27/09/14

Bruco oblomoviano




Stamattina, sull'asfalto, verso il margine destro, nella strada dei lumaconi, c'era un bruco. Lungo, peloso e nero, con riflessi testa di moro, luminosi. Dopo un'ora stava ancora lì. Non si era spostato di un centimetro e io quasi lo calpesto. Ho deviato il piede all'ultimo istante. Pur avendolo fotografato, mi ero dimenticato di lui, e poi non immaginavo che fosse ancora lì. Dopo un'ora, dico io! E non accennava a muoversi (era vivo, tranquilli: l'ho visto ingobbirsi, salvo restare sempre in loco). Da quanto tempo era lì? Per quanto ancora ci sarebbe rimasto (se pedoni e ciclisti lo avessero risparmiato)? Quanto vive un bruco? Facciamo sei mesi, un centicinquantesimo della vita di un uomo (e sto largo!), e lui se ne sta minimo un'ora fermo sulla strada! Roba da matti!
Vien da chiedersi com'è il tempo per gli animali. Ci pensano? La durata della vita che rapporto ha con quello che fanno? O una volta adempiuta la loro funzione, il resto (ciò che non è funzionale alla funzione) non importa? Esseri scriteriati!
 


26/09/14

Come ho smesso di fumare (Uno dei vantaggi di vivere in paese è che si sa sempre di cosa muore la gente.)



Quando ancora fumavo, cioè fino a tre giorni fa, ma persino adesso, adesso che da tre giorni ho clamorosamente smesso di fumare, anche se certi sciagurati un pochino deplorano questa mia decisione, che poi non è tale essendo dovuta a circostanze occasionali che ora non ho voglia di specificare, perché la sigaretta secondo loro sarebbe parte integrante di me, dell'immagine che loro hanno, o avevano e hanno conservato, di me, tanto che io sprovvisto dell'appendice della sigaretta sarei, sempre secondo loro, alla lettera impensabile: ciò che si tradurrebbe in una disgrazia senza rimedio, perché essere pensabile è la condizione sine qua non per essere pensato, e essere pensato lo è per essere amato, o quantomeno per suscitare un qualche affetto, e suscitare un qualche affetto, e soprattutto essere amato, è quanto di meglio uno possa desiderare, e non a caso è appunto ciò che tutti, che lo confessino o meno, maggiormente desiderano, qualunque sia la forma che questo amore poi prenda effettivamente, vale a dire nei fatti, cioè nella realtà, sia pure solo nella realtà di un'immaginazione o di un fugace pensiero, uno di quei pensieri che ti attraversano la testa come un treno o altri proiettili; quando ancora fumavo, dicevo, chiunque mi vedeva con una sigaretta in mano, vale a dire praticamente tutti quelli che mi conoscono e spesso anche qualcuno che mi incontrava per la prima volta e io manco sapevo chi cazzo fosse, e addirittura gente che mi sfiorava per un unico miserabile attimo e tuttavia non rinunciava a dire la sua, come si usa qui da noi dove la saggezza o è pubblica o non è, e quindi va condivisa, e financo imposta se incontra resistenza, chiunque, dicevo, dal primo all'ultimo, si sentiva in diritto di elencarmi, ovviamente per il mio bene, tutti i cosiddetti pericoli del fumo, a partire, con tanto di statistiche alla mano, dal famigerato tumore ai polmoni, come se io fossi un deficiente quasi altrettanto perfetto di lui; cosa che non credo che sarò mai, non foss'altro che perché io certi discorsi mi sono sempre ben guardato dal farli, né in passato, all'epoca in cui ero ancora un fumatore, quando essi mi avrebbero automaticamente marchiato come un cretino autolesionista di proporzioni colossali, ovvero un sottilissimo umorista sempre pronto al più crudele sberleffo, anche a costo di non essere capito, ammesso che tra i miei conoscenti uno in grado di capire ci fosse o ci sia o ci sarà, né che mi azzarderei a pronunciare oggi, oggi che ormai sono un ex-fumatore di lungo corso, perché pur non essendo un genio, o forse anche sì, ma qui è secondario stabilirlo, da tutte le tirate che mi sono sorbito per quarant'anni fino a tre giorni fa, e ancora oggi che hanno perso la loro principale funzione, a meno che questa non fosse di farmi uscire dai gangheri e cercare la rissa, se una cosa ho imparato è proprio di evitare come la peste certi discorsi, a maggior ragione quando toccano argomenti così delicati come i tumori, nel presente caso ai polmoni, avvalendosi di frasi fatte e statistiche pseudoscientifiche, sempre che di scientifiche ne esistano.
Ora, uno dei vantaggi di vivere in paese è che si sa sempre di cosa muore la gente: di cosa muore esattamente, e non con informazioni generiche o per classificazioni statistiche. Saperlo in tutti i dettagli, specificando le circostanze, i presupposti e gli accidenti occasionali, i fattori ereditari e le variabili individuali, nonché i fatti rilevanti, i detti memorabili e le sorprese che non mancano mai, specie quelle negative, sorprese macabre ma spesso con risvolti divertenti, almeno per gli estranei, di fatto è uno degli argomenti più comuni nelle conversazioni paesane, tanto che per colmare qualsiasi lacuna in merito non hai che da uscire di casa, o anche stare in casa e fare un colpo di telefono, o chiedere alla vicina di pianerottolo, risoluzione non troppo consigliabile tuttavia, a meno di non avere già approntato tutte le opportune contromisure, e quindi te ne puoi sbattere delle statistiche. E' sulla base di questa ormai semisecolare conoscenza diretta, o al massimo di secondo grado, che posso dire ai fumatori, tranquillamente e senza tema di essere smentito, che quelli che muoiono di tumore ai polmoni sono in realtà pochissimi, molti meno di quanto affermino le suddette statistiche ufficiali e i dottoroni dei programmi televisivi che si sa benissimo di quante menzogne siano capaci, come tutti quelli che fanno proclami in televisione specie se colpiti di recente da ictus o da meningite o simili da bambini ovvero da reiterati trapianti di capelli e eccessi cortisonici da vecchi, con tutto che da noi i fumatori sono tanti, ben al di sopra della media nazionale, presumo, che già non scherza. E non è che qui da noi l'aria sia impregnata di qualche effluvio miracoloso o che i miei compaesani abbiano una dotazione cromosomica speciale, a meno che la stupidità non sia una difesa sufficiente: è che effettivamente il numero dei tumori ai polmoni, e il numero delle morti ad essi conseguenti, sono irrisori rispetto a quello dei fumatori, anche se non vorrei essere io il primo ad accrescere né l'uno né l'altro. Ci tengo a comunicare questa banale verità perché se c'è una categoria che ha bisogno di buone notizie è quella dei fumatori, inclusi gli ex come me, perché non basta smettere per ritenersi del tutto esenti dai pericoli che una lunga convivenza con il vizio ha seminato, come insegna la vicenda del peccato originale in tutte le sue versioni, che avranno certo un buon fondamento visto che sono così tante; e questa è davvero una buona notizia, immagino, tanto più in quanto inattesa. Una notizia che consola. Per dovere di completezza, devo però aggiungere la notizia complementare, e meno succulenta, che, sia pure di qualcos'altro, anche il resto dei fumatori muore. Per tacere dei non fumatori, cioè di coloro che hanno la disdetta di morire comunque, e nelle forme più varie e talvolta, purtroppo, dolorose, senza avere mai gustato il piacere, pericolosissimo per carità, del fumo, o che magari hanno solo subito quello passivo, che è il colmo della sfiga, anche trascurando per un attimo l'anatema ancestrale sulla passività in genere. Non so quale delle due notizie è più utile come scusa per continuare a fumare o viceversa come stimolo a smettere. Secondo me vanno bene entrambe, per entrambe le decisioni. Meglio di così si muore.
Comunque sia, a tempo debito, su pressione della più insistente tra le anime in pena che si struggono d'amore per me, mi ero già sottoposto alle visite di controllo di prammatica. La più sorprendente, quella che ha consolidato, caso mai ve ne fosse bisogno, la mia testardaggine, la famosa testardaggine dei Grazioli variante estrema di quella endemica tra i bergamaschi, di persistere nel vizio (di persistere fino a quando non subentrasse una decisione contraria, ciò che è accaduto tre giorni fa, per quanto, lo ribadisco, non sia il caso di parlare di decisione), è stata la visita, privata, cioè a pagamento, dal migliore tra i pneumologi di un modernissimo ospedale dei dintorni, uno che mi era stato caldamente raccomandato, tra l'altro: bravissimo! per opinione generale, che raramente sbaglia quando c'è in ballo la pellaccia. E infatti bravissimo lo è davvero. Eppure dubito di avere mai incontrato un cretino che gli stesse alla pari. Con tutto che in questo campo la mia esperienza è piuttosto ampia, dato che frequento i miei simili. La prima e ultima volta che il famoso specialista mi ha visitato, dopo avermi auscultato in lungo e in largo, fatto le lastre del caso e sottoposto a un interrogatorio ad ampio spettro (l'immagine è voluta) a cui come al solito ho risposto con sfavillante intelligenza e umorismo, il suo verdetto è consistito nel mettere in dubbio, forse a causa proprio del mio umorismo e come temendo che lo stessi prendendo in giro, a meno che non fosse lui a prendere in giro me, che fossi un fumatore, non dico incallito, ma nemmeno di primo pelo, perché a parte una punta di catarro dovuta a una normale bronchitella di stagione, i miei polmoni, con relative dépendances e tutta la regione circumvicina, sembravano quelli di un bambino. Di un bambino in salute, beninteso. Me lo sono fatto mettere per iscritto, a scanso di equivoci, perché se aveva intenzione di fare il bischero sapesse che così ero in possesso di tutti gli elementi per una bella denuncia, di cui avrebbe se non altro beneficiato la mia signora vedova. E lui ha eseguito, in bella scrittura (calligrafia). Per festeggiare la notizia ho immediatamente estratto le sigarette dal taschino, ma prima che ne accendessi una, il luminare, fulminato da un rigurgito del giuramento ippocratico, mi ha fatto notare che eravamo in ospedale. Che aspettassi di uscire almeno!, mi ha intimato con evidente invidia. Io invece mi ero fatto l'idea, con i polmoni sani che mi ritrovavo dopo quarant'anni di fumo, che la loro chimica fosse simile a quella di un depuratore, o meglio: di una storta alchemica: entrava il fumo con tutte le sue schifezze e, dopo che tali schifezze erano state in parte neutralizzate per essere espulse come scorie indifferenti, biodegradabili, e per il resto tramutate in agenti benefici per il mio corpo, se ne usciva un alito profumatissimo dei cui effetti taumaturgici mi sembrava giusto che beneficiassero anche i poveri degenti dell'ospedale. Grosso modo quello che tutti si aspettavano da me, cioè, date certe premesse dell'infanzia più remota, che raramente ingannano. Qualora fossero ingannevoli, nessuno se ne ricorderebbe più, e non ricordandole, nessuno sarebbe ingannato.
Col mio primo medico di base, invece, era normale che si fumasse una sigaretta insieme in ambulatorio. Uno della vecchia scuola! Avevo l'età dei suoi figli, di cui ero amico, ma mi aveva preso in simpatia e mi trattava da pari a pari. Io, per non fare lo schizzinoso, glielo permettevo come se niente fosse. Le poche volte che andavo in ambulatorio, appena sbrigate le faccenduole relative alla salute mia o di qualche famigliare, mi diceva: "cià ca fömom 'na sigarèta 'n santa pas, ca ga n'ó pié i bale dè töte chi dòne ché e di sò ménade", e ci mettevamo a parlare del più e del meno: un film, una mostra, un libro, o diffondendoci in considerazioni generali sull'esistenza e i suoi corollari. E ce ne stavamo lì anche per 20 minuti o più, con le beghine che ribollivano in sala d'attesa; nessuna con problemi urgenti o seri, ovvio, se non la cotta che molte covavano da anni per lui, che di donne ne aveva ben altre, e quante voleva. Un mito già da vivo. Praticamente dimenticato, ora che da un po' è morto. Lo ricordo io a nome di tutti.
Quello di adesso invece è di un'altra pasta. Molto più molle. Lo conosco da una vita, eravamo al liceo insieme, lui un paio di classi indietro, e quindi io non mi sono mai potuto impedire di guardarlo con una certa condiscendenza, specie quando mi dà consiglio per la mia salute, come smettere di fumare. E' bravo, sia chiaro, premuroso, coscienzioso e preparato, ma cribbio, ha paura di tutto, come se ne andasse di lui! Va beh, l'ultima volta che ho provato la pressione (settimana scorsa, quando ancora ero un fumatore incallito e per nulla pentito: cosa che peraltro non sono nemmeno ora, tanto che se qualcuno insiste su questa nenia, ci metto niente a riprendere a fumare solo per smentirlo) i numeri erano perfetti: la massima 120 e la minima bassa bassa, da atleta, il che significa, come mi sono fatto spiegare fingendo di non saperlo già di mio per dare una soddisfazione al brav'uomo, che il sangue scorre senza fatica, maestoso, tra le arterie elastiche, pulite e ben lubrificate: cioè tutto il contrario di quelle dei fumatori incalliti. La circolazione quindi è buona, il sangue arriva alla periferia senza intoppi, la testa funziona per quello che può e anche la funzione erettile, per quanto non sottoposta ultimamente a cimenti assidui e particolarmente intensi, sembra non risentire troppo dei rischi che paventano i pacchetti delle sigarette, nonché le mogli o le fidanzate (escluse quelle che così hanno la scusa buona per cercare altri partner, con sicuro tornaconto della loro condizione psicofisica e talvolta anche del portafoglio, o del bilancio famigliare in senso lato, e quindi, di converso, dei loro partner abituali stessi, se non vanno troppo per il sottile e preferiscono non indagare).
L'unico a muovermi rimproveri e a delinearmi prospettive meno rosee è stato l'otorinolaringoiatra, lui davvero mio compagno di classe per un certo periodo, che si è allarmato non poco quando ha visto lo sfibramento delle mie corde vocali, che però, a mio parere, è dovuto più a 35 anni di insegnamento che ad altrettanti di fumo, come dimostra lo sfibramento similare delle corde di tanti miei ex-colleghi che in vita loro non hanno mai toccato una sigaretta, di nessun tipo, nemmeno di quelle che ora hanno scoperto che fanno bene se fumate con moderazione e in buona compagnia. Il fumo si prende tutte le colpe; il lavoro, che ne ha molte di più e di peggiori, mai neanche una. Eppure a non lavorare si starebbe molto meglio che a non fumare. Uno che fuma e non lavora, sta molto meglio di uno incatenato tutta la vita al lavoro (perdipiù, aggiungo io) senza fumare. Anche a lui, l'otorino, non ho dato molto credito: non era una cima da ragazzo, perché dovrebbe esserlo diventato da adulto? Bravo medico, come no; e simpatico; e pure un bell'uomo mannaggia a lui, con un sacco di soldi meritatissimi dal primo all'ultimo come se non bastasse; ma che si sente in dovere di fare il pistolotto secondo contratto, come se io fossi un estraneo o un cretino. Mica gliel'ho fatto notare, però: gli ho dato ragione, e ho dimenticato tutto immediatamente.
  
Così se ho smesso di fumare è stato a causa del dentista, lui pure mio amico fin da ragazzo, ma di tre anni più vecchio: una causa banalissima, come tutto ciò che mi concerne (cosa di cui ringrazio la sorte). Dovendo fare un impianto, piuttosto costoso oltretutto, il dentista, o meglio: suo figlio, dentista lui pure, mi ha aperto la gengiva e trapanato un bel pezzo di osso, e intimato, tra le altre precauzioni, di non fumare per una decina di giorni almeno per evitare rischi di infiammazioni e mandare tutto in malora. Io all'inizio gli ho chiesto se almeno tre sigarette al giorno, dopo i pasti, me le concedeva, e lui, bontà sua, mi aveva detto che era meglio di no, ma se proprio non resistevo fumassi pure: tre al massimo, meglio se fumate a metà; ma poi, quando è stato il momento, tre giorni fa, già che ci sono provo a smettere, mi sono detto. Stiamo a vedere. Non so quanto durerà. Stiamo a vedere chi è più forte, era sottinteso, per quanto a me ripugni la sottintesa logica della lotta, della prova di forza, in questo come in tutti gli altri campi. Per adesso sto vincendo io. Ci mancherebbe altro. Però un pochino nervoso lo sono. Meglio starmi alla larga, per un po'. E soprattutto niente discorsi tipo: vedi che stai meglio? ...che già non tossisci più e la pelle è più tonica? ...visto che avevo ragione? Fate così: statemi lontani per i prossimi 10 anni. E già che ci siete, anche per i 10 successivi, che motivi per essere nervoso ne troverò di certo altri, nel frattempo, e, per sicurezza, tenetevi alla larga altri 10 anni ancora. Poi, se vi va, potete venire a trovarmi al cimitero. Cercherò di trattarvi bene, ma non posso giurare che ci riuscirò.



 Didascalie
1 - Cadevano muri e anniversari, e io fumavo (Verona, 1989) 
2 - Calcinate, 2007 (foto di Mariella Bettineschi)
3 - Mantova 2007
4 - Come ero ridotto tre mesi prima di smettere (2011)

5 - Calcinate 2007 (foto di Mariella Bettineschi)

21/09/14

L'Indicatore del Sud




Per quanto le prime notizia storiche risalgano a 500 e le prime descrizioni precise a 700 anni dopo, pare che già all'epoca degli Stati Combattenti (474-221 a. C.) fosse in uso in Cina il carro denominato "Indicatore del Sud". Si trattava di un carro a due ruote il cui asse era collegato, mediante un dispositivo di ingranaggi, a un'asta verticale in cima alla quale si trovava un automa di legno che, comunque si muovesse il carro, teneva il braccio dritto in avanti ad indicare il Sud. Nell'infuriare delle battaglie, nelle piazze del mercato, tra i contadini nelle risaie, nei cortili del tempio o davanti alle finestre del palazzo, confuso tra le cose e le persone, ostinatamente, il braccio non si stancava di ricordare, a chi lo cercava come a chi vi posava per caso lo sguardo: "Ecco, da quella parte c'è il Sud..." Il Sud!

18/09/14

Il luccio




Fuori dal bar, un tizio mostra agli amici il frutto della sua pesca. Due lucci, uno di 2,6 kg, l'altro un mostro di 7 e mezzo, lungo più di un metro. 1,04 per la precisione: il pescatore ci tiene. Mentre racconta la lotta per tirarlo a riva, lo solleva per esibirne la stazza, perché tutti possano ammirarlo (il luccio o lui?) e poi lo adagia in un mastello di plastica nel bagagliaio, sopra il suo compagno. Respira ancora, muove lentamente le branchie e sembra guardarci. Sono quasi le due e è stato pescato stamattina alle nove. Cinque ore così e ancora resiste. Stremato, senza potersi muovere, senza più riuscire a aprire la bocca, a usare i suoi denti. Mi viene in mente il corpo di mio papà che ha cercato l'aria per giorni e giorni, i suoi rantoli meccanici, feroci. Chiudo gli occhi e espiro, piano. Accendo una sigaretta e mi allontano.

15/09/14

Uscendo dalla stazione



 

Le immediate adiacenze delle stazioni ferroviarie, non solo i binari morti, ma il prolungamento nel territorio circostante, specie nelle piccole città e nei paesini; i margini dove la vegetazione cresce rigogliosa, incontrollata, fino a ricoprire tutto: palizzate, recinzioni, terrapieni e ogni fazzoletto di terreno vago; i vagoni e le motrici parcheggiati su qualche binario e lasciati lì a disfarsi lentamente, sbriciolati dal tempo e dalla ruggine; le casematte sfondate, senza porte né finestre e solo residui di tetto, pannelli di eternit, tegole a chiazze che ancora resistono sulle travi spezzate delle capriate; i magazzini e i depositi vuoti, abbandonati da decenni, dai serramenti gonfi di umidità, deformati e semidivelti, con quasi tutti i vetri rotti, anche quelli più alti, irraggiungibili, non si sa perché né da chi (o basta il tempo, e così poco, a distruggere anche i vetri?); e poi le pareti di verde, quasi gallerie senza volte, che accompagnano l'uscita dalle stazioni, finché la città e le campagne si aprono, e, con essi, il cielo.