30/06/15

Al ritorno ho incontrato Audrey Hepburn





Al ritorno, a Lodi, è salita sul treno una giovane donna dalla bellezza abbagliante. Bella come Audrey Hepburn. Forse di più. Con la stessa radiosità, ma senza quel suo velo di malizia. Non ho mai visto Audrey Hepburn di persona, ma è così che la immagino. Avevo le cuffie alle orecchie e un libro e una matita tra le mani. Non ho potuto fare a meno di fissarla come incantato. Lei se n'è accorta solo quando mi è arrivata davanti, ha abbassato gli occhi verso di me e ha risposto con uno sguardo sereno al mio. Sereno e benevolo, come si conviene, e è sparita alla mia destra. E subito sono spariti anche i suoi lineamenti. E' rimasto solo l'abbaglio. Quando siamo scesi, a Lambrate, ho preso la direzione opposta.

Qualche minuto prima, vicino a Piacenza, alzando gli occhi dal libro, avevo intravisto una casa isolata accanto ai binari. Davanti le passava un piccolo viale di tigli. Ne ho scorto solo un segmento. Niente di che, eppure, non so perché, per un attimo mi è mancato il fiato e una dolcezza straziante mi ha attraversato, colmandomi senza lasciare traccia.

Qualche ora prima, attorno alle 14,30, la via Emilia in centro a Reggio era completamente deserta, silenziosa come un romitaggio. L'ho percorsa lentamente, senza incrociare una macchina, un passante, come nei sogni. L'aria era lucida, quasi brillante, il cielo limpido da una parte e con qualche nube residua dall'altra, il sole molto caldo. Sotto i portici ogni tanto c'era un sedile di legno addossato a un pilastro, all'ombra. Ero molto stanco. Mi sono seduto e ho fumato, felice.

24/06/15

Libri in tasca



 
I miei libri delle vacanze si riassumono anche quest'anno in quello che da sempre devo e voglio leggere e che non leggerò mai: Guerra e pace. Tutti gli anni leggo altri libri che hanno la sola funzione di sostituti, miseri surrogati neanche dell'oggetto aminuscolo, di cui tutto è più o meno un surrogato, ma di un ancora più fantomatico A maiuscolo (o altra lettera similare), quello mastodontico, gigantesco e rivoltante, qualsiasi cosa sia quell'orrida bestia, barrata, il cui baluginio ogni tanto ci ferisce come una stilettata e è già esso stesso solo un riflesso, un effetto di qualche suo altro effetto innominato e senza nome, disperso nella catena dei significanti, dei libri, dei desideri senza misura che ti scavano un buco vibrante nella pancia, una voragine brulicante di gas e esserini appena vivi e già moribondi, in via sempre di morire senza mai sparire, che si dirama in una serie di gallerie con tanto di crolli e esplosioni sotterranee dove qualcosa resta imprigionato, incriptato per sempre e tu manco lo sai, manco sai che cazzo è. Quando mi avvicino alla mia preda con tanto di ghigno sanguinario a deformarmi il muso, sicuro di tenerla e pronto a ghermirla, subito mi ritraggo: una volta è un'edizione troppo voluminosa, un'altra i caratteri sono troppo piccoli, un'altra ancora nutro seri dubbi sulla traduzione, senza contare che poi mi arrivano libri urgentissimi, la cui lettura immediata è indispensabile, addirittura vitale, specie per chi me li ha mandati, e così tutti gli anni lo lascio lì. E mi ritrovo a leggere sempre altro, con un senso di colpa ormai tanto remoto che me ne giunge solo, nei momenti più bui, solo qualche vaga zaffata (e meno male...).

Allora mi lascio trasportare dalle occasioni. Quest'anno un caro amico, che qui ringrazio, mi ha chiesto se mi andava di fare una recensione all'ultimo libro di Peter Handke, Saggio sul luogo tranquillo (Guanda), magari accennando anche a qualche recente ristampa, come Storie del dormiveglia e Il peso del mondo (entrambi pure da Guanda), e a Un anno parlato dalla notte (Moretti e Vitali), un libro che attinge il suo materiale dai sogni e che quindi non dovrebbe piacermi, perché poco mi respinge come i sogni in letteratura, ma che mi è stato caldamente raccomandato anche da un'amica di cui mi fido che lo ha molto amato.
Il peso del mondo è stato il terzo libro che ho recensito in vita mia, in coppia con L'ora del vero sentire (Garzanti, ultima ed. Gli Elefanti Narrativa), nel luglio del 1981. Negli anni immediatamente precedenti e successivi ho letto molti libri dello scrittore austriaco, ma poi le mie letture si sono diradate e quasi spente, e allora ho approfittato dell'invito per ricucire un filo un po' più continuo, se non completo (con Handke è impossibile, tanto ha pubblicato). E così, oltre a quelli che già possedevo, siccome nelle librerie che ho girato c'era pochissimo (e a volte nulla), mi sono comprato tre dei più recenti e me ne sono procurata un'altra dozzina con l'interprestito. Sono felice della scelta perché sono quasi tutti libretti brevi che stanno anche nelle tasche dei jeans o dei bermuda, come piace a me, e che posso agevolmente tenere in mano per leggerli mentre cammino: abbastanza grandi, però, perché i foglietti che di solito uso come segnalibro non fuoriescano da bordi arricciandosi o strappandosi, e con una carta che prende bene le sottolineature a matita (i miei), ma sufficientemente solidi per appoggiarvi i foglietti per prendere appunti sia in piedi mentre cammino che, a maggior ragione, quando mi siedo da qualche parte perché la cosa viene lunga (vedi foto). Cosa che faccio ogni giorno peraltro, non solo in vacanza (ma io lo sono sempre, essendo in pensione), nei dintorni del mio paese ad agosto spopolato (anche se negli ultimi anni molto meno: e si capisce perché), sulle stradine e le piste ciclopedonali lungo il fiume o i canali, o nella campagna, che conosco palmo a palmo e dove quindi posso trascurare di occuparmi del terreno e seguire le parole nella mia testa o sulle pagine e a volte fischiettare senza timore di disturbare nessuno, perché nessuno o quasi passa di lì quando ci passo io. E queste saranno le letture principali da fine luglio a ferragosto.
Però, poi, per non fare un torto completo al buon Lev Nikolaevič (un disgraziato che è andato a morire in mezzo al nulla dopo aver capito che la sua opera avrebbe generato una trafila vertiginosa di melensi film e serie televisive: una rivelazione che nessun uomo dabbene riuscirebbe a tollerare oggi, figuriamoci un'anima santa come la sua, di quei tempi poi...), mi riservo ogni anno una sua operina minore (minore...), qualche romanzo breve, un'edizioncina di questo o quel racconto o di due o tre raffazzonati pretestuosamente per qualche vago tema comune, o a seconda dell'aria che tira quell'anno, e così, pian piano, disegno attorno all'opus magno il suo perimetro, ne traccio i confini, scavo in negativo il suo calco con il resto della sua opera e mi ci metto dentro, mi ci sdraio, assecondandone come posso le forme, e vi riposo, senza troppi pensieri. Esattamente quello che si chiede alle vacanze.



21/06/15

Le edizioni Bacacay



 
Cari tutti,
buon pomeriggio. Poiché siamo stanchi e il tempo è poco prometto che sarò breve, anche se non sono bravissimo a mantenere le promesse. Quando l’amico Marco Ercolani mi ha invitato a parlare di Bacacay all’interno di una giornata di lavoro dedicata a arte e follia, come è facile immaginare mi sono chiesto cosa diavolo c’entrava ciò che Elio e io stiamo facendo da qualche anno sotto questa sigla con l’argomento in discussione, e quindi cosa diavolo avrei potuto dire. Così ho pensato di leggervi, con qualche commento estemporaneo, un breve testo scritto in occasione di una esposizione avvenuta quattro anni fa. Eccolo qui:

Più che una casa editrice, cioè un’impresa insieme culturale e economica, Bacacay è un gesto affettuoso, una serie di gesti premurosi che si traducono in libri.
Alla radice di ciascuno di essi stanno delle affinità personali o intellettuali, in genere entrambe: le prime infatti, almeno in questo campo, sono indissolubili dalle seconde, mentre le seconde, anche se possono prescindere dalle prime, è difficile che non si instaurino quando un’occasione di incontro si verifica.
Fare il libro di qualcuno, quando non è l’effetto di questo incontro, è la sua premessa. Farlo materialmente, dalla richiesta o dalla scelta di un testo alla sua elaborazione su computer, alla scelta della carta, alle bozze e alle fotocopie degli “originali”, fino al lavoro concreto di realizzazione (piegare i fogli, bucarli, cucire i fascicoli, incollarli tra di loro e poi alla copertina e infine, eventualmente, rifilarli): ciascuno di questi gesti presuppone una catena di affinità e di amicizia.
Se il gesto ha un risvolto economico, è solo quello del dispendio: di qualche soldo da parte di Bacacay (prima una sola persona, ora due: il sottoscritto e mio fratello Elio), di tempo da parte di chi vi lavora, di rinuncia a qualsiasi guadagno da parte di chi offre l’opera. L’unico guadagno è che un libro ci sia: questo libro, di questa persona, fatto da queste altre persone. Un libro, e poi un altro e un altro ancora, ma tutti presi uno per uno. Anche se poi, col tempo, una serie si produce, e non indifferente (a tutt’oggi, maggio 2001, sono una quarantina di titoli, cioè circa 4000 libri).
Anche la distribuzione risponde alla stessa logica: lo scopo è che il libro vada in mano a persone interessate, scelte ad una ad una, perciò la maggior parte delle copie viene data dagli autori del testo e delle immagini e dagli editori stessi agli amici e ai collaboratori. I libri non sono in vendita: per nuovi arrivati, curiosi e sostenitori restano poche copie. Chiederle significa esser già entrati in quella che si potrebbe chiamare la logica, o la illogica, di Bacacay, che è fatta di interesse, di domanda non superficiale e di interrogazione sul loro aspetto e insieme sulle ragioni della loro produzione. (Dalla domanda poi, dal suo modo, dipende quello della risposta, che può essere il dono, il suggerimento dell’opportunità di un sostegno che talvolta può preludere ancora a un dono o esserne accompagnato, o la richiesta diretta di una cifra, che può variare a seconda delle persone e delle circostanze, per saggiare se interesse c’è davvero o per alzare qualche sbarramento, in relazione al tipo di libro, al numero delle copie rimaste, ma anche agli umori, alle reazioni anche di pelle tra gli interlocutori.)
I libri sono a tiratura limitata e variabile (in genere però le copie sono 100, almeno nominalmente, perché a volte se ne fanno meno e si completa la tiratura solo se necessario), ma tutti numerati e di solito firmati, e in alcuni casi contengono interventi a mano e si pongono in quel territorio indefinito che si suol chiamare libro d’arte. Sempre occasione di interventi artistici realizzati alla bisogna (che sia l’autore stesso del testo a realizzarli o qualche altro amico invitato da lui o da Bacacay: ma il rapporto tra testo e immagine può anche capovolgersi o fare tutt’uno, quando l’autore è un artista, e a noi piacciono gli artisti che scrivono), essi corrispondono anche come oggetti all’estetica implicita nel loro progetto: non ostentano nessuna finta professionalità o pseudoeleganza da grafica o da editoria di lusso, ma intendono mantenere le tracce anche materiali e le imperfezioni del loro modo di produzione e del desiderio che li ha voluti.

Ecco, questo è il testo. Resta la domanda su cosa diavolo c’entra con l’oggetto delle nostre discussioni.
Sulla follia infatti ho ben poco da dire: la follia non mi affascina, mi addolora, e quando qualcosa mi addolora, cerco subito di cancellarla o di rimuoverla, o quanto meno di attutirla (di studiarla senza in qualche modo parteciparvi non sono capace: questa come qualsiasi altra cosa). Il gusto di sguazzare nel dolore, e peggio se il dolore non è il proprio, lo lascio ad altri. Cerco di attutirlo in me, stante la mia comprovata impotenza a attutire quello altrui; anche se spesso ci provo. Ma i risultati sono così scarsi, essendo improbabile che la condivisione del dolore abbia altro effetto che crearlo in chi se ne fa carico se non può intervenire in modo efficace, che l’unica cosa ragionevole mi sembra distogliersene. Se ci si riesce. Perché poi ci si sente anche vigliacchi: e allora la fregatura è completa.
Allora mentre seguivo gli interventi che mi hanno preceduto strologavo su cosa avrei potuto aggiungere alla lettura del testo. Con un tono certo dettato, un po’, anche dallo spaesamento e dall’ansia mi chiedevo: Che cosa cazzo ho da spartire io con questi qua? È un’esperienza così diffusa che verrebbe da rispondere che è appunto questo che abbiamo in comune: il non aver niente da spartire con nessuno. E forse è così. Ma a me non basta. Non mi va bene. Sono contento quando qualcuno ha qualcosa da spartire con me, e viceversa: un pezzo di mondo comune, in cui però quello che importa non è tanto il comune, quanto il pezzo di mondo. Per sentire qualcosa in comune e basta, di mondo, intero o a pezzi, si può fare anche a meno. Anzi, in queste forme di comunanza (e comunità), meno mondo c’è e meglio è, perché il mondo con la sua materialità e corporeità spesso fa da ostacolo alla volontà di comunanza, che sembra funzionare meglio come comunanza vuota.
Non mi va nemmeno, tuttavia, un mondo pieno, o qualcosa del genere, che non possa essere comune, come quello della pazzia. Per questo affermo spesso di voler essere normale, e anzi di esserlo e basta.
Ma forse Marco invitandomi a parlare in questo contesto sottintendeva che un’attività come Bacacay è in qualche modo folle. Ora, io credo che coltivare un’attività non economica non è folle: è stupido. Coltivandola (parlo a puro titolo personale) è come se avessi voluto creare un recinto dove la mia stupidità potesse liberamente scorrazzare, quasi a esorcizzare che circolasse, ignorata, altrove: il che sarebbe stata la pretesa più stupida che avessi potuto accampare, se l’avessi fatto. Con questo non intendo che il non averla accampata mi abbia preservato dall’incarnare la stupidità in mille altri modi, dei quali ovviamente mi accorgo (quando me ne accorgo) solo a posteriori; tutt’altro. Questa constatazione peraltro non mi ha indotto ad abbandonare la lotta, che infatti, col sicuro istinto del perdente, non intendo mollare. Alziamo il livello, mi dico: anche se per ogni gradino che salgo, la beffarda dovesse farmene scendere due. Qualcosa in comune magari resta. E comunque un pezzo di mondo c’è, o di qualcosa del genere.



19/06/15

Witold Gombrowicz, Corso di filosofia in sei ore e un quarto (1994)



                    
Il destino talvolta è gentile coi grandi scrittori e con dolce ironia accondiscende, per colpirli, a prendere forme e modi disegnati dalle loro opere, suggellandole con un omaggio definitivo. Per Witold Gombrowicz la filosofia è stata la passione di tutta la vita e allora è giusto che il suo ultimo lavoro sia stato proprio un “Corso di filosofia” che, molto gombrowiczianamente, era previsto di sole “sei ore e un quarto” (il quarto d’ora essendo dedicato a Marx, secondo le intenzioni dell’autore: in realtà fu di più). Se fin da giovane, come ci informa il premio Nobel C. Milosz,  Gombrowicz “veramente amava soltanto parlare di filosofia”, negli ultimi tempi della sua esistenza solo essa riusciva a distrarlo dalla malattia che lo avrebbe condotto alla morte. È per questo che quando, nella primavera del 1969, sua moglie Rita e l’amico Dominique de Roux gli chiedono di tenere un corso per loro, lui non solo accetta, ma prepara scrupolosamente ogni lezione prendendo gli appunti che ora costituiscono questo libro.
 Ma come capita per ogni scrittore “forte”, secondo la terminologia di H. Bloom, questo corso eterodosso e divertente, più che una introduzione alla filosofia moderna, come afferma nella sua pregevole introduzione F. Cataluccio, ci offre “la chiave per rileggere e comprendere tutta l’opera narrativa, teatrale e, soprattutto, diaristica di Gombrowicz,” della quale fa parte a pieno titolo.
Lo si può capire tanto dalla personale ricostruzione storica da lui operata e dall’accento messo su filosofi che hanno riservato molta attenzione all’arte e alla concretezza dell’esistenza e del dolore (Schopenhauer, Kierkegaard e Nietzsche), quanto soprattutto dal confronto serrato con l’esistenzialismo, che egli col suo primo romanzo, Ferdydurke, aveva in qualche modo precorso.
Il confronto con Sartre in particolare era d’obbligo per Gombrowicz non solo per dimostrare la propria indipendenza e originalità, ma anche per sottolineare le peculiarità del romanzo rispetto al pensiero concettuale. Infatti, “la filosofia è una cosa obbligatoria”, certo, e la sua necessità è la stessa dell’uomo che si trova costretto a fare ordine e ad “organizzare il mondo in una visione”, ma questo è anche il suo limite: ogni filosofia tende a chiudersi e a fare sistema e non sopporta l’antinomia, che invece nell’arte ha, per l’autore di Cosmo, “la massima importanza”; la singolarità  e il concreto le sfuggono e anche il pensiero più radicale finisce per ritrarsi non solo davanti alla divisione “irrimediabile” tra il soggettivo e l’oggettivo da cui essa pure trae origine, ma ancor di più davanti al paradosso per cui, una volta approdati il soggettivismo, qualsiasi altro soggetto scompare. La filosofia, come l’uomo, tende alla Forma, ma l’esistenza è caos, e quando anche una forma viene trovata il suo destino è di cadere sempre e di nuovo nell’incompleto e nell’informe.
È quindi ancora giusto, e gombrowicziano, che anche il lavoro in cui queste idee vengono esposte non abbia potuto fissarsi in una forma completa perché interrotto dalla morte, il 24 luglio del 1969.


Witold Gombrowicz, Corso di filosofia in sei ore e un quarto, trad. di Liliana Piersanti, Theoria, Roma 1994, pp. 141, £. 10.000