia la scusa per regolare conti in sospeso senza darlo a vedere. Omero insegna.
Non è possibile che tutto si riduca a una tale banalità! A una trivialità così insulsa. Così volgare!
Il circolo ermeneutico funzionava che era una meraviglia! Un edificio solido, senza una crepa, un meccanismo di precisione con gli ingranaggi perfettamente oliati. Un cerchio magico! Il disegno accuratissimo di un incanto reale... Così convincente poi!
Io non mi rassegno. Nonnonnò. Non la lascio cadere.

Facciamo così allora: continuo sul doppio binario. Così salvo la verità (la sua apparente evidenza), e il resto. La realtà e il piacere. O il godimento. Non ho mai capito bene la distinzione. Mi stanno bene entrambi peraltro. Me ne farei bastare anche uno solo, si degnasse di visitarmi.
(E non mi importa quanto caduchi possano essere: prima, in ogni caso, saranno stati in alto.)


Politica palmata. 2 e 3



(qui la prima puntata:  Politica palmata 1 e qui la terza e ultima: Politica palmata -4-e-5-fine.)

2. Secessione!

27 luglio 2013
Un gruppetto di estremiste autonominatesi “Separatiste abduane”, forse agenti provocatori infiltrati, con un gesto clamoroso si è installato sulla riva opposta, da dove lancia versi di scherno, ingiurie e accuse di ogni genere contro l’assemblea generale, che al momento le ignora.
Quando poi questa, in massa per ragioni climatiche o altro capriccio, ma probabilmente per dimostrare il proprio diritto sovrano su questo tratto del fiume tra le due dighe e, se appena lo volessero, anche oltre (oltre... verso le terre ignote che molte di loro hanno esplorato e da cui, loro, sono tornate... tornate per restare) e, già che c’è, anche la propria forza , si sposta armi e bagagli sulla riva sinistra, loro, come se fosse una decisione maturata già in precedenza, si lasciano portare dalla corrente un po’ più a sud e quando sono abbastanza al sicuro guadagnano la riva destra, o viceversa, riprendendo la solita tiritera di lazzi e contumelie con vigore direttamente proporzionale alla distanza interposta. O, secondo il loro dire, al percorso di crescita tracciato. Dannunziane!
Nessuno sembra cercare lo scontro, ma secondo me non dura.
La situazione resta incandescente!
(L’asino Natale sembra aver percepito la tensione nonostante abiti oltre un chilometro più a monte e nel silenzio del mattino, scosso, lo proclama a chiare lettere: “Così non può durare! Düra minga… düra nooooo!)

(Stay tuned.)


3. Gli eventi precipitano! La secessione avanza, la soglia critica è vicinissima!

1 agosto 2013
Dopo quel terribile momento, per fortuna le acque sembravano essersi calmate e io ho potuto riprendere le mie passeggiate senza sentirmi minacciato. Il grosso dell’assemblea non mi degnava più di uno sguardo, come se fosse dimenticato di me (le secessioniste non me l’hanno mai concesso, invece: avevano ben altro a cui pensare… Più importante di me! Figurarsi, quelle svaporate!) e la pace regnava sovrana, in primis nella mia anima sensibile. Oggi invece ho percepito subito che qualcosa era cambiato: i ranghi dell’assemblea presentavano vistose lacune e sul momento ho temuto che il tornado dell’altro giorno avesse fatto una mezza strage, oltre ai disastri ambientali e economici che tutti sanno (per fortuna subito riparati dai nostri efficientissimi amministratori, che ne hanno anzi approfittato per ricostruire tutto meglio di prima, più solido e più bello, quasi senza spese. – Ce ne vorrebbero due o tre all’anno di catastrofi così!). Invece è bastata un po’ di attenzione e tutto si è chiarito.
L’assemblea permanente ha perso altri aderenti, le fila delle secessioniste si sono ingrossate, l’aria si è fatta più tesa, e la soglia critica, il fatidico punto di non ritorno (the point of no return!)  sembra ormai prossimo. E tutto per colpa di una agitprop, di una giovane incantatrice dalla parlantina sciolta e pure belloccia, per chi apprezza il genere (e ce n’è, ce n’è…) che si è installata su un tronco che sporgeva dall’acqua e da quel pulpito si è messa a predicare, a minacciare cataclismi (guerre civili... rivoluzioni!), calare sarcasmi taglienti come mannaie, alleggerire i toni con deliziose barzellette (alcune un po’ troppo raffinate per quell’uditorio, ma tant’è… l’incomprensione, in chi è già bendisposto, o servile, accresce l’ammirazione; tanto più se a suscitarla è una guappa belloccia), a squarciare nuovi orizzonti, prospettive luminose con voce forte ma calda, suadente, con quelle scaglie roche che innescano immaginazioni torbide poi! Auuuuuhhh!!!
Le quattro o cinque secessioniste della prima ora, che perlopiù se ne stavano tranquille accosto riva a quaquaraquare, si sono avvicinate a prudente distanza, ma sufficiente per sentire forte e chiaro cosa aveva da dire la mestatrice bonazza (epiteto usato dai tre maschi); poi, slumato il movimento e annusata una possibile novità, pian piano, con un lungo giro, come se passassero di lì per caso, si sono unite anche alcune delle solite perdigiorno che ciondolavano in quei paraggi, e non se ne sonop più andate.
Ovviamente il grosso dell’assemblea, tradita così platealmente, ha subito accennato a reagire, ma per fortuna ha prevalso la saggezza di alcune politiche di lungo corso che hanno suggerito di far finta di niente, che tutto sarebbe evaporato da solo in men che non si dica. La vecchia scuola attendista! La prima deca di Tito Livio! Resta da vedere per quanto riusciranno a tenere a freno gli animi esagitati dei più giovani e battaglieri, vogliosi di conquistarsi i gradi sul campo. (Di salire qualche gradino, che se no questi vecchiazzi non li schiodi più! Sembrano eterni… Un patto col diavolo hanno fatto! I più religiosi almeno… Il cornutaccio si scomoda solo per loro.)
Le ribelli non si sono fatte pregare e hanno risposto per le rime. Alcune, provocazione mai vista prima!, si sono spiumate il petto irridendo i parrucconi. Sgallettate!
Due o tre feticisti si sono precipitati a raccattare le reliquie prima che la corrente le portasse via e le hanno riposte di soppiatto in qualche loro tasca segreta (non prima di aver dato un’annusata estasiata, come se niente fosse, nel gesto di accompagnare la messa in sicurezza del tesoro. Qualcuna va dritta su ebay, ci scommetto! Così com'è... manco lavata!).
Io ho provato a scattare qualche foto, ma avevo solo il cellulare, senza zoom. Chi mai poteva immaginare sviluppi così clamorosi? Ieri sembrava che fosse tutto in via di composizione… Così dovrete accontentarvi di immagini rubate al volo e non sempre accuratissime. Anche perché non volevo farmi scoprire, dati i precedenti.
Dopo ogni scatto mi voltavo come a ammirare il paesaggio, e è così che ho notato una terza novità (un’altra!). Quasi nascosta dalla vegetazione della riva a nord del ponte, c’era una tizia di una certa età, quella che una volta definivano venerabile (quando c'era ancora qualche ingenuo che pensava che ci fosse qualcosa degno di venerazione), che si era discostata da tutto e da tutti e se ne stava da sola, in splendido isolamento! Non sembrava triste: orgogliosa piuttosto; o meglio: ricolma di grave dignità. Un fulgido esempio di indipendenza che mi ha suscitato un empito di spontanea, fervidissima simpatia, come mi capita con tutti i tapini e i negatori marginali; ma subito è subentrata la ben più solida avversione per gli eroi solitari, i suscitatori professionali di stati commotivi, i martiri, specie se si immolano in angoli ameni e davanti a un pubblico pronto a dissuaderlo, e sotto gli obiettivi di fotografi e cameraman, per i posteri e gli assenti. Obiettivi solo sognati, per ora (a parte il mio, rudimentale).
C’è anche la possibilità che nessuno dia peso al gesto, tuttavia, e che la vittima, visto che nessuno se la fila, torni indietro con un voltafaccia spettacolare, che però dubito che avrà qualche effetto, se tarda ancora un po’ a inscenarlo.
(E le sta bene, secondo me.)


15/06/16

Gallinelle acquatiche, o folaghe che dir si voglia




Le gallinelle sono sgraziate, pesanti quando si alzano in volo, che si ha sempre paura che non ce la facciano a restare in aria e caschino in acqua. Anche quando nuotano sono poco fluide, con la testolina e il collo che scattano in avanti a ogni movimento, come in un ballo di molti anni fa: un movimento "egizio". (Non come le anatre! Ieri ho visto una coppia nel canale, vicino a riva, dove la corrente era fiacca e l'acqua trasparente, che faceva il moonwalking meglio di Michael Jackson.)
Ma sono simpatiche lo stesso. Mi ricordo, il giorno del mio sessantesimo compleanno che ero in giro da solo con il crapone giù e l'aria conseguente, la covata appena nata che attraversava la pozza dell'Adda vecchia, con le piume schizzate in ogni direzione come i capelli gellati dei punk, e il ritardatario che rincorreva trafelato come nei cartoni animati il gruppo dei fratellini ormai approdato al canneto sull'altra riva, mentre la mamma vi era già sparita in tutta fretta, incurante, quasi a scrollarseli tutti di dosso. Ma come? sono appena nati! Niente; che ci pensino loro a seguirmi, io ho da fare. Per forza che poi scambiano fischi per fiaschi! La storia dell'imprinting non gliel'ha insegnata nessuno a quella sventata? No, deve becchettare da qualche parte con le sue amiche, lei, e al minimo movimento sospetto correre in acqua a perdifiato, sculettando. E poi via, nel folto! Sparire!

03/06/16

Yan Lianke, Il sogno del Villaggio dei Ding



Negli anni '90 in Cina c'è stata una grande campagna per raccogliere sangue per gli ospedali che ha provocato danni infinitamente maggiori dei benefici auspicati. La raccolta, infatti, era spesso demandata all’iniziativa privata di persone senza scrupoli che, oltre a sottopagare i donatori, contadini poverissimi attratti dal guadagno apparentemente facile e inesauribile, non usavano la minima precauzione igienica, con il risultato che nella sola regione di Henan più di un milione di persone sono state contagiate di Aids.
Yan Lianke, scrittore cinquantenne già tradotto da noi con il romanzo satirico Servire il popolo (Einaudi, 2006) fortemente osteggiato e poi proibito in patria, è originario di questa regione e ha voluto rendere testimonianza dello strazio e delle conseguenze che questa tragedia ha prodotto sul suo popolo.
Lo ha fatto concentrando il proprio sguardo sulle vicende di un piccolo villaggio e della famiglia che di questo immondo mercato era stata la principale promotrice: dal patriarca, bidello della scuola ma autorità culturale del villaggio e come tale ascoltato, che aveva convinto in totale buona fede i compaesani a aderire alla campagna; ai suoi due figli, uno contagiato, che darà poi vita a una struggente e trasgressiva storia d’amore adulterina con una giovane pure malata, e l’altro che della raccolta si farà cinico profittatore fino a raggiungere posizioni di ricchezza e potere anche nel capoluogo, non importa se pagando l’ascesa con la perdita del figlio maschio dodicenne, avvelenato dai compaesani per vendetta.
Proprio da questo ragazzino la storia viene raccontata, scandita come in un controcanto visionario dai sogni del nonno, che prefigurano nel dettaglio gran parte degli eventi che sconvolgeranno pian piano non solo l’unità della famiglia, ma tutte le usanze e le regole millenarie del villaggio, dove la coesistenza in apparenza pacifica della cultura tradizionale con i cambiamenti storici portati dal comunismo viene completamente dissolta dalla diffusione del contagio e dalla logica sfrenata del mercato che vi è sottesa.
Non c’è nemmeno bisogno che Lianke insista esplicitamente sulla portata simbolica di ogni azione o evento tanto è forte questa potenzialità già nella lettera del discorso. Il passaggio dall'immobile mondo rurale del villaggio agli sconvolgimenti che la Cina sta vivendo, con l'irruzione dell'Occidente e del denaro, e con la diffusione della corruzione e la mercificazione di ogni cosa e relazione e valore; la proiezione di ogni evento fin nelle sue minime implicazioni dal livello aneddotico a quello storico e da locale a sovranazionale; il ribaltamento del mondo dei vivi in quello dei morti e viceversa, fino alla loro sovrapposizione e confusione (la vendita delle bare, la speculazione edilizia dei cimiteri e la corsa all'accaparramento delle postazioni più panoramiche e salubri per la vita eterna e le dimore dei morti, il loro lusso sfrenato, da antichi imperi...), avvengono spontaneamente anche per il lettore occidentale.
Ciò che invece viene perso da questi è altro: e si tratta di una perdita difficile da valutare, ma che è facile presumere grande se la si rapporta alla misura e all'intensità di ciò che la lettura riesce comunque a trasmettere.
Dubbi di cui è difficile venire a capo. Per esempio: nella descrizione dei luoghi e delle cose riesce impossibile non intravedere (intuire, ma non percepire) una convenzionalità che comunque non soffoca, per noi, la semplicità e si traduce in incanto (quello di un'ingenuità riconquistata: che non è poco), mentre per un cinese la sua eventuale bellezza è più facile che derivi dalla stratificazione: di evocazioni, citazioni magari esatte e quasi rituali, differenze, scarti o addirittura sorprendenti innovazioni.
Ignota la lingua originale, che le traduzioni da quelle occidentali a volte lasciano invece trasparire, e con essa persi i ritmi, confuse le forme e incerti persino molti dei riferimenti più prossimi, a volte intuibili ma sfrondati di sfumature e implicazioni, e comunque poco assimilati, restano solo ripetizioni, variazioni, pause e cambi di ritmo, molto efficaci peraltro: richiami evidenti a cadenze della narrazione orale; ma quale tra le tante possibili formule e forme, è impossibile dirlo. Come è difficile decidere quale significato e valore formale e strutturale attribuire ai numerosi passaggi che a noi richiamano un realismo di stampo quasi ottocentesco.
E infine: quanto l’espediente del narratore morto e il particolare ruolo dei sogni sono personali creazioni di Lianke, e quanto invece si raccorda a modalità di narrazione consolidate o plausibili nella stratificata e millenaria tradizione cinese? Confesso che a me appaiono un po’ forzati, soprattutto il primo.
Quanto del tono complessivo di distanza e insieme di partecipazione, di ingenuità che si trasforma spesso in saggezza, deriva dal fatto che voce narrante è di un ragazzino, perdipiù morto? Che lo fosse, non mi sembra necessario, anche se per certi aspetti la parte finale del libro lo giustifica. Non del tutto, però. Resta un sospetto di arbitrarietà eccessiva (o forse sono io che non ne posso più del ricorso alla voce infantile per abborracciare una prospettiva inedita e presuntopoetica; ma anche qui: forse in Cina non è lo stesso).
Non è troppo intelligente, colto e smaliziato (e peggio: fintoingenuo) per essere un dodicenne? Oppure è la morte a rendere intelligentissimi?
Difficile saperlo. I morti, secondo me, sono così intelligenti che non hanno nemmeno bisogno di farlo sapere. Si accontentano di esserlo. E i vivi? Che si arrangino!



Yan Lianke, Il sogno del Villaggio dei Ding, trad. it. Lucia Regola, Nottetempo, 2011, p. 450, E. 20