31/10/15

Gemelli on the beach


Il cielo è coperto, il mare calmo e il vento fermo. Sono già le undici ma la spiaggia è ancora semivuota, quasi tutti gli ombrelloni chiusi. Dei sei aperti nelle mie immediate vicinanze, quattro sono occupati da famigliole composte dai genitori e da una coppia di gemelli, di età dai 2 agli 8 anni circa: tre di sole bambine, mentre l’ultima, quella più piccola, di una femmina dalle vaghe sembianze mongoloidi, ma vivace e intelligente, mentre il maschio è più silenzioso e tranquillo, e solo ogni tanto si dondola sui due piedi da sinistra a destra per minuti e minuti, con movenze che ho visto nei ciechi e negli autistici, senza essere né l’uno né l’altro. 
Per un attimo mi è parso di abitare una mediocre allucinazione all’interno della solita risaputa storia raccontata da uno sconosciuto, il solito cretino con scarsa immaginazione, ma subito mi sono ricreduto: sono nel solito mondo risaputo, è lui ad avere scarsa immaginazione, come la mia annotazione del resto. Non c’è bisogno di inventare o di ipotizzare altro: l’aria del genitori è normalmente ottusa, la pelle mi brucia e sulla passerella tra gli ombrelloni viene verso di me una giovane donna da capelli rossi naturali che tiene per mano una sua gemella in miniatura di 9-10 anni che di sicuro è sua figlia. Qualche metro indietro, la segue, con passo pesante e instabile, il mostro della palude silenziosa, con i suoi occhi gonfi, la cresta dorsale e la sua bocca dalle labbra sporgenti e rigonfie che taglia tutta la testa come uno squarcio osceno. Ha la pelle chiara e senza squame, però, e è obeso.

29/10/15

Amici inaffidabili (con viaggetto a Roma)



A volte sospetto che mia moglie non abbia poi tutti i torti quando sostiene che i miei amici sono tutti inaffidabili. Intellettuali, scrittori, artisti, gente così. Non sono tanti, ma rientrano quasi tutti in questa misteriosa e eterogenea categoria, il cui minimo comun denominatore è uno solo: appunto che di loro non ci si può mai fidare. Non rispettano gli orari, dimenticano le cose, sono trasandati, difettano di ogni intelligenza pratica e quando agiscono combinano solo disastri: insomma, non garantiscono il livello minimo di sicurezza richiesto dalle norme non dico della CEE (che quelli sono aguzzini nazisti), ma anche solo di uno stato approssimativo, dai contorni incerti e ancora in via di definizione, come l’Honduras, Zanzibar, il banato di Laputa.
Niente di grave, per carità, se non che ultimamente questo rischia di pregiudicare frequenza e libertà dei miei spostamenti. E’ che si preoccupa, ci tiene a me e alla mia incolumità. Non vuole perdermi. Mi ama.
Quando ero più giovane, e di conseguenza quando era più giovane anche lei, non sollevava obiezioni se, ogni tanto, prendevo e mi facevo un viaggetto da solo. Per esempio quando, dopo aver fatto il commissario interno agli esami di maturità, mi veniva in odio più del solito il mondo intero e avevo bisogno di stare da solo e in assoluto silenzio in mezzo a gente che mi ignorava e che io potevo guardare con lo sguardo tra il distaccato e lo schifato di un arconte, o di qualche altro essere appena al disopra, o al disotto, del genere umano. Di preferenza in un posto di cui ignoravo o potevo fingere di ignorare la lingua (con le lingue straniere si può: basta non prestare attenzione; mentre con la nostra devi proprio tapparti le orecchie, e, per sicurezza, non guardare neppure in faccia). E sì che allora non c’erano nemmeno i telefonini e talvolta era un problema persino chiamare casa, anche solo per dire sono arrivato, sto bene, ho trovato un buon albergo (non prenotavo mai, non sapendo in anticipo dove mi sarei fermato) e altre notizie essenziali, giusto per far sentire la voce, il tempo di identificarla, perché il semplice respiro, al telefono, non è riconoscibile (appunto per questo risulta inquietante). Oltre non si andava; come oggi del resto. Le bastava che mi facessi sentire ogni tanto: non per tranquillizzarsi, perché non era preoccupata, ma per coronare la sua tranquillità con il mio affetto. Con l’affetto elementare, ma fondamentale, che anche una pura chiamata, un saluto, sprigiona.
Ma con il passare degli anni, ogni volta che programmavo un viaggio la sua sicurezza è diminuita, e viceversa è cresciuta in proporzione inversa la tabella con direttive e corollari e opzioni varie, che ora contempla, tanto per fare un esempio, l’assenza di una notte, massimo due, e per non più di due volte al mese, per gli spostamenti e impegni veloci o di scarso peso (una mostra, una presentazione, un convegno: meglio se con un telefono o un indirizzo di riferimento o addirittura una persona di fiducia in loco), e alto gradimento della presenza di uno o più accompagnatori per gli sporadici viaggi più lunghetti, ma che non devono mai superare i 3-4 pernottamenti tuttavia (il che ne ha limitato drasticamente il chilometraggio potenziale). Di più senza di me non riesce a stare. E’ bello essere indispensabili in quest’epoca di assoluta impermanenza.
Fino a pochi anni fa anche l’identità dell’accompagnatore era secondaria. Praticamente andava bene chiunque fosse in qualche modo autonomo e non analfabeta: quindi anche il mio più caro amico e compagno abituale, che pure qualche dubbio sull’autonomia lo autorizzava (parecchi, anzi); le bastava ritenere ancora perfettamente sano e autonomo me (salvo in caso di incidenti, fratture e impedimenti motori e di qualsiasi altra natura, persino legale, tipo custodia cautelare o sequestro ecc., che allora avrebbero richiesto una persona di sicuro affidamento, esattamente come oggi: ma chissà perché questi pericoli allora le sembravano meno incombenti; forse è colpa della televisione). Stavo per scrivere sano e lucido, invece di autonomo, ma sotto questo aspetto, cioè sulla mia affidabilità, presenza di spirito, precisione, concretezza, accuratezza ecc. (su tutto cioè, a parte la puntualità e la disponibilità, quest’ultima peraltro anche eccessiva…), dubbi non poteva non nutrirne, date le mie sbadataggini, dimenticanze, goffaggini e omissioni occasionali sì, ma non rarissime, che però potevano essere ovviate quasi sempre dalla sua presenza e capacità manageriale, che mi assicurava un veloce rimedio, sia pure con il bonus di un inevitabile predicozzo che, data l’educazione sorbita da religiosi di varia caratura e rigore, ero però allenato a sorbire e subito dimenticare (inconscio a parte). Con il tempo però l’identità e il conseguente gradiente di affidabilità sono diventati fattori decisivi per la serena accettazione persino di un viaggio un po’ fuori dai parametri e addirittura senza l’inderogabile preavviso di mesi o almeno settimane.
Ora la mia cara consorte esige che vada in giro con gente giovane; sono ammesse anche le femmine, ma solo per spostamenti giornalieri senza pernottamento, se di specchiata moralità o con fidanzato a carico; o anche con pernottamento, uno solo – massimo un paio, se sono in due, con gli impliciti assunti a) che io sono innocuo; b) che sono troppo giovani per me o scarsamente attraenti; c) che dormono nella stessa stanza loro due (analisi che non fa una piega, peraltro); ma ancora meglio se il compagno è giovane, cioè dai 30 ai 50, e maschio, con implicita assenza di sospetti: a) su mie eventuali tendenze o occasionali tentazioni gay; b) che in due potremmo fare bisboccia ancor più allegramente. Il massimo apprezzamento si riscontra quando mi aggrego a una coppia (eventuali birichinate a tre rientrano nell’impensabile puro: anche per me). A escludere i gruppi, invece, ci penso io: la mia tolleranza arriva a due, anche perché poi fanno comunella e io posso starmene per conto mio ogniqualvolta ne sento il bisogno (cioè spesso: con tutto che sono un compagnone…).
Ma mica sempre è facile trovare accompagnatori con questi requisiti. Anzi, mica sempre è facile trovarne, per gli spostamenti e i viaggi che intendo fare io, con uno straccio di requisito qualsiasi. Tanto che, a petto di queste asperità, talvolta, kafkianamente, rinuncio. Sempre che non sia indispensabile.
Fortuna che spesso a chiedermi di fare un viaggetto con loro sono proprio gli amici, e non viceversa! Nel qual caso, se ci sono ostacoli, non è difficile aggirarli con raffinate mediazioni e strategie che sarei sciocco a divulgare. Magari qualcuna a pagamento.
Ho di questi amici che gli piace andare a spasso con me. Che trovano stimolante la mia conversazione quasi quanto io trovo stimolante la loro (intellettualmente, sia chiaro), o perché li faccio ridere; quanto volontariamente non saprei… Che mi attribuiscono competenze che non mi sono mai sognato di vantare, né di avere se è per questo; mentre loro ne hanno eccome, spesso in campi diversi dal mio, ammesso che io ne abbia uno, nel qual caso gradirei esserne informato. Brava gente che, mentre io li vedo con occhio spietato (e proprio per questo li ammiro pure), un po’ mi idealizza, con molta generosità. Sfido io! Se no che amici sarebbero? Il guaio è che, coltivando interessi analoghi ai miei, che erano già obsoleti quando ho cominciato a coltivarli (e io pensavo il contrario!), hanno un’età molto vicina alla mia, e anzi, più spesso maggiore (quando hanno cominciato a coltivarli loro non erano ancora obsoleti infatti, e forse è per questa ragione che loro sono bravi e noti e professionali, mentre io, disilluso quando già ero contaminato a morte, no), e perciò spesso con le mie stesse propensioni alle dimenticanze e inadeguatezze ecc., ma, essendo loro professionisti, con un grado ancora maggiore di inaffidabilità rispetto del mio. Non so se mi spiego.

Ieri mi telefona uno di costoro. Uno che, agli occhi della mio collegio arbitrale domestico, staziona in permanenza sul podio della suddetta categoria, e che perdipiù, tra tutti i miei amici, è il meno rispondente al requisito dell’età. Bene, proprio costui, uno scultore, mi chiama per dirmi che il giorno dopo va a Roma per preparare una mostra, che ha un piccolo appartamento in centro a sua completa disposizione (leggi: niente spese d’albergo) e che poi va a vedere una grande mostra di Tiziano alle Scuderie del Quirinale. Ora, a me piace andare alle mostre da solo, ma se proprio ne devo vedere una in compagnia, questo amico staziona sul podio anche della mia, di classifica. (Magari il motivo lo spiego un’altra volta, perché qui la tiritera sta già diventando troppo lunga di suo: infatti sto scrivendo solo ora, dopo quasi 4 cartelle, quella che doveva essere la seconda, massimo terza frase di quello che doveva essere un semplice appunto: la telefonata dell’amico con l’invito a vedere la mostra di Tiziano, intendo.)

Ne parlo con la mia amata consorte, perché in questo periodo avevamo in programma alcune cosucce da sbrigare insieme, e stranamente lei non avanza nessuna obiezione. Ma proprio nessuna. Nemmeno un timido se, un ma, tanto per non perdere l’allenamento. Anche la più banale, come la mancanza assoluta di preavviso e del tempo necessario ad abituarsi all’idea del distacco. Vai pure, che è da un po’ che non fai un giro, mi dice senza notare il mio sguardo allibito. Segue qualche piccola raccomandazione, ma ridotta all’osso, il minimo per mantenere viva la fiammella dell’apprensione di chi ama (si dice così, vero? Sì, si dice così: perché è vero) e delle relative rassicurazioni. Allora comunico al mio amico che lo accompagno, e già che ci siamo ci accordiamo anche sugli orari del ritorno e sui biglietti del treno, che ci pensa sua moglie a prenotare dato che io sono fuori casa e non ho accesso al pc. Bene, sarà fatto.
Ritorno ai miei impegni. Appena ripresi mi accorgo che già da subito un dubbio aveva preso a gironzolarmi per la testa, a giri bassissimi; ma, essendo concentrato su altre importanti faccende (una partita a scopa d’assi), avevo trascurato di metterlo a fuoco. Prima ancora che riesca a farlo, il mio amico, incurante che mi sto giocando la reputazione con i miei sodali dell’osteria, mi comunica che è tutto a posto: treni prenotati, posti vicini, costo inferiore al previsto. Benissimo, ma lasciami finire la partita, cazzo!
E’ solo dopo questa terza telefonata che il dubbio si precisa: com’è che io non ho mai sentito parlare di una mostra di Tiziano così importante? Possibile che nessun giornale o notiziario o pagina web ne abbia ancora parlato? E intanto confondo un sei con un sette, e gioco la carta sbagliata. Appena tocca il piano del tavolo mi accorgo dell'errore e ho un lievissimo moto involontario di contrazione facciale. Il mio socio, che non perde una sfumatura e soffre semmai di iperintepretazione, mi guarda basito. Dentro di sé, si chiede senza dubbio se tener conto della giocata o piuttosto della velocissima contrazione che non gli è sfuggita. E poiché è uno serio, ma non minchione, gioca come se mi fossi sbagliato cercando di rimediare al mio probabile errore. Ma il danno è fatto. Dovrò scusarmi. E senza fare riferimenti ai suoi molteplici errori del passato immediato e lontano. Tanto sarebbe inutile: lui errori non ne fa. Non sono eventi che passano sotto silenzio quelli! (La mostra, e anche gli errori.) Ma non mi preoccupo troppo, perché in questo periodo sono ben altri gli argomenti di cui tutti parlano in ogni luogo e modo, ed è appunto per questo che io ho seguito la cronaca ancor meno del solito: quindi la mostra potrebbe benissimo essermi sfuggita (come la carta).  

Una volta tornato a casa però, una ricerchina la faccio, e il mio timore trova conferma: non c’è nessuna mostra di Tiziano. Non ancora perlomeno. Apre tra dieci giorni, infatti. E’ la seconda volta oggi, dopo la conferma dei miei timori pre-elettorali sui quali però mi rifiuto di dire una parola in più, che sarei molto più contento di avere torto! Vuol dire che vedrò qualcos’altro.
Comunque a mia moglie non glielo dico. Va bene darle ragione tra me e me (cioè qui: per dire…), ma non  apertamente, non al punto, cioè, da sputtanare i miei amici. E’ una reticenza che evita discussioni inutili, anche se innocue, e non offre argomenti a recriminazioni future, altrettanto inutili e innocue. La vita di coppia è fatta anche di queste misericordie. Anche lei omette. Per amore ovviamente. E l’amore, si sa, è ingiusto: lei, piuttosto che spiattellarmi in faccia la mia sostanziale inaffidabilità, rovescia sugli altri anche la quota di mia pertinenza (ne tiene qualche spicciolo di riserva anche lei però, per la legge del non si sa mai), sui miei amici soprattutto, i quali, se hanno una colpa, è proprio quella di considerarmi amico loro. Loro sanno che su di me non possono contare a occhi chiusi (diversamente da mia moglie che sa di poterlo fare sempre), che sono più le volte che mi tiro indietro di quelle che rispondo presente; eppure continuano a chiamarmi, a chiedermi se li accompagno, se ci vediamo, se mi va di fare questo per loro o assieme a loro, o addirittura se possono fare qualcosa per me: continuano a tenermi le porte aperte, o socchiuse, e io, appena vedo uno spiraglio, mi ci intrufolo e: eccomi qui!, dico. Proprio non ce la fate senza di me, eh? Sfruttatori!

didascalie

1 – Amici inaffidabili (Museo degli scrittori a Dublino)

2 – Federica e Michele alla biblioteca nazionale di Dublino

3 – Specimen di amico inaffidabile (Federico D.L.)

4 – Cosa mi aspettava a Roma (avevamo dimenticato che era il giorno dell’ultimo saluto del Papa)

5 – Antonio e ‘l Brüsa al bar

6 – Barocci, Visitazione – nella magnifica Chiesa Nuova

7 – Meravigliosa pancetta egizia (musei vaticani)

8 – Autoritratto con Busto di Olimpia Maidalchini Pamphilj, di Alessandro Algardi (devo la precisazione del mio momentaneo vuoto di memoria, che avrei colmato di persona a tempo debito, a Federico De Leonardis, scultore e architetto, che a quei tempi sarebbe stato infilzato o avvelenato ancora giovane. Oggi trova persino chi gli vuole bene: io per esempio. No comment please). Galleria Doria Pamphilj

27/10/15

Junichiro Tanizaki, La croce buddista



Una delle costanti della tradizione narrativa giapponese, dicono gli studiosi, è la debolezza nella costruzione: abbondano le digressioni scoordinate, seppure dotate di un’autonoma bellezza, e anche l’attenzione ai più minuscoli particolari, che conferisce alla narrazione un tono di realismo e di concretezza, non riesce a inquadrarsi in una struttura coerente, finendo anzi per contrastare con il quadro generale che resta vacillante e nebuloso. E’ una debolezza solo secondo la nostra prospettiva, tuttavia, se per molti secoli nessun giapponese se ne è fatto un problema, e quindi doveva emergere solo dopo l’impatto con la cultura occidentale.
Eppure quando verso la metà dell’Ottocento si è verificata l’invasione di questa cultura, caotica e spesso di terz’ordine, sono state soprattutto le suggestioni di natura etica, sociale e contenutistica a imporsi, cosa insieme strana e comprensibilissima in un Paese tanto tradizionalmente attento alla forma da esserne a volte soffocato. 
E’ solo mezzo secolo dopo che i problemi di struttura e di intreccio vengono in primo piano, Con Junichiro Tanizaki (1886-1965), considerato il maggior prosatore giapponese moderno, che non a caso sulla cultura occidentale si formò, per non rinunciarvi neppure quando nella maturità operò un suo personale recupero della tradizione.
Della sua vasta produzione buona parte è già nota anche in Italia (per esempio Due amori crudeli, La gatta, La chiave, Il diario di un vecchio pazzo), ma forse nessun libro illustra con maggiore precisione, nel bene e nel male, le difficoltà connesse a questo aspetto del suo lavoro come La croce buddista, che ora Lydia Origlia ha egregiamente tradotto per Guanda.


Sebbene anche questo romanzo, pubblicato a puntate su una rivista tra il 1928 e il 1930, presenti infatti in diversa angolazione e con ulteriori apporti molti dei motivi che pervadono tutta l’opera di Tanizaki, sono proprio le preoccupazioni di intreccio e simmetria a spiccare con maggior risalto, come già suggerisce il titolo stesso.
La croce gammata infatti ha meno a che fare con il contenuto che con le reciproche posizioni e relazioni dei quattro protagonisti, uniti a due a due in legami “normali” (matrimonio e fidanzamento) ma intrecciati e tendenti l’uno verso l’altro come i bracci della croce, in un moto rotatorio che porta ciascuno a ricoprire successivamente le posizioni di tutti gli altri fino all’esaurimento delle varie combinazioni.
Sonoko la giovane donna che narra in prima persona e con la finta andatura del parlato, con i suoi inceppi e recuperi e delucidazioni a posteriori, i dettagli della sua storia ormai resa pubblica dai giornali a un maestro identificabile con il romanziere , è sposata con Kotaro e ha una relazione lesbica con la bellissima Mitsuko, a sua volta fidanzata con Watanuki, che però è impotente; tutti vogliono, prima o poi, Mitsuko, che tuttavia è sempre la prima a muovere verso di loro e non ne può fare a meno mentre sembra dominarli; ognuno inganna e è ingannato dall’altro, se ne serve e cade nella trappola che l’altro gli tende; chi cerca poi abbandona e chi respinge implora; l’uomo concreto scopre l’ideale, quello che sventola sublimità cela nefandezze; il destino appare come facile scusa e tutti vengono trascinati da un destino diventato puro meccanismo senza causalità; ogni motivazione ricopre una verità che diventa a sua volta infingimento quando si manifesta, in un susseguirsi vertiginoso di colpi di scena, marce indietro e rivelazioni fasulle, tanto che non si può nemmeno stabilire se il suicidio finale di Sonoko, di suo marito e di Mitsuko è un nuovo fallimento o se la sopravvivenza di Sonoko è frutto di una definitiva macchinazione, ancor meno decifrabile di tutte le altre che costellano il libro. Come spesso avviene in Tanizaki, nel quale raramente il gioco delle finzioni e delle maschere non finisce per distruggere la possibilità spessa di una verità originaria o verificabile.
Ma ognuno di questi movimenti è insieme necessario (simmetria oblige) e immotivato, più o meno profondamente a seconda dei casi, e così il racconto, al di là del susseguirsi ossessivo di interpretazioni che cambiano faccia ad ogni evento, rigurgita di ex machina (dei o avvenimenti)
fintamente presentati come dati di fatto.
Si assiste insomma a una specie di gioco al massacro da cui tutti i protagonisti escono variamente distrutti, mentre chi nel gioco serviva  soltanto la cameriera che narra lo scandalo ai giornali) diventa uno dei motori esterni della distruzione, e chi è semplice spettatore (il maestro) è in realtà colui che tiene tutti i fili (narrativi) proprio mentre sembra limitarsi a trascrivere e basta, con la sola aggiunta di qualche delucidazioni puramente “oggettiva”. Come detto, gli eventi scorrono spesso senza nessun principio di causalità; nessun destino, prendesse pure la forma del caso, riesce a reggerli né li domina, se non sotto la forma di esigenze a volte automatiche di struttura e di simmetria che nelle mani del maestro sono, e in certi casi restano.
Eppure, nonostante questo, il libro conserva spesso una sua notevole forza. Non solo per la bellezza delle figure femminili assolutamente concentrate nella loro passione, o per l’estrema sottigliezza delle analisi che finisce per proiettare sulla narrazione realistica le cadenze del labirintico rigore della follia, o per la descrizione stratificata e approfondita, insieme lucidissima e casta, delle perversioni e delle morbosità: sono tutte caratteristiche costanti dello stile di Tanizaki, tanto più preciso quanto più complesso e indecidibile il suo mondo.
Forse avviene che l’indecidibilità del suo mondo diventa quella dei suoi libri. Perché alla fine si profila sempre un nuovo dubbio: e se anche la meccanicità fosse voluta? se La croce buddista non fosse anche una rivisitazione sistematica di quella letteratura popolare della quale a volte, con certi capovolgimenti spettacolari e con certe movenze effettistiche, affetta l’andatura? se non fosse anche una risposta sistematica e geometrica di quella cronaca scandalistica di cui i protagonisti sono, fino a un certo punto, le vittime? Fino a un certo punto, naturalmente. Perché di nuovo non è sicuro che sia proprio lo scandalo a determinare la decisione del suicidio; semmai l’accompagna per un’altra maschera.
12-04-1983




Junichiro Tanizaki, La croce buddista, Guanda, Milano, 1983, p. 149, £ 9.000

23/10/15

Gradi di importanza (o differenza, se si preferisce)


C'è un sacco di cose che mi importano ma di cui non scrivo mai. Perché? Forse perché mi importano, e anche molto, a livello razionale (sociale, etico ecc.), ma non mi coinvolgono a quello in cui si trova tutto ciò che mi importa tanto da doverne scrivere.
Questo significa che buona parte di ciò che è razionale non merita di essere scritto (da me almeno)? E che ciò che scrivo non è (in buona parte) razionale? E infine che solo ciò che merita è così forte che ne devo scrivere? O viceversa che è solo la compulsione a scrivere (e la conseguente decisione, che tale non è) a decidere del merito? Questo mi dovrebbe dire qualcosa sulla mia vita? È la mia vita che è fatta così?
Non credo: nella mia vita sono piuttosto razionale, a volte fin troppo; o lo sono stato, perché negli ultimi anni mi sembra di esserlo meno, e non mi dispiace affatto. Rimpiango di esserlo stato prima? Neanche per sogno. Il rimpianto è ridicolo (vedi come sono razionale?). E poi credo che si debba essere razionali, tra esseri umani: cioè giusti. E a partire da lì, andare oltre, ma nella stessa direzione: cioè buoni. Non fare del male, e fare del bene.
Ma significa anche che scrivere, per me, è dover scrivere, non: voler scrivere. Se non devo, non scrivo. La fonte di questo dovere può essere anche esterna e occasionale, ma se non c'è, non comincio nemmeno. Ci sono gli scrittori professionisti, per quello. Io non decido. Rispondo. Obbedisco. E se il comando è debole, tergiverso, fingo di non sentire. Lo metto alla prova, in un certo senso. Lo sfido. Cosa hai detto? Non capisco. Quel cane allora, a volte, finge anche lui di non esserci stato. Di essere stato altro. Un suggerimento magari. O un cortese invito. Me ne frego della cortesia io! (Solo in questi casi, sia chiaro.) In rare occasioni mi lascio prendere dalla compassione e cedo, ma poi mi disprezzo. Mai più, mi dico. Se ci ricasco, devo avere delle scuse davvero buone (sempre la gentilezza...). Però di solito, quasi sempre, aspetto. Voglio un ordine. Ordino che l'ordine  sia una supplica. Una supplica imperativa! Sembra un ossimoro. Eppure ogni supplica lo è (e viceversa: ci si può sempre rifiutare, e in mille modi). E non c'è nemmeno bisogno che sia espressa in quanto tale. Basta la presenza. L'affacciarsi. Basta quello a strapparmi le viscere. È doloroso, spesso. Almeno all'inizio. Poi, uno è più leggero. Le viscere pesano. Profumato, quasi (le viscere puzzano).
Ma potrebbe anche voler dire che in realtà scrivo solo ciò che posso, e per pietà (stavolta di me stesso) trasformo questo posso in un devo. Tanto chi se ne accorge? Ammesso che qualcuno legga ciò che scrivo. E che legga con attenzione, per soprammercato. Magari qualcuno c'è. Io leggo così, di solito. Con la stessa attenzione che, teoricamente, pretendo per ciò che scrivo io. Leggo come se a scrivere fossi io. Però ricavando soddisfazione (e un po' di sana invidia) solo quando posso ammettere spassionatamente che io, di scrivere così (o quello), non sarei capace. Praticamente quasi tutto. Allora l'invidia diventa ammirazione.
E dire che mi credo uno disincantato! E lo sono, via. Ma non quando leggo. Quando leggo sono schizofrenico: disincantato spesso, e altrettanto spesso, contemporaneamente, con stampata in faccia la meraviglia. Per fortuna non mi vedo! A volte, molto raramente, mi meraviglio nel leggere ciò che ho scritto io. Fosse così sempre! Un io che non sono più, però. Anche solo un io del giorno prima. Ma guarda, mi dico, non male quel Luigi Grazioli!
Questo che ho appena scritto, però, ora non lo leggo. Temo che questo Luigi Grazioli resti troppo deluso. Per oggi mi basta di aver obbedito. Oggi preferisco essere felice.



(pezzo piuttosto vecchio, mai usato, mi pare)

19/10/15

Sembrava contenta



Mentre camminavo lungo l’alzaia del naviglio stamattina presto, nel silenzio più totale, rotto soltanto, per un po’, da una coppia di passeri lillipuziani che si cantavano a gola spiegata, forse per la primissima volta tanto sembravano loro stessi sorpresi, la loro mutua adorazione, ho visto venirmi incontro la sorella di I., morta da dieci anni.
Indossava dei pantaloni comodi e una giacchetta di discreta fattura, chiusa, sotto la quale si intravedeva una comune maglietta a girocollo rossa, e camminava con passo elastico e tranquillo. Mi ha riconosciuto anche lei quasi subito, nonostante il cappello calcato fino alle sopracciglia, e mi ha fatto un cenno con la mano già da lontano.
Mentre si avvicinava ho notato che aveva la pelle del volto più liscia, di un bel colore roseo uniforme, senza le solite screpolature e gli arrossamenti delle reti di venuzze esplose a causa dell’alcol che le dava il calore indispensabile al lavoro all’aperto nelle stagioni fredde, e a tutto il resto, ogni volta che ne sentiva il bisogno. La bocca aveva perso la stortura simile a un ghigno, anche se non cattivo, che le era rimasta da una leggera trombosi e si era distesa, a parte una lievissima piega sopravvissuta si direbbe in memoriam, in un morbido sorriso. I capelli erano meno stopposi e con un taglio che si addiceva ai suoi tratti spigolosi. Bella non era diventata, ma gradevole sì, tenuto conto dell’età.
Mi ha salutato lei per prima e mi ha chiesto come stavo. “Bene!”, le ho risposto nascondendo la sorpresa. Non eravamo mai stati in confidenza. “E tu?” “Sì, sì, sto bene anch’io. I dolori mi sono passati quasi tutti; l’artrite è sparita e è da un po’ che non faccio più coliche. Vieni spesso a passeggiare qui?” “Sì, in genere a quest’ora…”, le ho detto, e prima che potessi continuare: “anch’io!”, ha quasi urlato lei, come chi è abituato a parlare in corsa, o da lontano. Poi, scemando progressivamente la voce fino a ridurla a un’esalazione: “ma allora com’è che non ti ho mai incontrato prima?”, ha continuato. “Sai, ultimamente ho avuto qualche problemino, e poi la le piogge, gli impegni… ho diradato un po’ e variato gli orari… ma ora riprenderò la routine di sempre…” “Beh, allora ci troveremo ancora!” “Certo!”, le ho detto, e l’ho salutata come avessi fretta di ripartire, mentre una coppia di giovani atleti ci sfrecciava accanto, piegando la testa dalla nostra parte con gli occhi limpidi e la bocca che sorrideva.
Mi ha salutato anche lei e si è messa a trotterellare agile nella scia dei due corridori. Io ho ripreso la passeggiata con la mia normale andatura senza mai voltarmi.


17/10/15

Diluvio a Mirabilandia



Il pullman si è fermato a Mirabilandia sotto il diluvio universale. Il piazzale è vuoto, nessuno è sceso e nessuno aspettava di salire, ma la sosta non accenna a finire. Il motore ronfa piano, le parole e i bisbigli sembrano esauriti, i cellulari non squillano, dalle cuffie e dagli auricolari non fuoriesce nemmeno un ronzio: si sente solo lo sventagliare della pioggia sulla lamiera e i vetri, in uno stato di sospensione indefinita. I macchinari delle attrazioni si intravvedono appena, oltre la fitta barriera di acqua e vapori, nell’aria scura. Di quella più vicina, le gigantesche montagne russe a monorotaia, incombono su di noi alcune volute scure, grovigli sospesi nel cielo come un’astrusa astronave annodata attorno a un nucleo invisibile, come un cappio cosmico, ganasce mastodontiche pronte a chiudersi attorno a teste e corpi ancora da inventare, eppure molto simili ai nostri, e a ghermirli. La pioggia sferza tutto senza remissione, il piazzale e la strada sono ormai allagati, nessuna auto passa, nessun faro si accende, i finestrini vibrano, dal soffitto filtrano, sempre più forte, acqua e vento, mentre la visibilità declina verso una notte prematura, un presagio di cecità totale, definitiva. Alcuni hanno preso a piangere.

16/10/15

Mishima - Sole e acciaio; Neve di primavera




Gli artisti nascono sotto il segno di Saturno, ma agli scrittori può capitare che questo segno si raddoppi in quello di una figura retorica: per Yukio Mishima prese la forma dell’antitesi. Né lo ignorava lui stesso, che non a caso sottolineò che quanto il suo ne fosse ricco. Solo che per uno scrittore una figura retorica non è mai un semplice ornamento, è qualcosa che lo penetra e ne informa ogni nervatura, artistica e esistenziale, e Mishima sapeva che l’antitesi , che comporta contraddizione e conflitto, era l’oscillazione che scandiva di sussulti e di fratture la sua vita. Gli sembrava quasi di essere una pellicola sottile in cui coabitavano, o forse il limite su cui venivano a scontrarsi, separati da una profonda scissione ma pronti a scambiarsi l’uno le caratteristiche e le qualità dell’altro, i due poli di una contraddizione che si metamorfosava in una fitta serie di coppie antagoniste: la carne e la mente, la bellezza e la laidezza, l’esistere e il vedere, la forza e la forma, l’omosessualità e l’eterosessualità, l’Oriente e l’Occidente.
Mishima si illuse che quella pellicola potesse rafforzarsi sino a conciliare ogni contraddizione, acquisendo la perfezione dei muscoli, che per lui “oltre a essere una forma, erano anche una forza”, e situandosi al livello della morte, sola garante capace di colmare “la breccia assurda che esisteva tra il vedere e l’esistere”, lungo un tragitto che è ammirevolmente ripercorso in Sole e acciaio e che sfociò poi nello spettacolare suicidio rituale del 25 novembre 1970.
Ciò che Mishima ignorava però, o che forse troppo bene conosceva (come si evince dalle sue opere che difatti ne sono il chiaro e tragico dispiegamento), ma senza potervisi rassegnare, era l’impossibilità di una sintesi per e soprattutto in lui: uno dei due poli finiva sempre per prendere il sopravvento sull’altro, magari con parziali e provvisorie anfibologie mimetiche ma senza giungere mai ad annientarlo o ad assimilarlo completamente, o superarsi in qualcosa di più alto. Per questo Mishima di disprezzarlo, fino quasi a convincersene: riconosceva che il lato dominante era quello a suo parere negativo, e lo denegava perché vi si riconosceva.

Così ha seguitato a riprodurre la scissione anche nel momento in cui essa avrebbe dovuto trovare la sua suprema sintesi: non a caso la mattina stessa del seppuku scrisse su un biglietto: “La vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre” (anche l’ultima frase è un’antitesi dunque. Marguerite Yourcenar però, nel suo Mishima o La visione del vuoto, che è qualcosa di più di una affascinante riflessione sulla vita e l’opera dello scrittore giapponese, non vede in queste parole nessuna contraddizione con il “fatto che l’uomo che le ha scritte sarà morto prima che la mattina finisca”, perché le interpreta, giustamente ma limitatamente, solo come caratteristiche di “tutti gli esseri tanto ardenti da essere insaziabili”); e soprattutto consegnò all’editore l’ultimo volume della quadrilogia Il mare della fertilità, vasto affresco del Giappone del ventesimo secolo da molti reputato il suo capolavoro, che conferma nelle sue linee generali il discorso si qui svolto.
Il suo protagonista infatti, più che i quattro giovani la cui storia viene seguita di volta in volta fino alla morte che per essi corona un’esistenza gloriosa sebbene (o proprio perché) fondata su una colpa, è colui che vede la serie di queste vite e di queste morti, le collega e vi trova una continuità nel senso di una teoria della reincarnazione che molto probabilmente è solo la proiezione dei suoi fantasmi e desideri, e crede di non vivere se non nella loro contemplazione, quando invece è forse l’amore sotteso a questa contemplazione a costituire la più alta energia vitale e a rendere memorabili le vite contemplate, l’energia che lo sorregge nella sua lunga esistenza, salvo indurlo a porvi termine nell’istante in cui viene riconosciuta.
E’ Honda cioè, che in Neve di primavera, il primo e finora unico volume tradotto della quadrilogia, ci viene presentato come un giovane studente destinato, nel Giappone di inizio secolo, a seguire la carriera paterna nelle più alte cariche della magistratura.
Honda è di aspetto ordinario, studioso, incapace di fantasia e come precluso alle passioni, di spirito pratico e razionale anche quando le sue letture sul diritto e la sua storia lo portano ad occuparsi di filosofia e religione. Solo l’esclusiva amicizia con Kiyoaki, la cui tragica storia costituisce l’argomento principale del romanzo, risveglia in lui un sentimento di delicatezza e generosità non disgiunto da ammirazione.
Kiyoaki è infatti l’incarnazione di tutto ciò che manca a Honda 8e l’altro dei due io in cui Mishima si sentiva scisso): nobile e bellissimo, vive in un mondo separato di immaginazione e di sogni, ed è preda di una forte e lacerata sensibilità che lo porta a creare ostacoli laddove non ce ne sono, ma gli dà anche l’impulso a superarli quando realmente appaiono insormontabili. Anzi, è proprio ciò che per il senso comune è impossibile che lo induce a riconoscere la propria passione e a rinfuocarla nel compimento reale, anche se questo lo condurrà, quando l’oggetto della sua passione si sarà definitivamente sottratto al suo cerchio rinunziando con una decisone irrevocabile (la monacazione) a lui e al mondo, a una morte prematura, che del resto è l’unica bella per Mishima.
E’ la storia, centrale nel romanzo, dell’amore per Satoko, la stupenda ragazza (e figura narrativa) nella cui famiglia, ora in decadenza ma di antichissima nobiltà, Kiyoaki era stato fatto allevare dal padre, marchese di seconda generazione tutto impregnato di spirito occidentale sebbene formalmente ancora ossequente a quelle tradizioni la cui scomparsa Mishima ha deplorato fine nella sua stessa morte.
L’insorgere di questa lacerazione nel tessuto culturale e sociale del Giappone fa da basso continuo alla narrazione e le impedisce, unitamente alla grande abilità di Mishima nel descrivere i rapporti umani e alle sue doti introspettive e liriche, di assumere in nessun caso quelle cadenze di melodramma alla quali la nuda trama e molti dei personaggi nella loro ordinarietà potrebbero far pensare.
D’altronde Mishima sapeva benissimo che alla tragedia non sono indispensabili esseri o eventi straordinari. “il pathos, l’ebbrezza e la lucidità, elementi costitutivi della tragedia, nascono dall’incontro di una sensibilità normale, dotata di una sua intima forza, con quel momento privilegiato, che sembra specificamente destinato a lei. Alla tragedia necessitano una vitalità e un’ignoranza antitragiche e, soprattutto, una certa ‘inadeguatezza’.” Quanto a sé invece, Mishima non accettava questa incompletezza e ordinarietà, sebbene sostenesse che “chi commercia con le parole può creare una tragedia, ma non parteciparvi”. Per questo la cercò in una decisione e in un gesto, rinunciando alle parole.
Se Mishima tuttavia ha raggiunto la tragedia, non è stata certo quella da lui inseguita: anche in lui dobbiamo supporre infatti una certa ignoranza e inadeguatezza. Allora la sua tragedia è forse consistita nel credere nella possibilità di raggiungerla cercandola e nel cadere, allora sì, in un destino luttuoso ma ordinario come quello di tutti, dal quale solo ciò a cui aveva rinunciato, appunto le parole, continuano a salvarlo al di là di ogni agognata conciliazione di quei conflitti che per lui, come per ogni scrittore, solo nella scrittura potevano trovare una forma e realizzarsi.

30-10-1982


Yukio Mishima, Sole e acciaio, Guanda, Milano, 1982, p. 95 £ 7000
                  Neve di primavera, Bompiani, Milano, 1982, p. 402, £ 15000
Marguerite Yourcenar, Mishima o La visione del vuoto, id, 1982


13/10/15

Cartine (geografiche). E atlanti e mappamondi.





Quando leggo tutto quello che raccontano tanti scrittori anche miei coetanei, o di poco più anziani (e pazienza per quelli dal primo 900 in giù, fino all’epoca degli astrolabi, dei mappamondi giganteschi e degli affreschi vaticani), rievocando gli atlanti e le carte geografiche della loro infanzia, con tutte quelle meravigliose immagini, i paesi distinti da colori squillanti con i loro nomi impronunciabili quanto suggestivi, e le illustrazioni con i percorsi e la lunghezza dei grandi fiumi, il profilo delle montagne più famose e gli imbuti delle fosse oceaniche, e le piante e gli animali di tutte le forme e dimensioni, con i rivestimenti più strani, e grinfie e zanne e musi spaventosi a popolare le paure notturne, i brividi controllati del giorno accanto alla mamma o alla domestica, e le fantasie di fuga e ritrovamento, e di misteri e avventure e agnizioni principesche, che ne sgorgavano in pomeriggi lunghissimi e, manco a dirlo, noiosissimi prima di entrare in quel mondo incantato, e sempre solitari e un po’ febbrili, ma fervidi poi, e trasognati e malinconici ma colmi della più compiuta felicità che i tapini abbiano mai provato e che non sono più stati capaci di recuperare dopo di allora, se non nel ricordo… oppure nelle serate in cui stavano chiusi nella cameretta, con le voci dei genitori che echeggiavano da lontano e nessuno (nessuno!) che si presentava a abbracciarli e a baciarli, e le fantasie diventavano incubi, le immagini si animavano e prendevano corpo e ti assalivano, e il bambino sprofondava davvero nell’abbandono, se ne sentiva avvolgere come di una cappa pesante, fisicamente soffocante, tanto che il respiro diventava affannoso, e si bloccava e poi erompeva di botto in un singulto, in un pianto o un grido a cui magari nessuno accorreva, o accorreva tardi, sempre troppo tardi, perché la paura e la solitudine si erano ormai insediate per sempre nelle fibre più riposte del corpo, nei condotti segreti dell’anima, e non se ne sarebbero più andate, mai più… quando leggo tutte queste rimembranze non so quanto reali o posticce, o gonfiate ad arte o consolatorie, mi chiedo com’è che a me non è mai, e dico mai, neppure lontanamente, successo qualcosa del genere.


Che razza di mostro insensibile devo essere stato! O magari ero solo un bambino normale, di una normalità diversa dalla diversità che accomuna tutti quei sognatori così simili tra di loro (o con i ricordi così simili negli anni successivi), e che avevo altro da pensare e da fare. Altri modi di giocare. Anche di stare solo.
In cartine e atlanti io ci vedevo solo capitali e confini da imparare a memoria, bandiere da distinguere e riconoscere, tracciati di fiumi da individuare con l’esatta distribuzione degli affluenti e l’ordine delle lunghezze, la loro classifica (come quella delle serie A e dei marcatori; le formazioni, l’ordine dei gol e i singoli autori partita per partita, e le date di nascita e i dati fisici e l’elenco delle squadre in cui ogni giocatore aveva militato erano uno sfoggio a parte) e quelle dei monti, e le risorse, le principali attività produttive, flora e fauna, e ancora catene montuose, golfi, coste, isole, mari interni e laghi, e tutti li imparavo e tenevo a mente, con le rispettive distanze, i fusi orari, gli abitanti complessivi e quelli delle regioni e delle città contraddistinte da piccoli cerchi, o da cerchi dentro cerchi, o da quadrati e da quadrati entro quadrati, o da cerchi con una pallina nera al centro, o quadrati con un quadrato nero all’interno, e ancora li tengo a mente quasi tutti, e non come giaculatorie da ripetere o rosari apotropaici da sgranare: li richiamo quando mi servono, e a volte, rarissimamente, per puro piacere, e tanti saluti.


07/10/15

Bruno Schulz



Ci sono scrittori che, pur non essendo notissimi al vasto pubblico, sono oggetto di un solido culto sotterraneo ma tenace che accoglie sempre nuovi adepti; ogni tanto il loro nome appare qua e là, confuso tra altri e come sussurrato di sfuggita, riconosciuto solo se qualcun altro nel discorso vi fa cenno, ma più spesso sottaciuto, come è giusto, in misura proporzionale alla loro influenza silenziosa; periodicamente fanno capolino per qualche istante, per poi ritrarsi subito come infastiditi dalla luce degli incostanti riflettori: Bruno Schlulz, ebreo galiziano, ma forse sarebbe meglio dire polacco di famiglia ebraica, assassinato cinquantenne nel 1942 dai nazisti, è uno di essi, e quello attuale sembra proprio uno dei momenti in cui tornano alla ribalta. Così accade che il narratore di Vedi alla voce: amore di David Grossman (Mondadori, 1988) riceve come dono d'addio da Ayalah, la sua donna, Le botteghe color cannella e, nonostante una certa diffidenza iniziale, subito se ne innamora ("Lo leggevo come si legge una lettera giunta a noi fortunosamente; come una frammentaria comunicazione pervenutaci da un fratello che avevamo pianto per morto per lunghi anni. Era il primo libro in vita mia che, quando ebbi finito di leggerlo, cominciai subito a rileggere, dalle prime pagine. E da allora – tante e tante volte! Per lunghi mesi non provai il bisogno di leggere nessun altro libro. Per me quello era il Libro...") tanto da lanciarsi alla ricerca delle tracce del suo autore e da farne poi il protagonista di una fantastica epopea sottomarina; il protagonista di Il Messia di Stoccolma di Cynthia Ozick (Garzanti, 1991) crede invece di essere il figlio di Schulz, e coinvolge coloro che gli stanno attorno in questa fissazione, nel culto della sua persona e dei suoi testi, e soprattutto nella ricerca di quelli dispersi o scomparsi, che a volte riaffiorano o vengono all'uopo contraffatti (ma non è certo): sintomi recenti e spettacolari di un culto per lo più silenzioso e sotterraneo che avvolge da sempre questo oscuro insegnante di disegno di provincia, nei cui racconti peraltro già Witkiewicz e Gombrowicz avevano subito riconosciuto la mano di un grande.

Gli elementi che favoriscono la sua mitizzazione del resto non scarseggiano: la vita appartata e insignificante a Drohobycz, dove era nato nel 1892; una famiglia patriarcale e ricca di parenti bislacchi, che sembra uscita dallo stampino del tipico scrittore ebreo austro-ungarico; la tragica morte nel 1942 per mano di un ufficiale nazista che voleva vendicarsi di uno sgarbo subito da un collega che invece lo proteggeva; la scomparsa di gran parte dei suoi manoscritti, specialmente del romanzo Il Messia, al quale aveva lavorato gli ultimi anni della sua vita; nostalgie asburgiche dure a svanire...; ma certo non basterebbero a spiegarne la profondità senza lo straordinario fascino che deriva dal non vasto numero di racconti che di lui ci sono rimasti e che ora Einaudi ristampa nella loro interezza (cioè la raccolta eponima, pubblicata nel 1936, quella successiva, del 1938, ma scritta precedentemente, Il sanatorio all'insegna della clessidra, e il racconto “La cometa”, mentre da tempo esaurito è il volume di Lettere perdute e frammenti, ed. Feltrinelli, che raccoglie gran parte degli altri autografi sopravvissuti alla catastrofe personale di Schulz e di molti dei suoi amici).
"I racconti di Schulz costituiscono un unico ciclo di ricordi d'infanzia, un album di abbaglianti quadretti a colori, dipinti col gusto della pittura domenicale e pervasi di fumisteria, di ironia, di gioco clownesco. Il professore di disegno tramuta in meraviglioso il grigiore e la consuetudine di Drohobycz negli anni terminali dell'impero asburgico", sintetizza Ripellino nella sua pregevole prefazione che, pur analizzando la complessità dell'arte di Schulz con l'eleganza, l'erudizione e la pirotecnia di cui lui solo era capace, la ripellinizza troppo, insistendo sul lato burattinesco e fantanstico a dimostrazione del fatto che spesso i miti devono molto della loro forza alla capacità di accogliere con "pertinenza" le nostre proiezioni più diverse.



A dispetto di evidenti derivazioni teoriche e stilistiche da certa cultura decadente (per es: le cose, a contatto col padre, risalgono "alla radice della loro esistenza, ricostituiscono la loro realtà fenomenica fino al nucleo metafisico"), è evidente che questo è il mondo di un uomo al quale non accade "niente", di una vita "povera" e che è proprio questa la condizione necessaria perché ogni cosa, sia pur minima, acquisti una risonanza cosmica e, soprattutto, mitica. Il meraviglioso, le "cicalerie" e il burlesco di cui questi racconti sono costellati, rappresentano infatti solo un aspetto di quella "mitizzazione della realtà" che secondo Schulz è la "funzione più primordiale dello spirito" e si identifica nella "creazione di storie", il cui scopo è sempre la ricerca del "senso finale del mondo." E il mito, come lo intende Schulz (e come forse come avviene di fatto) si deposita e vive solo nella ripetizione, nel quotidiano e non nell'eccezione o nel sorprendente; al massimo nello scarto minimo, il cui filo viene però seguito fino in fondo, in un quadro che si ripresenta ogni giorno immutato nei suoi motivi e nella sua cornice. E se è vero che talvolta è l'apparizione di una cometa a scatenare le trasformazioni, essa poco si discosta dalla rappresentazione "normale" di quello stesso cielo che è oggetto privilegiato dell'osservazione ossessiva di chi è escluso da eventi eclatanti (o ad essi si nega) per scoprirli invece nel non-umano che costituisce gran parte del suo mondo, non-umano che allora rivela lo straordinario del non mai abbastanza scrutato popolandosi di epopee vegetali e meteorologiche, di tempi "apocrifi" e di "seconda mano", di "strade sosia, ingannevoli e fallaci", di stanze dimenticate in cui ci perde e da cui si ritorna in modo quieto, fino ad attrarre in sé anche l'umano, che vi si assimila e ne deriva metamorfosi che ben poco assomigliano a quelle kafkiane alle quali pure sono state talvolta, erroneamente, accostate.  Perché, assieme e forse al di là dei personaggi straordinari che tengono il campo nel susseguirsi dei racconti, come il padre o la serva Adela, e che passano velocemente (ma stampandosi in una forma, in un eidos atemporale che trae forza proprio dalla perfetta caratterizzazione individuale: il nugolo dei parenti, Dodo e il suo dolore murato, Edzio, il pensionato che torna a scuola), sono le erbe, i fiori, gli insetti, gli uccelli, le ombre, i tessuti, i muri, le strade, il paesaggio, il clima, il vento, le nubi e eil cielo – cioè la materia che su cui Jakub disserta nella "grande eresia" del “Trattato dei manichini” –, a occupare il proscenio della narrazione, e non come sfondo o preparazione delle azioni, ovvero come proiezione dei sentimenti dei personaggi, ma come protagonista che li determina, li attrae e inghiottisce come una delle tante proprie forme, e come queste li sottopone alla propria legge dell'inarrestabile mutamento.
Se infatti il padre, come afferma giustamente Ripellino, è l'alter ego dello scrittore, allora anche i suoi discorsi, per quanto deliranti e presentati ironicamente (ma si sa che l'ironia è spesso il modo migliore per nascondere, e per affermare nella negazione, i convincimenti più sentiti), possono essere letti come riflessioni dello scrittore, ed anzi come la teoria dell'opera di cui fanno parte, ed allora non apparirà strano che sia appunto la materia "dotata di una fecondità senza fine" (perché "non esiste la materia morta"), ma "contro la quale è stata commessa una spaventosa illegalità," a costituire non solo il soggetto principale del "programma di quella seconda demiurgia" che il padre aveva in mente, ma anche la protagonista dell'opera del figlio che ne costituisce la realizzazione. Il padre infatti, con le sue alternanze di tranquillità e scoppi d'ira, di immobilità catatoniche ed esuberanza vitale, di fughe metafisiche e concretezza mercantile, di regressioni che prendono la forma di rimpicciolimenti e metamorfosi e di ritorni alla normalità, pur essendo sempre alla ricerca del senso di un mondo la cui essenza è andata perduta, del nocciolo profondo della materia dietro le sue metamorfosi, è a sua volta malato di stessa indecisione e provvisorietà del mondo e resta condannato ad un'essenza intermedia. Le possibilità che egli rincorre in continuazione non si consolidano mai, il nocciolo profondo trasmigra e si modifica ogni volta che una nuova possibilità gli alla sua apprensione e identificazione, trasferendo le sue promesse da un oggetto all'altro, poi ad un insetto, ad un condor e a un crostaceo..., nei quali egli finisce per identificarsi, mai abbastanza vivo, pur con tutta la sua vitalità, né mai del tutto morto, pur dopo la sua scomparsa, incapace anche lui, come tutto, di acquietarsi nella pace del definitivo. Di quel definitivo al quale anche Dio sembra essersi precluso l'accesso quando ha interrotto spaventato la creazione (mentre lo scrittore, accettata serenamente la propria esclusione dalla vita, – è soltanto in questi momenti che riesce a scrivere, dice nelle lettere, mentre ogni volta che cerca di entrare in un'esistenza più forte, questa lo travolge e lo turba tanto da precludere anche a lui la creazione...) .
"Sei giorni della creazione furono divini e chiari. Ma il settimo Dio crollò. Il settimo giorno Egli si sentì una materia estranea sotto le mani e, spaventato ritrasse la mano dal mondo, benché il suo ardore creativo fosse ancora calcolato per molti giorni e notti." L'opera di Schulz è forse la ripresa di questa creazione interrotta, l'esplorazione delle possibilità evase da Dio, il recupero dei frammenti che non hanno trovato un'articolazione, di miti che forse sembrano persi, ma che in realtà nessuno ha mai potuto dimenticare perché accedono all'esistenza per la prima volta solo nella parola che li fa affiorare dall'indeciso e dal provvisorio in cui sono sempre stati confinati: una seconda creazione che soltanto chi è riuscito a maturare “verso l’infanzia” in quella regressione verso "un'infanzia reintegrata" che è "l'unico genere d'arte che sta a cuore" a Schulz, riesce talvolta a portare a compimento, frugando tra le "vicende non nate", sepolte nei "libri mai scritti, libri-eterni pretendenti, libri erranti e perduti in partibus infidelium," come lo sono ora anche alcuni dei suoi.




Le botteghe color cannella, di Bruno Schulz,  Einaudi, 1991, pp. XXIX - 280, £. 11.000
Trad. di A. Vivanti Salmon, prefaz. di A.M.Ripellino