27/12/14

Ragnatele, moscerini e neuroni specchio



 

I ragni mi ricordano qualcuno, anche se al momento non mi viene in mente chi. Poi ci penso. Filano ragnatele su ragnatele, come quelle sulla passerella sull'Adda, dove restano catturati moscerini a centinaia, ma poi non si vedono in giro. Se li mangiano davvero, prima o poi? Tutti? Sono abbastanza appetibili per loro, o i veri obiettivi della ragnatela erano altri e i moscerini ci sono finiti dentro solo perché erano lì, a gironzolare nei paraggi? È uno spreco! La catena alimentare non brilla per razionalità. La gestione risorse è deficitaria. Gli abbasso immediatamente il rating.


Secondo me i ragni non se li filano troppo i moscerini. Anzi, li disturba che tutti questi intrusi gli rovinino il lavoro. Così se ne vanno a tesserne una nuova un po' più in là. Dove resteranno impigliate nuove orde di quei minuscoli e delicati insetti dalle ali bianche trasparenti e dalla lunga coda sottile che mi incoronano per centocinquanta metri ogni volta che attraverso la passerella. Mi fanno festa, come se avvertissero una parentela nemmeno troppo lontana. Io ovviamente apprezzo.
Forse è per questo che mi interesso alla loro sorte. Alcuni li ho visti stamattina che agitavano ancora le ali su una bava che ondeggiava elastica, e il ragno magari era già emigrato in Mongolia (per dire...). O magari già morto. Anche da morti fanno danni. Se ne fregano degli effetti delle loro azioni. Gli artisti mica sono responsabili delle opere, una volta terminate. Una ragnatela, o due o tre, per ogni sbarra dei ponti e ponticelli che trovo sul mio cammino; distese di ragnatele come baraccopoli disastrate, paesi del Far West abbandonati (e... e...: insomma, ci siamo capiti), e di ragni nemmeno l'ombra. Moscerini, a bizzeffe invece. Morti o morenti. Dire che ci soffro, sarebbe eccessivo: i miei neuroni specchio non arrivano a tanto. E però...

20/12/14

Nozze mistiche, Sante che leggono, libri protetti da morbidi panni.




Nelle Nozze mistiche di Santa Caterina del cosiddetto Maestro del fogliame ricamato (Master of the Embroidered Foliage, attivo tra il 1480 e il 1510), ci sono queste due elegantissime signorine sedute nell’erba ai piedi della Madonna, che invece se ne sta, comoda e maestosa, su un bellissimo tappeto. Se non che, qui, è l'erba stessa a essere un bellissimo tappeto (finemente ricamato: appunto).
Maria tiene tra le braccia il bimbo, che sembra un ometto stempiato e si sta slanciando verso santa Caterina per impalmarla infilando l’anello nuziale nel suo anulare proteso. La santa, riccamente ingioiellata e abbigliata in modo adeguato alla circostanza e alla sua nascita regale, offre allo sposo un fiore purpureo, forse una rosa selvatica (simbolo del sangue che verserà per lui nel martirio? simbolo di un altro simbolo? di altri simboli a catena? a pioggia?), sotto lo sguardo compunto, certo devoto ma anche con una comprensibile punta di invidia, di una damigella inginocchiata alle loro spalle: un’altra santa martire, con il suo bel fiore tra le dita. 

 
Maria ha la testa leggermente reclinata verso ciò che sta combinando suo figlio; il suo sguardo mi sembra, più che attento, allarmato, come se non approvasse le nozze, forse a suo parere un po’ avventate, anche se solo mistiche. Tutte e tre le donne portano i capelli sciolti, lunghi, tanti ma sottilissimi, sfilacciati, che necessiterebbero di un trattamento per dargli volume e lucentezza; come li hanno pure le due damigelle dietro di loro, a sinistra, sedute sotto un pergolato in compagnia di un agnello, che se ne sta tranquillo a dispetto della sua interpretazione scontata, e come una terza a figura intera ancora più sullo sfondo, in quello che sembrerebbe un hortus conclusus, separato dal resto della scena da una cinta merlata così bassa che un cagnolino, o l’agnello di cui sopra, la supererebbe senza fatica in souplesse, rappresentata mentre coglie un fiore da una spalliera verdeggiante vicino a una fontana che dovrebbe essere quella della vita, o dell’eterna giovinezza (quella della salvezza, immagino in questo contesto, dell’aldilà: una giovinezza eterna, spirituale, non quella materiale, a cui la nostra carne aspira, ahimè senza alcuna speranza).

Ma non di questo voglio parlare...
A parte il disco luminoso dello Spirito santo, sempre presente quando si tratta di matrimoni dallo statuto particolare e dalla consumazione improbabile, ad affascinarmi al primo colpo d'occhio sono state le due damigelle sedute sull'erba, certo due sante anche loro: due sante della haute couture e del nobile portamento, se non altro. Una di loro volta una pagina di un manoscritto senza dubbio splendidamente miniato (impossibile attribuirgliene uno dozzinale), con sguardo pensoso: forse ha ancora in mente ciò che ha appena letto, lo sta meditando, o forse si dà solo un contegno, elegante come il suo abito rosso, semplice di fattura ma di stoffa pregiata profusa in abbondanza, e pensa ad altro, a nozze meno mistiche di quelle di Caterina, che a lei forse sono precluse per sempre; l'altra tiene in mano un rosario ma di sicuro non lo sta recitando: infatti lo regge delicatamente tra le dita come una collana, quasi ne soppesasse il valore, come certe signore di Vermeer. Ha il collo lungo e sottile, come quello della sua collega, ma che lo sembra di più a causa dell'inclinazione e della postura di tre quarti che favorisce la vista di un'ampia porzione delle spalle grazie anche alla torsione in senso opposto della testa inclinata in avanti che accentua la curva dell'attaccatura del collo alla schiena e all'acconciatura raccolta in alto, di fattura preziosa e ingioiellata, i capelli raccolti in un sottile retino: inclinazione come di assenso, quasi compiaciuta, ma senza esibirlo, con gli occhi socchiusi, da cui, più che uno sguardo mistico, estatico, rivolto insieme all'interno e al trascendente, traspare una sfumatura mondana, come la memoria, o l'auspicio, di altre estasi meno spirituali, più terrestri, di una che pensa, senza darlo a vedere, lei sì a nozze vere, o a qualche soddisfacente prologo di cui con buona probabilità ha già usufruito, forse di recente, e di cui pregusta, si direbbe, la ripetizione a breve, con una sensualità rattenuta, che peraltro le consuetudini dei suoi tempi e del suo ambiente indurranno a interpretare in senso più nobile e raffinato, come tutto in lei del resto: dai colori cangianti della veste alla cintura dorata, dall'elaborato copricapo alla manica di damasco che spunta dall'abito grigio, con i polsini di pelliccia, mi pare, come quella che sottolinea la scollatura dell'abito, e quelle che ritornano nei bordi e nei risvolti degli abiti delle altre sante, in accordo alla moda del tempo.

Dall'incanto del suo collo torno poi alla prima damigella, alla delicatezza con cui volta la pagina e regge il manoscritto tra le mani. È solo allora che noto il panno: panno che poi ritroverò nelle due sorelle di questa coppia che occupano i pannelli laterali di un “Trittico con sacra famiglia” di un ignoto Maestro olandese realizzato nel 1520-30 circa. 

 
Le sante sono Barbara e, vedi le coincidenze, di nuovo Caterina, qui non ancora a nozze. Ciascuna nel suo bel pannello personalizzato, le due sante sono raffigurate in piedi: in quello di S. Caterina si nota come il panno sia unito, forse da piccole cuciture, alla massiccia copertina, penso di cuoio - ma allora non andavano per il sottile e le copertine le facevano anche di legno, spesso con rinforzi di metallo, e pietre incastonate, e tutto un repertorio di superfetazioni variabili quasi a ribadire che non si trattava di un tascabile e che anche il trasporto era sconsigliato: eppure vedi la leggerezza con cui queste donne all'apparenza così gracili, con quella testolina che sbuca appena da quei copricapo così voluminosi oltre che preziosi, li sorreggono! Dico all'apparenza, perché già affrontare il martirio non è affare da ochette svenevoli, ma queste due, oltre che elegantissime e con un repertorio di veli svolazzanti, gemme e froufrou che di sicuro incanterebbero un Arbasino (o avranno incantato, perché cos'è che non ha visto quel sant'uomo?) e altri amanti della passamaneria e dell'estetica esuberante, sono rappresentate anche con un che di aggressivo, e direi quasi di minaccioso (un ultraedipico come il sottoscritto direbbe quasi castratrici): Caterina con la ruota ai piedi e uno spadone in mano che impugna con nonchalance e senza sforzo, manco fosse un leggerissimo bastone da passeggio (appunto: spadone, lei...); e Barbara (che protegge dalle morti violente, ed è patrona, tra l'altro, della Marina militare italiana, dei Vigili del fuoco, dei genieri e di altre categorie a rischio come gli architetti, i montanari, gli stradini, i cantonieri, i campanari e, qualunque cosa possa significare, gli artisti sommersi, quorum ego quindi), con, al posto della prosaica palma dei martiri, una grande piuma vaporosa di qualche uccello esotico, magari proprio di un uccello del Paradiso, o di altre località del turismo oltremondano, che sembra che il librone lo abbia scritto lei in persona (e intenda continuare, perdipiù), entrambe circondate da un cospicuo numero di erbe e piantine dipinte con una tale acribia che solo la simbologia, mica il naturalismo, può giustificare, e con alle spalle, invece, paesaggi agresti che verso il fondo sfumano nel favoloso, di un azzurro che di leonardesco ha solo una vaga memoria, e per il resto, come lo sfondo del pannello centrale, sono solo protodisneyani, cosa che a qualcuno magari parrà un merito.
   
Ma dicevo del panno sotto il libro... di quel lembo di prezioso tessuto, morbido, setoso, con cui queste sante, e tanti angioletti, avvolgono quei libroni così preziosi... per proteggerli, certamente, per preservarli dalla polvere e dall'umidità, dalle macchie di unto, dalla sporcizia così dilagante in quei periodi che spesso non veniva nemmeno avvertita, o dal contatto con il terreno, come per quello ai piedi della Vergine nel pannello centrale, ma anche dal sudore che a volte imperla le dita emozionate, e perché nemmeno le loro mani delicate rischino di scalfirli... ma infine, credo, soprattutto perché il contatto con il sacro ha da essere schermato, se no, lo sappiamo tutti, anche coloro che, come me, l'hanno dimenticato, brucia.




18/12/14

Signore con giaccone di pelle nera e cappello militare



C'è questo signore sui cinquant'anni, a volte accompagnato da una donna minuta dall'aria smarrita vestita in modo dimesso, se non sciatto, di statura medio-bassa (l'uomo), molto robusto, obeso anzi, con un viso rotondo e il ventre dilatato che preme contro il giaccone di pelle nera che indossa sempre, estate e inverno, e un grosso mazzo di chiavi che pende da una catena agganciata al cinturone, un cappello dalla tesa rigida, di tipo militare, simile a quelli che piacciono tanto ai bikers o ai gay-fetish, o più modestamente agli agenti della Polnotte, ma che poi, a ben guardare, richiama o forse addirittura è uguale a quelli della Wehrmacht, o delle SS, o di qualche altro corpo nazista, almeno dallo stemma riconoscibile però solo dagli intenditori, non da me, mentre invece sono espliciti quelli cuciti sul giaccone, accompagnati da croci e spille di gruppi di estrema destra, o proprio nazisti... insomma un uomo giusto così, come tanti, a vederlo, comunissimo, elementare nel suo comportamento come nei pochi discorsi che gli ho sentito fare passandogli vicino, solo a volte un po' sovratono, nel contenuto più che nel volume... uno che ha trovato questo modo per dire che c'è, che è lui, e vi si è trovato bene, per distinguersi nel suo piccolo grigio paese, come lui invece non vuole essere, forse, anche se oltre magari non è mai andato né mai andrà, come i suoi compaesani, tutti o quasi, ma che non per questo mi suscita qualche sentimento, di compassione per esempio, o di tenerezza: meglio, o che sento, in qualche modo, simile, sodale, come pure vorrei, ma poi no, non ce la faccio, proprio non ce la faccio.

15/12/14

Stafilococchi, virus, microrganismi, piante, animali (ma non uomini)



 

Ci sono alcuni che si stupiscono (e mi rimproverano: con tutte le cose importanti di cui si può scrivere!) che insisto a parlare nelle mie storielle di alberi, cespugli, boschetti, stradine, canali e acquitrini, cigni, anatre, passeracei e persino, e più di una volta, di vermi e di lumaconi (che però, a quanto mi risulta, sono tra i preferiti di una piccola schiera di lettori un po’ fanatici che ne hanno fatto un microcult, o qualcosa del genere). Nessuno invece ha da ridire dei milioni di storie dedicate agli esseri umani. E che? Il fatto di appartenere alla stessa specie dovrebbe per forza renderli più interessanti? Io, per esempio, a volte trovo più interessante uno stafilococco dei miei vicini (di casa, di città, di stato… soprattutto di stato; sia detto senza offesa né astio: si parla solo di attrazione, di affinità; si sta solo facendo un esempio: lo sanno tutti quanto sono gentile, io…).
Così, se mi guardo attorno in questo periodo e mi limito agli umani (altri primati nella mia zona sono rari: più diffusi gli ovini e gli equini), cosa vedo? (… )
Omissis: mi affido al quinto emendamento. 
Forse è solo perché siamo nei pressi delle elezioni politiche e amministrative, che a dispetto di Aristotele non tirano fuori il meglio da nessuno; o forse sarebbe così sempre. O magari è solo perché mi hanno appena estratto due denti e ho la bocca ancora insanguinata e dolorante. Ma non credo. Invece lo stafilococco, e tutti i cocchi in genere (che già il nome mi piace, anche se preferisco il femminile: e non solo nel nome), il suo fascino ce l’ha eccome! Dico stafilococco, ma non cambierebbe se parlassi delle muffe, come quella benedetta della penicillina, o di uno di quei bei virus o microrganismi che a noi sembrano così tremendi e invece sono solo dei capolavori con altre destinazioni rispetto alle mie; anche se per alcuni, come quello di Ebola, proprio non ci arrivo a immaginare quali. Quello del raffreddore sì, invece. Esseri che la nostra specie si sogna di poter emulare, quanto a plasticità e resistenza e capacità di metamorfosi. Noi ci trasformiamo in stelle solo nei miti (quando ci va bene).
Però, insomma, con i virus alla lunga l’empatia mi viene un po’ difficile: non fa in tempo a stabilirsi, a farmi increspare la bocca in un sorriso o l’anima in una lacrima, che è già dissolta. Con altri esseri viventi i problemi sono meno. Per esempio con le piante. Con le piante riesco persino a generalizzare. Non è che mi piace questo o quell’albero, o arbusto o cespuglio o fiore… cioè sì, anche il singolo, a volte proprio quel singolo più di ogni altro, ma sono anche capace di amarne mille, centomila alla volta. Con l’ Homo sapiens sapiens (il paradosso non è mio: sta già nella denominazione) invece no. Tre o quattro sono già tanti: ci riesco, con questa specie, solo singolarmente, uno alla volta. (Qui invece il deficit è mio, lo concedo volentieri.)
Poi magari li conto, e proprio pochi non sono. Ma mentre gli voglio bene, è a uno alla volta, per qualche minuto o per molti anni, che ne voglio. Se è per poco, può capitare che siano anche dieci in mezz’ora, magari, in certi momenti estatici dalle cause ignote, ma sempre, mi pare, uno per uno.
Non so, se vivessi da qualche altra parte forse riuscirei a guardare ai miei simili in un altro modo, con una simpatia che non si raffredda in proporzione inversa alla distanza. Magari anche con gli uomini riuscirei a estenderla dal singolo al gruppo e da quello alla generalità; e all’indietro: dalla generalità al gruppo e ai singoli, all’individuo unico. Ma vivo qui, e non ci riesco.
Gli stafilococchi e i batteri mi attraggono per la loro varietà e plasticità, ma hanno un difetto, per uno pigro come me: hanno una fisionomia un po’ monotona, troppo elementare: sembrano solo bastoncini, o sferette o filini, magari pelosi, curvi, con una coda a gancio, un ricciolino, e poco più. E sono troppo piccoli, bisogna andarli a scovare, ingrandirli migliaia di volte e colorarli in qualche modo, perché dubito che un colore loro ce l’abbiano, non c’è spazio per queste raffinatezze, si chiudono nel loro corredino genetico e amen. Invece, per esempio, tutti gli animaletti che prosperano tra i nostri peli o sull’orografia dell’epidermide, come gli acari e i loro congeneri, appena ingranditi sfoggiano una varietà fisiognomica che le creature dei videogiochi e dei film di fantascienza si sognano. Pur ispirandosi a loro, ci fanno una figura barbina, lo può verificare chiunque. Però anche loro stancano abbastanza presto, come gli eccessi (quando non distruggono; ma appagano pure, a volte…); e in fondo io propendo, pencolo verso cose che un po’ mi assomigliano, o a cui posso immaginare di somigliare. Qualcosa che posso vedere in giro, ogni momento. E allora mi installo in mezzo, o nei paraggi, con gli animali e le piante.