29/01/15

Lucido (un inchino a Kant)



 
Sto prendendo degli antibiotici e questo, oltre a darmi un po' di nausea (quel leggero senso di vomito sempre lì lì per sboccare ma che non si decide mai... un inchino a Kant), mi rende la testa confusa. Proviamo a scrivere in queste condizioni, mi sono detto, e vediamo come va a finire.
Non che cambi molto rispetto al solito. Io mi picco di scrivere solo se sono molto lucido, ma cosa vuol dire essere lucidi? Di solito vuol dire che ho la testa vuota di tutto ciò che non sia quello che sto scrivendo, non disturbata da niente di esterno o di interno e con le antenne ben tese, sintonizzate su tutte le possibili lunghezze d'onda e pronte a captare ogni eco, anche lontanissima, di qualsiasi parola o espressione mi capiti sotto la penna, o gli occhi se scrivo al pc. Diffido dell'ebbrezza e dell'entusiasmo, forse perché sono incapace di abbandonarmici. Anche se poi un certo trasporto è inevitabile, se le cose vanno bene. Un qualche automatismo... una deriva. Ma sempre sotto controllo; vale a dire: sotto il massimo controllo che l'estensione della cosiddetta lucidità mi consente.
Ho letto abbastanza sul funzionamento del cervello e sull'inconscio per sapere che si tratta di una pia illusione, ma non la ritengo una scusa sufficiente a rinunciare a esercitarlo fin dove mi riesce. Allora l'ebbrezza per me diventa il funzionamento a pieno regime, sentire (eh sì: sentire) che se non sono in grado di controllare da dove vengono le cose che scrivo, sono però capace di gestirle una volta che sono lì, di vederne tutte le implicazioni, di sceglierle e manipolarle in modo che ci sia un massimo di compressione (di intensità: di concentrazione) in ciascuna di esse. Un più possibile nel meno possibile. Fermo restando che si tratta di prosa, non di poesia, e che quindi certi salti non mi sono concessi (il lirismo è escluso a priori). Le deviazioni sì, però. E io, astuto o folle, ne approfitto. "Compression is the first grace", scriveva Marianne Moore (mia nonna paterna si chiamava Marianna). Vale per tutto. Anche per l'esuberanza. Dove la compressione dovrebbe consistere proprio nella dispersione; altrimenti è puro svolazzo: che a ben pensarci non guasta, ogni tanto (la grazia dei tonti).
Con la confusione che mi ritrovo, meglio: con la balordaggine che imperversa (effettiva, oggi: fisica (parentesi nella parentesi: c'è qualcosa di più bello della punteggiatura?)), mi sa che piuttosto che svolazzi, oggi mi vengono solo ondeggiamenti ubriachi; sbandate, più che deviazioni, che finiscono in cantonate. Amen. Avanti. (Però è dura, col rigurgito sempre in agguato. Tanto più che fumo lo stesso. Notti e nebbie!)
Procedo in modo discontinuo. A salti e mozziconi. Se bevo un caffè migliora? Ora provo. O è meglio qualcosa di solido? Sto a metà strada e mi prendo un'arancia. Stare a metà strada non è mai consigliabile. Lo facevano gli ubriachi, di notte, una volta. Appunto, come me adesso! Ma nessun ubriaco si azzarda oggi, con il traffico che c'è a tutte le ore, anche al mio paese. E poi non ci sono più gli epici ubriachi di una volta. Tutte morte, le leggende paesane. Le tirate a squarciagola nel silenzio assoluto contro l'universo mondo e i suoi fottuti abitanti, le romanze, i lamenti d'amore (rari), le cattedrali in miniatura delle paranoie quotidiane, le mogli, i soldi e i figli... Finito tutto. Sostituito con altro. Altre euforie. Altre depressioni. Disperazioni con lo sconto, in saldo. (L'arancia stava funzionando, ma poi mi sono acceso automatico un'altra sigaretta. E l'ho pure fumata!)
Io sono per la solidità comunque. Niente vie di mezzo. Niente trasporti. Almeno qui. Soprattutto qui. Sarà schiuma, effetto di superficie, ma se uno ha il cervello lo deve usare. Punto e a capo.
E se proprio non vuole funzionare (come oggi, come qui)? Meglio lasciar perdere. Smettere. Ecco fatto.

25/01/15

Una divinità fluviale, o un suo scagnozzo




C’era questa agitazione al centro del fiume stamattina, con pesci che spiccavano zompi di mezzo metro e poi si allontanavano a tutta velocità pattinando sulla superficie, prima di inabissarsi e tanti saluti. Me ne stavo lì a godermi lo spettacolo quando le acque, proprio in quel punto, hanno preso a ribollire e lentamente è emersa dai flutti una creatura mitologica (ma questa non lo era, dato che io l’ho vista). Le acque che bollono, i fumi che si alzano, il fuggi fuggi della fauna, sono lo scenario classico dell’epifania numinosa. Non capisco perché gli dei e affini non riescano a rinunciare a questi effetti hollywoodiani: come se temessero, se non mettono su un qualche teatrino, di non essere riconosciuti. Hanno pure loro i loro bei problemi di identità… Ci credo: l’esemplare di oggi faceva piuttosto schifo, pur non mancando di una sua maestà. Ultimamente il disgusto gode di crescente pregio.
Dicevo dell’essere mitologico, o mostro o semidivinità: era gigantesco, ma non tantissimo… diciamo semigigantesco, come Margutte (siamo sull’Adda, mica sul Rio delle Amazzoni o sul Congo), con una testa quasi umana, ma senza orecchie, il naso appena accennato, occhi gonfi, labbra grosse, sporgenti e viscide, con la pelle del cranio pelato che luccicava al sole nascente e bagliori iridescenti che balenavano lungo le spalle e il petto. Brandiva minaccioso un forcone con la destra, mentre nella sinistra si agitava un grosso cavedano che forse era rimasto impigliato tra le sottili membrane fangose che univano le dita. Era proprio un forcone, e non un tridente, e piuttosto rudimentale anche, certo ricavato da un tronco sradicato da qualche piena. La dotazione di queste infime divinità lascia un po’ a desiderare, ultimamente: l’armamentario non viene più rinnovato da secoli e loro si devono arrangiare con quel che c’è in magazzino o altre trouvailles, e poi ricorrere al bricolage. Solo che quanto a manualità sono piuttosto deficitari. Non è colpa loro comunque: nessuno gliel’ha insegnato. Cresciuti nella bambagia e poi abbandonati al loro destino. È triste.
Sembrava piuttosto arrabbiato, il bestione. Ha lanciato verso riva quello che potrei chiamare un urlo muto, dal momento che non ho sentito nulla, mentre ho notato l’acqua incresparsi davanti a lui e le foglie della riva percorse da un lungo fremito causato dello spostamento d’aria del suo fiato. Poi la bocca ha cominciato a articolare, o meglio: a mimare una prosodia arcaica (micenea, a occhio, o di poco successiva), silenziosa ma terribile. Come una poesia dadaista (quella è comica però). Io non capivo un’acca, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo da quelle labbra bavose: ne seguivo incantato ogni movimento, sillabando mentalmente  il loro ritmo, anche dopo che lui si era di nuovo inabissato nelle basse acque del fiume: tatatatà tatatatà tatà tàta, terrorizzato da quella voce non mia che martellava dentro di me qualcosa che ignoravo, dal suo puro e semplice tono.

18/01/15

Correzioni, commenti, rettifiche, cancellature e cancellazioni



Ogni lunedì, quando imbocco l'ultimo tunnel che dal Passante di Porta Garibaldi sbuca in via Tazzoli, sotto l'AC Hotel, il mio cuoricino accelera un po'. E' l'attesa. L'incertezza e la curiosità di sapere se ci sarà una nuova puntata della piccola saga dei graffiti che mi appassiona dalla prima volta che sono passato di qua, alcuni mesi fa. Ci sarà qualche colpo di scena o l'ultima cancellazione sarà quella definitiva?

Mi riferisco a una serie di interventi, graffiti correzioni rettifiche e imbiancature, che riguardano solo un gruppo di scritte in gran parte concentrate sui muri dell’ultimo segmento del tunnel all’uscita del Passante, in cima alle lunghe e ripidissime scale mobili, e accanto alla scalinata e alla rampa per le carrozzine che sbucano nella piazzetta davanti all’hotel, dove stazionano quasi sempre taxi e auto di grossa cilindrata e belle donne con borse e valigie di gran marca (già in piedi così presto?).
Le scritte appartengano tutte a una stessa mano e ribadiscono, a breve distanza l’una dall’altra e con minime variazioni, un unico messaggio. Nelle sue componenti essenziali il messaggio consiste di questi elementi: declinazione delle generalità (solo il nome però, che non è detto, come vedremo dopo, che debba corrispondere al nome reale dello scrivente: pseudonimo, nome d’arte, avatar, con possibili implicazioni di facile simbolismo, - a meno che non sia un tratto ironico, uno dei tanti), nazionalità, titolo di studi e professione (o aspirazione) inclusi (Angel Manuel rag. ital. gigolò); indicazione delle peculiarità salienti (superdotato: senza misure dettagliate, che però vengono aggiunte, polemicamente, dal correttore: 8-10 cm), e dei destinatari (solo x donne, non sono previste eccezioni), senza specificare la tipologia delle prestazioni offerte (ma facilmente intuibili, si presume che lo scrivente presuma) ma talvolta con rassicurazioni sulla locazione lavorativa (in ambiente comodo e riservato) e sulla sua accessibilità (Milano, anche se sui pubblici servizi qualcosina da ridire ci sarebbe); e infine dei numeri di telefono (ma in genere lo stesso più volte reiterato, vuoi per chiarezza, vuoi in risposta a cancellatura degli ultimi numeri: omissis) con specificazione della forma di comunicazione e/o di presa di contatto auspicata (sms). Altre aggiunte, minime come le variazioni espressive, sono ascrivibili solo all’estro momentaneo e quindi non sono particolarmente significative; ovvero lo sono solo di quello (dell’estro momentaneo, intendo), per quanto possano suggerire ben altro, interi mondi, a chi è disposto a entrarci, per esempio ai fini psicologi televisivi, o solo piccole sfumature, ma essenziali, ai vari patologi, indizi da cui uno specialista, a seconda della sua specialità, potrebbe trarre chissà quante e quali interessantissime deduzioni, se non addirittura, i più azzardati (i più spocchiosi, o sicuri, come l’esperto si presume che sia), definitive conclusioni. Le seguirei tutte, ne avessi il tempo e gli strumenti (per tacere delle capacità).
La scritte in sé non sono molto originali: direi anzi che si riallacciano pedissequamente (ma il calco va letto come indice di una professionalità che non indulge a vezzi soggettivi) a una tradizionale e veneranda tipologia che di solito attecchisce nei cessi pubblici o nei luoghi a più diffusa creatività, come edifici scolastici e penitenziari (lascio il dettaglio delle decorazioni e dei materiali usati ai critici d’arte e agli antropologi); e quindi, come tali, dovrebbero risultare noiose, non fosse la quello che ha suscitato il mio interesse è straordinaria fioritura di correzioni, integrazioni, riscritture, commenti, cancellature, rettifiche, modifiche e cancellazioni mediante verniciatura di cui periodicamente sono tutte oggetto, escluse quelle della rampa per carrozzine e sui fianchi della scalinata che non conoscono tinteggiature: le prime (e ti pareva!) per la solita discriminazione verso i meno avvantaggiati che si estende al loro ambiente, la seconde perché sul marmo, credo.
Anche questo non sarebbe poi così interessante: i muri sono pieni di scritte e disegni di ogni genere, di solito sotto forma di illustrazioni (con particolare riguardo a certe parti anatomiche, che evidentemente si dimenticano in fretta se c’è sempre qualcuno che trova utile ricordarne le fattezze), di esemplificazioni della propria creatività per mano di gente che per prima non è convinta del suo valore e cionondimeno insiste forse confidando nella sbadataggine altrui, e di effusioni, celebrazioni, invettive e dichiarazioni di vario tenore, ma preferibilmente amorose (l’amore, si sa, ha questo difetto, di lasciare strascichi, i più impensabili), e a volte di vere e proprie guerre di comunicati, in passato anche politici, ora quasi soltanto sportivi o razzisti (in Italia è lo stesso). La vecchia solfa dell’effimero e  dell’eterno.
Alcune scritte invogliano a replicare; si potrebbe addirittura ipotizzare che agiscono da calamite, come stimoli a impulsi primordiali, al gioco o al veleno. Soprattutto quelle che si accampano solitarie su grandi pareti o muri di cinta, come quella gigantesca che mi trovo a dover leggere ogni volta che parcheggio vicino al mio bar: “Sei il mio solo e unico pensiero”, che nessuno ha pensato mai di cancellare e a cui ogni volta mi trattengo a fatica dall'aggiungere un codicillo, come: “per la tua testa è già troppo”, o qualche sua variante ancor più esplicita per facilitare la comprensione (dati i presupposti).
Sono testi che nascono da uno spiccato horror vacui, come risposte a grandi superfici intonse, la cui nudità appare insopportabile, oscena; ma che poi attraggono a loro volta l’horror pleni dei cultori dell’ordine e della verginità anche di seconda o terza battuta (di pareti, strade, luoghi: di ogni volume, animato o inanimato che sia), che ridipingono i muri daccapo, o i segmenti incriminati, con la stessa pittura o una tinta uguale o simile, ton sur ton, a velatura, ma coprente, sigillante, azzerante, fino al prossima provocazione che, manco a dirlo, si materializza non appena il restauratore dell’ordine si è allontanato, e solo lì dove aveva verniciato, non altrove, né accanto né più in alto o più in basso, ci fossero pure km quadrati a disposizione, riproducendo sempre e solo, perfettamente identica, fin negli svolazzi, la scritta cancellata, l’unica verità che lo scrivente ha da comunicare, nient’altro, perché un altro o un altrove non c’è, in un susseguirsi di colpi di mano interscambiabili, una guerra di nervi fino allo sfinimento, che di solito viene vinta dal compulsivo profeta, il quale però, una volta ottenutala, abbandona il campo e se ne va senza approfittare oltre: come svuotato, senza nemmeno più curarsi di quella verità per cui così a lungo e protervamente aveva lottato, e che ora lascia al proprio destino di parola senza destinatario, che si cancella a causa dell’eccesso di apparenza e raggiunge così, una volta ottenuto il sopravvento per il puro gusto di prevalere, “per principio”, la sorte di invisibilità che voleva riservargli il suo avversario sconfitto.
Qui invece sembra che a vincere, per ora, sia la cancellazione. Ad affascinarmi non è questa peraltro prevedibile vittoria, almeno a lungo termine, con il suo allineamento conformista a una legge universale, quanto le forme che la cancellazione assume. Si tratta di rettangoli, perlopiù, ma anche di poligoni irregolari di varia grandezza, di figure sopra o dentro altre figure, con stesure di colori uguali o simili che danno luogo a velature, o gradazioni e contrasti, in un gioco ottico che si relaziona (dialetticamente!) con la tinta del muro o con quelle diverse dei muri adiacenti e con le varie fonti luminose, a cominciare da quella mutevole che viene da fuori (un barlume, da lontano), ma anche con effetti ritmici che il loro irregolare susseguirsi e le differenti andature dei passanti creano dall'una all'altra e sull'intera parete, e persino da una parete alla successiva o con i più svariati fattori, quando per esempio vengono incluse nel gioco pavimenti, colonne, soffitti e altre componenti grafiche e architettoniche. (Mi perdo in queste cazzate... e non ho scusanti!)
Ad essere completamente ricoperte non sono che le scritte del fantomatico Angel Manuel (un nome che mi puzza tanto di pseudonimo: a meno che non sia la mia diffidenza, e diciamo pure avversione, per l'eccesso di simbolismo, ancor più se involontario), e eventuali malcapitate solo a causa della vicinanza, come a delimitare una zona di quarantena per impedire la diffusione del contagio. E non importa se questo interrompe la continuità, se, alla lettera, la macchia e rende visibile la segregazione su cui la continuità si regge, occultandola del tutto solo quando funziona perfettamente, nel paradiso sognato dell'uniforme. Tutti gli altri graffiti sono risparmiati, come nelle migliori tradizioni democratiche, o cancellate quasi di malavoglia (sembra) nei momenti di crisi generale, quando si rendono necessarie prese di posizioni forti e si procede a una tinteggiatura generale di interi settori del percorso sotterraneo. Se no è il caos!
Ma anche i meccanismi più perfetti si lasciano alle spalle delle piccole magagne, secondo l'insegnamento dei mistici tessitori islamici (gente che la sa lunga), come dimostra la già segnalata sopravvivenza di alcune scritte nelle rampe di uscita per i portatori di handicap e su un paio di cartelloni plastificati lungo le banchine della ferrovia sotterranea, o in angoli poco accessibili alla massa dei viaggiatori, riserve visive per le microsacche di maniaci: feticisti vari, dandy e scioperati, collezionisti, ricercatori, élites... Omissioni che hanno il merito di far segno a una delle questioni più intriganti: quella sull'autore delle cancellazioni, e se si tratta dello stesso che effettua le correzioni e le cancellature parziali.
Prima di avanzare qualche ipotesi in merito, conviene però soffermarsi su queste ultime e sulla loro complessa stratigrafia. Perché è da qui che è sorto e si è sviluppato il mio interesse. E' da qui che sono nate le domande fondamentali. Il resto, cioè quanto detto finora, questa lunghissima, estenuante, eccessiva, brodosa introduzione, senza di esse sono solo sciocchezze, vaneggiamenti laterali, plusvalenze, piaceri aggiunti. Supplementi. Gradevoli, per carità, ma niente più. Mica siamo alessandrini, noi. Noi andiamo al sodo! Il contorno, ce lo concediamo solo dopo, per premio; o consolazione. (Noi, sarei io.)
Le cancellature e le correzioni vertono principalmente su nome, genere, proprietà, professione, dimensioni e numero di cellulare. Cioè su tutto. Non risparmiano niente. No prisoners. La loro acribia è ammirevole. Adoro la precisione e la tenacia. (Perché ne sono privo.) Mi incanta (mi incitrullisce) la pazienza (perché ne abbondo; nella forma deteriore però: la sopportazione).
Il nome da Angel Manuel, diventa Angela Manuela, e poi Angelo Manuele; il genere da maschile passa a femminile, poi di nuovo a maschile, con qualche puntata nelle zone intermedie (trans), così come le preferenze sessuali (da gigolò a frocio, o ancora a trans, con bell'ampliamento delle possibilità: è il minimo, nell'attuale impero del mercato) e di conseguenza i destinatari dell'offerta (da solo per donne al più ampio ventaglio assicurato dalle differenti caratterizzazioni); le proprietà, o caratteri salienti, subiscono brusche riduzioni (da superdotato a cm 10, o addirittura 8, che sarebbe comunque un tratto alquanto significativo, a modo suo) e trasformazioni (dal pene del gigolò a grilletto o utero, indifferentemente, chissà perché; immagino per contiguità: il postmoderno è il regno della metonimia); anche l'indicazione del luogo, si potrebbe dire il certificato di provenienza, o la denominazione di origine controllata, passa dalla metropoli (Milano: città per la quale la denominazione di metropoli è molto generosa) a una sua parte, esplicita (viene dal Paolo Pini, che per un milanese sta per "manicomio", a volte con la spiegazione: è pazzo per i non-milanesi e pressanti inviti a badare alla salute: curati il cervello, come se l'interlocutore possa mostrarsi ricettivo a questi inviti; personalmente ne dubito: conosco i miei polli!) o implicita (un ospedale o una ASL: è sifilitico).
Resta, infine, il numero di cellulare, che è l'elemento, all'interno di ogni singolo graffito, che  subisce il maggior numero di interventi (cancellazione o storpiatura degli ultimi tre numeri, degli ultimi sei o, più raramente, di tutta la sequenza) e di riprese (ne ho contate fino a quattro), a loro volta parzialmente cancellate o storpiate, ma spesso campeggianti nella loro interezza, fino alla prossima verniciatura.
E' il susseguirsi di queste versioni a appassionarmi, il conflitto e il palinsesto infinito; l'ostinazione dei contendenti, il legame indissolubile che li lega: il corpo a corpo in cui non si sa più quale è il corpo di chi; la prevedibilità delle mosse, il loro automatismo, che nondimeno non interrompe e nemmeno frena le ostilità, e anzi le rilancia sempre più, con la riserva di slanci creativi celati nello scrigno delle infime variazioni... La scimmiosi infinita!
Sono i suoi misteri, quelli legati all'interpretazione, al sogno nel sogno nel sogno che essa scatena, a risucchiarmi nel loro gorgo, a invadere il mio fragile comprendonio, a sedurlo e avvelenarlo. Un niente! Un dolce veleno. Oh, sweet nuthin'!
Chi scrive? Chi cancella? Il numero di cellulare è davvero quello di colui che lo scrive proponendosi come prestatore d'opera? (Prestatore d'opera: che espressione meravigliosa!) Oppure è un nemico (o un amico particolarmente scherzoso) a scriverlo ed è il suo titolare a cancellare? Perché si limita a cancellare o correggere solo gli ultimi numeri? E come inserire le altre correzioni e i commenti in questo contesto? E' possibile che chi commenta e chi corregge siano due persone diverse, e che entrambe siano diverse dall'esecutore del messaggio originale e delle correzioni alla correzioni o dell'avventuroso ripristino della versione primitiva? (Stavo per scrivere primigenia, ma quando è troppo è troppo!) E ancora:
Se il cancellatore e il correttore (e il commentatore) sono diversi dal primo scrivente (non me la sento di chiamarlo autore: ho ancora un residuo di rispetto per certe parole, io), e tra di loro, chi sono, e in che reciproci rapporti? o non ne hanno altri che quelli creati dalla sovrapposizione dei loro segni? Perché uno sente il bisogno, o obbedisce al capriccio, di commentare e/o cancellare e/o correggere qualcosa che non lo riguarda? O il fatto che qualcosa sia scritto basta a che qualcuno possa credere che in qualche modo lo riguarda? in che modo, allora?
Ovvero basta che uno legga perché, oltre che già riguardato, già corregga o integri o commenti, e quindi tanto vale che qualcuno (qualcuno, non tutti: per esempio io no, se qualcuno è disposto a credermi) lo faccia per davvero, cioè lasciando tracce scritte a sua volta? Basta questo a scatenare ostilità? Perché? E perché così tanta, e così dolorosamente (giocosamente ma dolorosamente) ostinata?
Oppure si tratta in ogni caso della stessa persona? La grafia, non di molto, ma appare diversa. Uno schizofrenico allora? Uno che cambia, poco o tanto, grafia a seconda della parte che assume (della personalità che in quel momento è dominante)? O è uno che inscena diverse personalità per dar luogo a una sceneggiata (di dubbio gusto, mi si lasci aggiungere)? Ma a favore, o contro chi, allora? Un perverso che lo fa per compiacere (attrarre) altri perversi, o lettori appassionati o interpreti coatti, come me? (come gioco a essere io ora: come forse fingo di essere, o di giocare, io ora: ora quando?)
E chi passa le mani di vernice? E' lo stesso o cambia ogni volta? E come le passa? La forma e la grandezza delle figure geometriche sono dettate solo dalla superficie occupata dalle scritte o c’è un sia pure labile, o inconsapevole, automatico, intento estetico? o si tratta di scelte momentanee, del tutto immotivate (ammesso che ce ne siano), istintive, come viene viene? E' quindi un artista, di valore ancora sub iudice, o un semplice dipendente comunale, o delle ferrovie, o di qualche ditta incaricata di ripulire i muri o di verniciare periodicamente questo o quello, in particolare i luoghi di passaggio più recenti e frequentati, e con maggior frequenza quelli delle zone più ricche o turisticamente e commercialmente più remunerative, e che il resto si arrangi come può che se non sporcasse sarebbe meglio, che tanto a sporcare sono sempre quelli, sappiamo benissimo chi? Ma perché nei tunnel del Passante a ricevere il trattamento sono sempre, e spesso solo, queste scritte e non altre?
E se a cancellare è un privato, di propria iniziativa, chi è? Quando arriva con vernice e pennello (con un lungo manico anche, per raggiungere certi punti), possibile che nessuno dica niente? E' uno dei cancellatori/commentatori, o il protoscrivente in persona, che passa una mano di tintura per poter riscrivere tutto daccapo con chiarezza, senza equivoci?
E ancora: qualcuno avrà provato a chiamare o a mandare un sms (come direttamente specificato)? Cosa sarà successo? La realtà corrisponde a quanto sbandierato (promesso) dal testo? In che misura (sia detto senza malizia)? In che misura conta la misura, per l'eventuale o reale chiamatore (sempre senza malizia)? Ci sarà stato qualche incontro? Se sì, con un seguito o senza? Per la delusione o a maggior gloria dell'unicum? L'eventuale seguito, sarà stato con una sola o con più persone e avrà come effetto la fine delle scritte, e di conseguenza della saga, con buona pace di tutti? Tutti? Anch'io?
O ci sarà lo stesso un seguito anche alla saga: ma a che condizioni in tal caso? Di nascosto? All'oscuro? All'oscuro è difficile, perché come il partner ha visto per chiamare, può tornare a vedere anche dopo. A meno che non ci sia un cambio di luoghi dove scrivere i messaggi o l'acquisizione di nuovi numeri di telefono, o un ulteriore cambio di grafia (se non c'è già stato).
Ma in tal caso, a chi o cosa sarebbe da attribuire? Si tornerebbe allora al livello di interpretazione di partenza o si tratterebbe di un altro livello? Ecc. ecc. ecc. ecc.
Maledetta curiosità! La voglia, l'impulso a conoscere, a cercare di capire... cosa? l'incomprensibile? No. Cioè: anche; ma non qui. L'indecidibile, quando imbocco il tunnel... La filosofia... la metafisica! E all'uscita dal tunnel ecco, oggi per esempio, due spose cinesi in abito bianco, lunghissimo, tutto plissettato, ciascuna con un cesto di fiori in mano (e i fioristi dove sono? e loro sono davvero spose, o, che so, modelle?)... mentre gli sposi (o i fratelli? i testimoni?), le rincorrono nei loro abiti da cerimonia grigi, la giacca scura, a coda, i pantaloni più chiari, e faticano a stargli dietro, ma parlano, si agitano, e forse dicono o indicano loro qualcosa, che però io non vedo e non capisco, e non cerco nemmeno di capire, tanto che distolgo lo sguardo, in alto, sempre più in alto, verso la punta del nuovissimo grattacielo che non so proprio cosa cavolo mi possa significare, e nemmeno me ne do cura (ma significa... eccome se significa!), ancora prima che loro entrino, tutti e quattro, o anche con qualcun altro che li aspettava o si è aggiunto nel frattempo, le spose alzando con la mano libera lo strascico che, da lì, manda riflessi perlacei, in un palazzo in fondo, sulla destra, o svoltino tutti nella laterale appena dopo, non so, non distinguo, e spariscano per sempre dalla mia vista, senza lasciare tracce, come una domanda, una serie di domande che non ho formulato e non so né sospetto di non avere mai formulato o che mai le formulerò.


PS. Si può anche saltare

(Oggi ho preso il treno con mezz’ora di anticipo per evitare lo sciopero, e poi, siccome era presto e non avevo la chiave dell’ufficio, mi sono fermato su una panchina del Passante a finire la riverniciatura, iniziata in carrozza, di questo testo, la cui penultima versione ho terminato di scrivere ieri sera. Poi ho percorso moderatamente contento i vari tunnel e sono uscito nell’aria gelida; appena svoltato da via Tazzoli in via Maroncelli ho incontrato due cinesi: un giovanotto che portava una grossa borsa metallizzata, di quelle tipiche dei fotografi di professione, e un uomo sui quarant’anni, che reggeva a fatica un grande quadro ben incorniciato e protetto da un vetro. Dentro c’era la foto di una sposa. Una delle due che di cui avevo scritto. Sì, a volte arrivano risposte a domande che nemmeno avevi formulato. Riguardano solo scemenze però.)


14/01/15

Su Francis Ponge (1992)






"Mi accorgo di una cosa: in fondo ciò che amo, ciò che mi tocca, è la bellezza non riconosciuta, la debolezza d'argomenti, la modestia. Quelli che non hanno la parola, è a loro che io voglio darla. Ecco il punto in cui la mia posizione politica e la mia posizione estetica si congiungono. Umiliare i potenti mi interessa meno che glorificare gli umili (...) Gli umili: il ciottolo, l'operaio, il gamberetto, il tronco d'albero, e tutto il mondo inanimato, tutto ciò che non parla. (...) 'In piedi! dannati della terra.' Io sono un suscitatore." Il I marzo 1942, quando scrive quasi solo per se stesso queste parole che ben sintetizzano alcuni degli aspetti fondamentali del suo lavoro, il quarantatreenne Francis Ponge è un semisconosciuto che fiancheggia la Resistenza come "viaggiatore politico" del Fronte nazionale dei giornalisti. Fino ad allora aveva pubblicato soltanto una plaquette (Douze petits écrits, 1926) e qualche sparuto testo, sia pure su riviste prestigiose come la NRF e Commerce, grazie a Jean Paulhan, che praticamente per vent'anni è stato il suo unico lettore e interlocutore di livello (cfr. i due tomi della Correspondance, 1986). Occupato dodici ore al giorno a guadagnarsi da vivere, impegnato nell'attività politica prima come dirigente sindacale e dal '37come aderente al Partito Comunista, da dedicare alla scrittura non gli restavano che "circa venti minuti, la sera, prima di essere invaso dal sonno." L'annotazione ha un risvolto di ironia quasi a spiegare l'esiguità e la brevità dei suoi testi, ma nondimeno risponde ai fatti. Eppure raramente venti minuti al giorno sono stati così produttivi, a giudicare da quanto Ponge ha estratto successivamente dai suoi cassetti per inserirlo o svilupparlo nelle opere postbelliche o per offrirlo, assieme a materiale nuovo, alle molte le riviste che dal 60 in poi gliene facevano richiesta, testi di valore diseguale che ora sono stati ordinati e brevemente commentati nei tre tomi del Nouveau nouveau recueil da J. Thibaudeau, autore nel 1967 della seconda monografia su Ponge (la prima è di Ph. Sollers, 1960, e la più importante tra le ultime di J.M. Gleizes, ed. Seuil, 1988).


  Soltanto alcuni mesi dopo, tuttavia, quelle poche frasi avrebbero cominciato ad avere un senso anche per altri: nel maggio del 1942 viene infatti stampato Il partito preso delle cose, e da quel momento comincia l'ininterrotta fortuna dell'opera di Ponge. Fortuna dalle caretteristiche curiose, di cui si son fatti carico di volta in volta Sartre, Camus e gli esistenzialisti, quindi Sollers, Tel quel e le riviste della sinistra tra il '60 e il '70 (nonostante già da tempo Ponge si fosse schierato per un gaullismo sui generis), e infine filosofi come J. Derrida e le riviste più disparate, da L'herne alla NRF a Europe, che gli ha dedicato una monografia nel marzo di quest'anno, con una continuità di interesse e insieme un'eterogeneità di prospettive su cui merita di riflettere. Tutti , e a buon diritto, hanno trovato nel lavoro di Ponge, conferme e stimoli per il proprio, dalla presenza di un umanesimo intergrale dal quale è assente ogni traccia di trascendenza, all'attenzione per le cose e per l'apparentemente banale ("il bicchiere d'acqua aveva fin da principio qualcosa per sedurmi: è il simbolo di niente, o almeno, di poco. Un bicchiere d'acqua, è meno del minimo vitale, è la più piccola elemosina, la più piccola cosa che si possa offrire"), a un lavoro sul linguaggio che se da una parte esalta la disseminazione testuale dall'altra approda alla sobrietà e alla purezza dei classici.
  Certo è che Ponge ormai un classico lo è, nel senso attivo di una lezione che non ha ancora finito di dare i suoi frutti, più che in quello di una perfezione chiusa su se stessa. Se è vero infatti che il poeta insegue il linguaggio al suo stato nascente, tutta l'opera di Ponge incarna questa esigenza, accentuando anzi con gli anni il proprio aspetto di movimentum quanto più i suoi lettori tendevano a fissarla in monumentum. Anche così si spiega la caratteristica di molti dei suoi ultimi testi (per es. Le savon, 1967, e La fabrique du Pré, 1971) di esibire tutte le fasi della loro concezione e redazione, dalle ricerche lessicali ai brogliacci alle varianti, che tuttavia hanno soprattutto la funzione di intrecciare in tutti i modi possibili l'indagine intorno all'oggetto a quella sul linguaggio e ai differenti coinvolgimenti del soggetto.
  Per questo motivo la citazione iniziale, come ogni altra che si può fare di Ponge, se ha una sua efficacia, resta pur sempre parziale e quindi sviante, nel momento in cui porta a circoscrivere una presunta essenza della sua opera al mondo delle cose, come sarebbe tentato di fare colui che si limitasse agli aspetti più evidenti delle sue prime opere. Le cose infatti non vanno mai senza le parole, e le parole stesse sono cose depositate nel vocabolario e dotate di una materialità di cui si deve tenere in ogni istante conto. Se Ponge è fino in fondo un materialista, in quanto poeta lo è in primo luogo in questa presenza della fisica della lingua e nella consapevolezza della sua radicale storicità, dalle quali nessun tentativo di approccio alla cosa può prescindere. Sulla presenza e l'esistenza della materia, sulla sua bellezza e varietà, sulla gioia e il piacere che essa può dare, non ci sono dubbi: "raccattiamo semplicemente una zolla di terra", è lo stupendo inizio di un suo testo; ma d'altra parte la cosa in sé non fa che sottrarsi, sfidando lo scrittore a raggiungerla e descriverla con l'unico strumento a sua disposizione, la parola, "la vera secrezione del mollusco uomo". Ma nemmeno possono essere considerate un semplice strumento le parole, dal momento che è soltanto in esse che noi siamo e possiamo prendere il partito delle cose, così come da esse è impossibile trarre alcunché se nell'affrontarle non mettiamo in gioco tutto il nostro essere, nella sua indissolubilità di ragione critica, di pratica quotidiana e di sentimenti che spesso non hanno ancora un nome e che si tratta di riconoscere.
  Come altri giovani scrittori contemporanei, per es. Artaud e Michaux, Ponge era partito dall'impossibilità di scrivere nella lingua poetica tradizionale, che vedeva pervasa fin nelle radici da una società che egli respingeva, ma fu proprio il rischio dell'afasia, e il rifiuto della sconfitta che spesso il silenzio comporta, a spingerlo verso le cose e a fargli capire che non c'è "nessun compromesso possibile tra il partito preso delle idee o delle cose da descrivere e il partito preso delle cose. Dato il potere singolare delle parole, il potere assoluto dell'ordine stabilito, una sola attitudine è possibile: prendere fino in fondo il partito delle cose".
   Accettare il silenzio avrebbe significato sprofondare nella disperazione alla quale anche le parole del potere riducono; invece per Ponge bisogna scrivere per cercare le "ragioni per vivere felici", e per far questo è indispensabile riprendersi la parola sottratta, non fare confidenza al linguaggio ma resistergli, tenersi sempre "vigilanti" contro la tentazione di abbandonarsi alla confusione e quindi non permettere che la "rabbia dell'espressione" (che è il titolo di un libro del '52) soffochi la lucidità. La riflessione critica non va disgiunta dall'attività creativa, perché nessuna delle due precede l'altra: la teoria non prepara il terreno né giustifica a posteriori il risultato creativo, ma lo accompagna, vi si insinua come un elemento il cui difetto lo inficerebbe, così come la descrizione dell'oggetto passa attraverso il corpo e la storia delle parole e la varietà delle esperienze, cioè la soggettività, di colui che in tale passaggio è impegnato, cioè impegna, espone tutto se stesso. Il miracolo dei testi di Ponge è che tutto ciò non produca alcuna pesantezza o pedanteria, e che anzi il loro tono sia quasi ovunque leggero, chiaro, permeato di ironia e di quella semplicità e immediatezza che solo chi ha sormontanto gli ostacoli più duri talvolta riesce a conseguire. Questo tuttavia non deve far pensare che l'opera debba realizzare una conciliazione illusoria della distanza che separa reale e immaginario, soggetto e oggetto, cose e linguaggio; semmai la consapevolezza della tensione sempre aperta tra le contraddizioni muove a produrre un nuovo oggetto contraddittorio, appunto il testo, che non dà a conoscere se non realtà relative.
   Ponge scrittore "classico" e moralista tende verso la descrizione precisa, la definizione esatta ed esemplare, la formula scolpita ed eguagliabile alla pietra che spesso ne è l'oggetto, l'espressione impersonale del proverbio, e per ogni cosa cerca la sua retorica e la forma specifica che le compete, ma sa anche che la descrizione pura è impossibile, che nessun tentativo di accostare e delineare l'oggetto può prescindere dall'occasione e dall'emozione che la innescano e che, poiché di esso si deve dire ciò che fino a quel momento non è stato ancora detto, il già detto, l'intertestualità e la coscienza critica e storica che implica, è già in azione, e lui non fa nulla per nasconderlo. Anzi, poiché la forma stessa del testo è radicata nell'esperienza della sua elaborazione, ecco che la esibisce in tutti i suoi momenti e aspetti, e che la descrizione si trasforma in narrazione, in archeologia del sentimento e insieme nel suo nascere dalle parole che lo braccano, così che "una retorica per oggetto" si trasforma in "una retorica per soggetto così come viene a configurarsi nell'esperienza che fa di ogni oggetto". Che è del resto anche la strada sulla quale deve essere condotto ogni lettore, al cui cospetto lo scrittore non spiega il mondo, ma lo cambia, allo stesso modo in cui non divulga idee, ma le distrugge, per suscitare presso ciascuno una volontà analoga, che poco importa se si rivelerà relativa, dal momento che non può essere diversamente. "Di cosa si tratta, per l'uomo? Di vivere, di continuare a vivere, e di vivere felice. Una delle condizioni consiste nello sbarazzarsi dello scrupolo ontologico (un'altra nel concepirsi come animale sociale, e nel realizzare la propria felicità o il proprio ordine sociale). Non è tragico per me non poter spiegare (o capire) il Mondo. Tanto più che il mio potere poetico (o logico) mi deve liberare da ogni sentimento di inferirità nei suoi riguardi. Poiché è in mio potere - metalogicamente - di rifarlo." E per rifarlo conviene cominciare dalle cose all'apparenza più semplici, dalla materia in cui siamo fatti e che ci circonda e dalle esperienze che ogni istante abbiamo con essa. Perché "il più semplice non è stato ancora detto."