04/06/14

Una cosa



 

Voglio un’opera opaca, qualcosa in cui l’interprete-fruitore-spettatore-lettore non possa riflettersi, un’opera che se ne stia bella pacifica per conto suo, catafratta, intransitabile, che non chieda a nessuno di essere completata dal suo sguardo, dal suo senso, che non abbia bisogno di porgli domande, e si rifiuti a qualsiasi domanda anzi. Se ne sta lì, chiusa, perfetta.
Qualcosa che non suggerisca percorsi, non indichi imbocchi di strade, e nemmeno che una strada è possibile; che mi respinga non per disgusto o provocazione ma perché fa benissimo a meno di me, come di ogni altro. Le passo accanto e lei si fa i fatti suoi, non ha nemmeno lo sfizio di voltarsi dall’altra parte o di fingere indifferenza: non sa che ci sono e non le interessa che io ci sia. Non vuole sedurmi o colpirmi, non mi segnala differenze o parentele, non cerca un luogo o un tempo: uno qualunque le basta, così come l’assenza di tutti.
Non è grezza né squisita, non le serve l’ironia, e tuttavia non ostenta convinzioni o sicurezze, è normale, scontata persino: una cosa che assolutamente non conosce l’abiezione di voler essere amata e che non è opera di qualcuno che di tale abiezione ha fatto la propria regola e ragione, come le è estranea quella di voler essere riconosciuta, identificata per qualcosa che sia questo e non altro.
L’unico modo per trovarla è quello di cozzarci il naso, visto che non chiama e non è conosciuta prima: dopo aver tamponato il sangue, resterebbe solo da chiederle scusa, se potesse sentire. Ma lei non si è accorta dell’urto: canticchia da sola in un modo quasi impercettibile. Lo si è sentito soltanto quando l’orecchio l’ha sfiorata durante l’urto e nonostante il dolore, ma non si è capito cosa cantasse.
Allora si riprova, si riaccosta l’orecchio, ma ancora non si capisce. Non si può descrivere, anche se si deve tentare di farlo; e mentre si tenta si comincia a cantare.
Ho bisogno di un’opera che non abbia bisogno di me e che mi faccia cantare.
Una cosa è così. (Ma una cosa non è un’opera.)


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