31/05/15

La dentiera (fine XX secolo)




a Manuela
A mia mamma si è rotta la dentiera. Così, in questi giorni, mentre gliela riparano, se ne va in giro con la bocca dimezzata, le labbra ripiegate sulle gengive vuote. Lo fa senza problemi, come se si trattasse di un piccolo fastidio momentaneo che non può scalfire il suo inossidabile buonumore abituale, la fondamentale serenità che ha caratterizzato, o che ha saputo mostrare agli altri in tutta la sua vita, anche nei momenti più difficili. Per me invece guardarla è una pena, vedermi rivelata senza possibilità di equivoco la sua vecchiaia, constatare che le cose stanno proprio così, come ho sempre rifiutato di accettare che siano perché mai mi riesce di vederle chiaramente, e senza che io mi sforzi di farlo, perché proprio non le vedo. Mia mamma è eterna. Non ha mai superato i quarant’anni, la sua energia non è mai venuta meno e quando la vedo stanca è perché come sempre ha esagerato; il suo volto non ha rughe, i capelli sono ancora quelli, neri, robusti, foltissimi, di quando ero ragazzo; la sua salute non conosce cedimenti, i suoi occhi e i suoi movimenti sono quelli di una giovane donna che non invecchierà mai perché così è stato decretato e perché se lo merita. Perché non può essere che così. Maledetta dentiera.

 (E invece.)
(Invece è eterna lo stesso.)


27/05/15

Non sono uguali



Non è vero, come talvolta mi sembra, ho pensato leggendo un libro che parla del lettore, che tutto sommato le persone sono uguali, sempre e in qualsiasi circostanza; o quasi, e solo con variazioni insignificanti. Ognuno non solo possiede caratteristiche e vive le proprie esperienze secondo modalità, forme e intensità che differiscono per mille sfumature e gradi, ma forse si distingue addirittura, abissalmente, nella sostanza. Solo che è faticoso trovarle; a volte ci vuole un tempo incalcolabile, ammesso che gli interessati ti concedano di accedervi, o sappiano essi stessi di celarle.
Nei libri invece queste cose sono già lì. Lo scrittore le ha scovate e decifrate e descritte e narrate per il lettore, qualcuna per ogni libro, che sono migliaia, milioni, e ora spetta solo a lui riconoscerle di nuovo e travisarle, facendole proprie: cioè facendone l’uso che gli pare.

Mentre prendevo questo appunto si è seduta accanto a me una giovane signora tutta compunta, con un trench chiaro elegante, capelli rossi ondulati stirati all’indietro e raccolti a crocchia e un bel viso severo e improntato a una certa distinzione (non dico alterigia). Si è accomodata con movimenti delicati, ha sistemato la borsa sulle ginocchia, ha dato una rapidissima occhiata al cellulare che ha subito riposto in una tasca della borsa e ne ha estratto una rivista, Chi. L’ha sfogliata con mano sicura e si è fermata alla pagina delle lettere al direttore, il famoso spin doctor Alfonso Signorini, di cui compariva pure una bella foto, e si è messa a leggerla avidamente. Poi il mio sguardo è rapidamente sceso alla borsa, alle falde del trench e più giù, alle ginocchia, ai polpacci fino ai piedi affondati in stivaletti in suede senza tacco. Le gambe erano nude; la pelle quella bianca tipica delle rosse, dal colore non omogeneo, come se i capillari di superficie fossero ovunque rotti, dilagati in velature rosate e livide, e per questo più nuda del nudo, in qualche modo volgare.



Da quando sono salito in treno invece, su un sedile nell’altro lato della carrozza, accanto al finestrino contro il quale appoggia spesso la fronte ogni volta che non legge o scrive sul suo smartphone, c’è questa giovane, che noto perché appena arrivata ha cambiato fila dicendo a un’amica che c’era un animaletto morto sul pavimento. In realtà non era un coleottero: solo un grosso dattero. Lei pure ha i capelli tirati all’indietro in una piccola crocchia, ma scuri, lisci, anche se con una leggera ondulazione sul davanti. La pelle chiara sembra illuminata dall’interno, ha una lievissima tinta grigioambrata, come formatasi per effetto di una vocazione alla porcellana che però si è bloccata prima di assumerne la compattezza omogenea, restando punteggiata di minimi, quasi impercettibili difetti (porosità, affossamenti e rilievi microscopici), che tuttavia non la deturpano, ed anzi le conferiscono una forma peculiare, e forse più alta, di perfezione: quella dell’imperfezione. Ha un bel naso, dritto e solido ma non esorbitante, una bocca piccola e ben disegnata, la fronte alta, gli occhi tagliati un po’ all’orientale e con un’ombra di mongoloidismo, che imprime un che di dolce, oltre che di fine, alla sua espressione. Non è bella, ma la trovo attraente, anche se troppo minuta, per non dire piccola, come verifico non appena si alza per raggiungere il corridoio. In parte è merito anche del foulard nero a disegni bianchi e del pendente sferico dell’orecchino esso pure nero, ma più ancora dell’attaccatura del collo alla nuca, della curva appena accennata che l’acconciatura mette in risalto. Sì, è questo. E quello sguardo vivo ma un po’ distante, non del tutto lucido.

(Stavo dicendo…?) 



22/05/15

Svolta in un vicolo e va via





C’è questo scrittore che quando vede da lontano dei colleghi o due o tre critici che parlottano tra di loro (abita in una grande città in cui queste occupazioni sopravvivono senza soffrire troppo della crisi), nonostante non abbia nulla da temere dalla loro conversazione; ma anche quando semplicemente scorge, nelle sue peregrinazioni nei differenti quartieri, qualche conoscente di qualsiasi genere; e a volte anche quando è in città straniere, o estranee, durante uno dei suoi viaggi di piacere, o per presentazioni o convegni vari a cui è spesso invitato e non sa dire di no, a meno che non sia troppo ammalato, dove peraltro è felice di incontrare altri colleghi la cui amicizia coltiva con devozione; in queste e simili occasioni ha spesso l’impulso di nascondersi, sottraendosi alla vista ancor prima di poter essere percepito o scomparendo in qualche negozio o viuzza come sopra pensiero, con un gesto che non ha nulla a che fare con i conoscenti, che certo crederanno di non essere stati nemmeno visti da lui (come del resto accade a molti protagonisti dei suoi libri...), e che a me fa pensare a quello di chi sta vivendo un amore clandestino e ha un sacro terrore di essere scoperto anche quando se ne va per i fatti suoi e non a un appuntamento, anche se forse uno che vive questo amore è come se andasse sempre  a un appuntamento, tanto che c’è da chiedersi, allora, a chi o cosa sia riservato questo amore che va preservato a ogni costo anche dalla minima intrusione, dal più indifferente, ma crudelissimo, certo, sguardo indiscreto, o solo da qualche vago, ipoteticissimo sospetto che probabilmente infesta solo la fantasia dell’amante: che cosa cioè necessiti di tanta segretezza e separazione, e pudore, di tanta cura e difesa di sé, perché sia puro e conservi tutta l’intensità che esso genera e accumula e che altrimenti andrebbe dispersa, se non proprio fino a dissolversi, almeno fino a involgarirsi e trasformarsi in qualcosa d’altro, magari degno a modo suo, ma comunque d’altro, ebbene, l’unica risposta che trovo, per questo scrittore, ma anche per me, se fossi io (ma non lo sono), è che può trattarsi solo dell’amore, non dell'opera, ma per il mondo.

15/05/15

Altre albe (2)






(Per 35 anni sono andato a scuola più o meno all'alba, sempre lungo strade in mezzo ai campi. Non mi sono mai stancato di guardare il cielo e il paesaggio. Ogni mattina una piccola meraviglia. Sono un uomo semplice, mi accontento di poco: dell'universo. Alla fine, ogni tanto, nei 5-10 minuti mentre aspettavo sul ciglio del viale verso la scuola i colleghi milanesi a cui davo sempre un passaggio, mi è venuta voglia di descriverne qualcuna. Per mio promemoria, perché a breve sarebbe arrivata la pensione e la routine sarebbe mutata. Questa è la seconda serie.  Stavolta però scritte ai semafori o prima di salire in classe, tanto in fretta che non sempre riesco a decifrare la scrittura)

 *****

(Quest’anno, l’ultimo della mia vita di insegnante, ho cambiato tragitto per andare a scuola. La strada che ho percorso per trent’anni, che deviava verso il Badadalasco un km dopo l’uscita del paese, è diventata sempre più impraticabile per il moltiplicarsi dei rallentatori che l’hanno trasformata in un percorso a ostacoli. Ora sono almeno una dozzina in due km, alcuni molto alti, che costringono quasi a fermarsi. Viceversa l’imbocco della provinciale nella statale, un paio di km più avanti, che in passato generava file lunghissime e lentissime a sciogliersi, specialmente nelle ore del primo mattino, è stato reso molto più fluido recentemente da una grande rotatoria, una volta tanto benedetta (la moltiplicazione delle rotatorie, successiva a quella dei rallentatori, è la fissazione più in voga dei nostri amministratori: sono spuntate ovunque come funghi, perlopiù con stessa mancanza di criterio). Quindi ci sono paesaggi diversi, che da tempo mi sono ripromesso di descrivere nel dettaglio, con la storia dei cambiamenti che hanno subito dalla mia infanzia. Un giorno o l’altro lo farò, spero. Anzi, mi impegno. Meglio, già che ci sono la abbozzo subito. I dettagli, ciò che conta, seguiranno.
Qui di seguito questi paesaggi restano impliciti, o emergono a frammenti, che messi insieme già ne danno una discreta idea. Ma ci sono molte cose da dire. Mi viene in mente, ora, tanto per fare un esempio, il ciglio del fosso che costeggia il lato sinistro del rettilineo prima della cascina Taranta, detta Il Palazzetto (direzione Cassano-Treviglio), che per me e Angela è l’indicatore più attendibile, e atteso, dell’arrivo della primavera quando si riempie di fiori di San Giuseppe. Sulla destra di questo rettilineo, verso l’Adda ci sono prati che digradano, poi la macchia del boschetto percorso dalle risorgive che arriva fino al fiume, e più avanti le vasche per l’itticoltura, ai cui margini anni fa sono comparsi i primi aironi.
Dopo la rotatoria inizia un rettilineo di oltre tre km che sale leggermente alla fine e punta verso il campanile della Basilica di San Martino, situata in centro città. L’orientamento è Ovest-Est, per cui, grazie anche ai cambiamenti dell’ora legale, ho il sole negli occhi per la maggior parte dell’anno scolastico: appena sotto o sopra l’orizzonte o un po’ più alto, e nel suo spostamento da est a sud-est e da qui nel suo ritorno verso nord-est, con il mutare delle stagioni.
Ai lati della rotatoria due ristoranti, uno popolare, l’altro un po’ più pretenzioso, trasformato in pub, con parcheggi sterrati; di fronte c’è una grande cascina e subito dopo, sulla sinistra, un’altra. Sulla destra alcune villette, poi dei campi, interrotti da un numero crescente di capannoni, che invece sulla sinistra iniziano subito dopo la cascina e vanno avanti per un km almeno.
Una volta erano solo campi fino a Treviglio, con qualche costruzione isolata, un paio di cascine molto belle (una a metà rettilineo, sulla destra, in progressiva decadenza; l’altra, di fronte a questa, più piccola e meglio curata, in fondo a un viale sterrato con qualche albero su un solo lato: alberi abbastanza recenti... devo controllare), con le prime abitazioni e fabbrichette solo alla periferia della città. Bei campi, piuttosto grandi per le nostre parti, con pochi e discontinui filari alberati a scandirne i confini, al contrario di quelli della strada bassa, peraltro più mossa e con diversi cambi di visuale e di profondità quindi. Invece qui, l’unione dei questa relativa vastità e della continuità rettilinea della statale, con la sua fuga prospettica accentuata dalla salitella finale che alza l’orizzonte e dal campanile che si staglia sul punto di fuga, offre allo sguardo un respiro più ampio. Lo offre ancora, nonostante la recentissima metastasi di cemento che quest’anno ho visto crescere giorno dopo giorno sotto i miei occhi. (Anche la strada del Badalasco è cambiata, soprattutto una ventina di anni fa, poi c’è stato un notevole rallentamento. L’unica a non essere cambiata di una virgola in tutti questi anni è quella della Geromina: cioè, la Geromina si è ingigantita, ma tutta dalla parte di Treviglio, prima della curva che mette sulla strada verso Pontirolo e, dopo la svolta del Ponte Vignola, verso Canonica a destra e Fara a sinistra... Ma questa strada, la mia preferita, è protagonista di molti miei racconti.)


29-09-08
Cielo sereno. Il sole è alto, rosso e grande, sopra il campanile del duomo di Treviglio, ma la luce è insufficiente a riconoscere i dettagli nelle masse stagliate sullo sfondo in blocchi separati. Sui campi c’è come un velo di buio residuo, un’ombra che viene dall’interno, o sta per esservi assorbita. A metà del rettilineo, quando comincio a vedere la strada che sale, in fondo, proprio nel punto in cui le file dei platani sulla sinistra e delle prime case sulla destra sottolineano il restringersi della prospettiva, il punto di fuga è occupato da una macchia sospesa sull’asfalto. Un’esplosione rosa bloccata da un fermo immagine. E’ la prima nebbia. O piuttosto la guazza, alta, che viene dai campi, che solo lì ne sono invasi. La attraverso lentamente, più per il piacere di soggiornarvi che per problemi di visibilità, ma sparisce in poco tempo. Dopo 500 metri, la nube, ora con sfumature aranciate, si ripresenta, molto intensa per tonalità ma poco profonda, quasi un velo, che squarcio in un attimo per ritrovarmi accecato, il sole dritto negli occhi fino alla curva dove inizia la città.

30-09-08
Stamattina pensavo a tutti i cieli che ho dimenticato.

04-10-08
Stamattina, uscendo di casa, ho visto una vicina che saltellava in mezzo alla strada e si sfregava le braccia per difendersi dal freddo. In macchina ho visto che il termometro segnava 6 gradi. Non ci ho fatto molto caso, pensavo ad altro. La vicina indossava solo una giacchetta. Poi, sul rettilineo per Treviglio, mentre fissavo l’orizzonte davanti a me, con gli alberi che coprivano momentaneamente il sole, e, sopra, il cielo terso, e poi, a sinistra, le montagne illuminate, la coda dell’occhio mi ha segnalato qualcosa di insolito: un campo bianco. Ho guardato meglio. Orai ero nel punto in cui la campagna è più aperta e ho notato che tutti i campi erano bianchi. (Strano che non ci avessi fatto caso nel tratto tra Fara e il Palazzetto. Forse ero ancora soprappensiero.) Era la brina!
La brina il 4 ottobre? Non mi ricordo di averla mai vista così presto. E mi meraviglierei, se l’avessi vista, di averla dimenticata, e, più ancora, di non averne preso nota se ci fosse stata.
Non sono sempre soprappensiero. E comunque mai così a lungo e intensamente (ahimè! – Ahimè? Per fortuna!).

(E’ come il –5 di un inizio novembre di molti anni fa che ho subito registrato e poi inserito in un raccontino.)

13-10-08    10 gradi
Fuori paese la strada, sulla destra, è sorretta da una massicciata che la separa dai prati che digradano verso il fiume. Il dislivello è di pochi metri ma basta a dare una visuale sopraelevata, scandita dagli scalini della vegetazione che delimita i vari appezzamenti e un paio di stradine sterrate. Stamattina i prati erano coperti da una coltre di guazza abbastanza densa da impedire di scorgere l’erba sottostante. Gli alberi, nella luce scarsa, si stagliavano netti e scuri, con le sole chiome. A tratti si intravedevano fusti dei granturco. Vicino non si vedeva niente.
Sulla sinistra, la guazza era leggera, alzata da terra solo in lontananza.

20-10-08
Il cielo è coperto, grigio scuro. La coltre di nubi è screziata dalla debole luce che pervade gli strati esterni dell’atmosfera. Man mano che procedo schiarisce, anche se l’alba è ancora lontana, o forse vicina e solo schermata dalle nubi. I solchi di luce biancastra disegnano il cielo di una trama come venosa, di sangue anemico però, esausto. O di cicatrici.

08-11-08
Mattino meraviglioso. Fresco e sereno.
Appena uscito da casa, sopra la nebbiolina che inizia a qualche centimetro da me ispessendosi man mano fino a avvolgere la prima fila di alberi e cascine per poi nascondere tutto il resto, vedo le montagne azzurre a Nord.
Sulla provinciale, direzione Nord-Sud, la campagna sulla destra, verso il fiume, è bellissima, con la boscaglia scandita in fondali tutti diversi secondo la distanza e la densità dell’atmosfera. Poi, di colpo, verso Sud, dietro di essi si erge una parete grigio-viola, compatta, solida, come se il mondo finisse lì; resa più materica, invalicabile, dalla profondità creata dalla prospettiva discontinua degli alberi e delle case disseminate ai suoi lati. Sono nubi inconsuete, che si stagliano poco sopra l’orizzonte da Sud a Sud-Est, dove è nascosto il sole. Ne vedrò il margine arancione solo nei pressi di Treviglio, dopo aver percorso la statale (Ovest-Est) in mezzo a una nebbia prima fitta e poi più rada, posata mollemente tra i campi in strati di pochi metri che in città spariranno del tutto nella luce abbagliante che mi accompagna a scuola.
 


19-11-08 (Mi è venuto di scrivere così, con questa rozza scansione. Non è una poesia; sono solo appunti presi molto velocemente ai semafori di Treviglio e lasciati incompleti dall’arrivo a scuola, che ricopio senza la minima correzione. Pensavo a un amico francese, pittore, che abitava sui Pirenei, vicino al mare, e che, dopo averla percorsa in camper, mi aveva detto di avere trovato molto noiosa la pianura.)

La pianura educa alle differenze.
A quelle minime, alle sfumature.
Si potrebbe credere, per esempio,
che la campagna è piatta, livellata,
invece è mossa, tutta dislivelli,
onde, rilievi, balze e incassamenti.
Cigli rialzati, fossi, massicciate,
poi distese lisce, non sconfinate,
scandite da filari di robinie,
da qualche gelso, o vecchio noce, o platano,
da arbusti addensati in una macchia,
in boschetti...

22-11-08
Il vento di tramontana stanotte ha ripulito l’aria e dato il colpo di grazia alle ultime foglie. Per la prima volta vedo il boschetto della lanca spoglio. Al Palazzetto mi appaiono gli Appennini vicinissimi, con il profilo disegnato netto contro il cielo dal sole non ancora sorto alle loro spalle. Viceversa, a Nord, le Alpi sono più torbide, roseo-grigie come le nubi sottili le coprono il cielo a Nord-Est. Le nubi però hanno tonalità più scure nei grigi e più marcate dove nei colori, che virano verso differenti violetti e rosa-arancio, con squarci orizzontali di azzurro molto limpido.
All’ingresso di Treviglio,  la scritta sul palazzo della Same-Deutz-Fahr sembra illuminata dall’interno, rosso-arancio.
A scuola un piccolo alloro spezzato sul marciapiede.

[l’appunto precedente mi ha indotto a prestare maggiore attenzione allo stato attuale del fogliame. Ecco le risultanze addì 23 novembre:

Spogli: robinie, noci, tigli;
Quasi spogli: melograni, ippocastani platani, pioppi e carpino bianco (foglie gialle)
Frassini: spogli, eccetto i grappoli dei frutti(?)
Faggi: foglie residue verso l’alto, color ruggine
Ancora con molte foglie allori e betulle (verde pallido o gialline, queste)
... a seguire]

24-11-08
Ieri a Bergamo per la consegna del Premio Calepino a Dacia Maraini. Un’ora per attraversare la città: non sapevamo dei negozi aperti e dei mercatini. Trovato parcheggio solo all’Ospedale Maggiore. Freddo mentre aspettavamo Pasqui, che, dopo aver preso un tè in una bella pasticceria, ci ha portato in città con la sua auto e se n’è andata.
Arrivati che la sala delle cerimonie era strapiena, atrio incluso. Sentito qualcosa su violenza e donne, salutati Lucio e Tiziano e via quasi subito. Fuori non c’era più vento, l’aria era pulita e a camminare verso il parcheggio non sentivo più freddo. Bella sensazione.
Il termometro in auto mia ha poi rivelato che c’erano zero gradi.
Poi stanotte è nevicato. Angela era preoccupata per i gattini portati a casa di sua mamma sabato, nonostante avesse praticamente imbottito di lana la cuccia e l’avesse protetta fuori con una specie di tenda di cellofan piuttosto robusto, lasciando solo uno piccolo pertugio per il passaggio.
La neve è alta non più di 5 centimetri, sufficienti però a imbiancare il paesaggio. Bello, senza riflessi. I colori sono spariti: c’è solo il contrasto bianco-grigio. Il grigio del cielo ma anche degli alberi, i cui tronchi stranamente non sono scuri.
Le strade per fortuna sono pulite. Bagnate ma non sdrucciolevoli né ghiacciate. Temperatura –1/0.

(Rettifica dello stato del fogliame: i pioppi e i platani ai lati della statale hanno ancora parecchie foglie.
Inoltre, verifico che l’insegna della Same-Deutz-Fahr è illuminata, quindi sabato o non era stata accesa o c’era una sovrapposizione di luce propria e riflessi solari: rispetto a oggi aveva però una tonalità forte e un po’ più opaca.)

09-01-09
la nebbia partorisce epifanie

...-02-09
E’ da un po’ che non guardo bene il paesaggio all’alba: è come se la neve che lo ricopre mi avesse anestetizzato la pupilla.

16-02-09
Ieri pomeriggio, tornando da una passeggiata a Crema, Angela guidava e io leggevo e guardavo il paesaggio. Erano le 17,30, c’era ancora il sole, ma prossimo a tramontare. Sul rettilineo verso Rivolta, direzione Nord-Ovest, ho visto davanti a me le montagne. Era sereno, senza la minima foschia, ma la luce debole rendeva le Prealpi delle masse scure, incorporee e compatte, senza profilo. Le cime innevate alle loro spalle, bianco-rosee-azzurrine, sembravano invece librate, come se avessero perso l’ancoraggio con il fondovalle, in procinto di smaterializzarsi a loro volta, con i contorni sfumati e le linee appena accennate, eppure ancora solide, minerali: splendide nella tersità dei loro colori che brillavano sopra la fascia buia delle colline scomparse e sotto il cielo azzurro.