30/06/14

Il dott. Freud non era in casa




Il registro dei visitatori della casa di Freud è diviso in tre colonne riservate a nome e cognome, provenienza e professione. In quest’ultima Lucio scrive ‘sfaccendato’. Leggo e rido. ‘Con Freud non si può mentire’, mi spiega. Allora guardo sopra, e poi nelle pagine precedenti. La percentuale degli italiani è altissima, quella degli austriaci nulla. Le professioni sono molto circoscritte: medici, psicologi, insegnanti e gentaglia simile. Solo un italiano, un paio di
pagine indietro, ha scritto ‘astronauta’. Io non scrivo niente, come chi si vergogna di quello che fa, o non lo sa, o pensa che è meno importante di quello che è (o tutte e tre le ipotesi contemporaneamente; ma di fatto in ordine decrescente di probabilità: 90, 9, 1%. E così sia.). Come se quello che faccio (la mia professione: è tanto semplice) non fosse solo ciò che mi permette di vivere, ma definisse in tutto e per tutto quello che sono e io, lasciando lo spazio bianco, mi ribellassi a questa identificazione pur riconoscendola per vera. E in effetti, cosa sono al di fuori di quello che faccio? La mia professione, come ogni altra forse, finisce per assorbire, o tramutare in suoi derivati, anche tutto il resto: scrittore non sono, perché non sono pagato per farlo, e viceversa non sono pagato per farlo perché non lo sono. Anche se scrivessi con maggiore continuità, continuerei a non esserlo, pur sapendo che, se lo facessi, forse mi considererei scrittore un po’ di più; ma non lo sarei comunque. D’altra parte non mi basterebbe nemmeno che gli altri mi
considerassero tale: adeguarmi al loro giudizio, notoriamente errato (quando mai qualcuno ha saputo chi è un altro, al di fuori di quello che fa in genere, o che fa per lui in particolare?), mi sembrerebbe tanto umiliante da invalidare anche la sua improbabile esattezza. So benissimo, inoltre, che è la domanda ‘chi sono?’ ad essere sbagliata; tuttavia il fatto che saperlo sia consolante nullifica (annienta e cancella) anche questa consapevolezza. La rende ridicola, e con essa tutto il resto: nient’altro che fisime. Perché cazzo non ho scritto ‘insegnante’ e non me ne sono andato spensierato, soddisfatto delle battute e osservazioni fatte fino a quel momento? E il tram, perché tarda ad arrivare? È l’effetto Bergasse, 19.
(Un brindisi Freud, e a tutti i benefattori!)
 3-8-99

24/06/14

Il barocco, la merde et moi



 
La merde est l’impensé du Baroque, sa limite non-dite. Si fanno nature morte per non parlare della merda. Piuttosto si parla della peste. La natura morta è l’esorcizzazione della puzza: si estetizza, si anestetizza, il cadavere, la putrefazione, la lordura. La natura morta è il freezer dell’estetica. Soprattutto quella barocca. E se qualcuno cerca di uscire da questo cerchio magico e di mostrarlo, vuol dire che non è ancora, o non è già più barocco: è Caravaggio, è Rembrandt. Nel Barocco invece la merda taciuta domina incontrastata, continua a salire, et à salir, finché deborda e scoppia come una fogna intasata. E allora siamo nel Rococò.
E’ evidente infatti che la forma principe del Rococò, il modello di tutti i suoi stucchi, l’oggetto trascendentale che esso non può cogliere e si sforza invano di camuffare con i suoi colorini e di non ripetere nella denegazione del suo oro, quando ogni luogo e ogni persona, dalla città alla campagna come dal nobile allo straccione, ne sono pieni, è lo stronzo. La fragilità del Rococò, persino superiore alla miseria del Barocco, ma anche quel suo versante di satura seduzione (eccessiva: vomitevole, appunto), sta proprio in questo: nell’aver negato la merda con la proliferazione dello stronzo. Di qui la sua astrattezza; l’uomo non c’è infatti: il suo modello è lo stronzo di animale, con la sua varietà di colori e di forme stratificate e attorcigliate, non la monotona cacca umana. Così la negazione graziosa sostituisce quella epica.
In fondo, però, questo non allarma nessuno: gli artisti rococò restano pur sempre dei simpatici cretinetti, gente amabile, di compagnia, cui giova persino la cipria delle sue lievi manie.
Più sgradevole e penosa la condizione dei loro correligionari barocchi, tragici, in un certo senso, come tutti i precursori del nulla (gli epigoni, come è noto, sono solo ridicoli). Come precursori poi, i barocchi erano addirittura troppo precoci, tanto che sono incappati nella peggiore delle disgrazie: non hanno conosciuto la psicanalisi. Se l’avessero conosciuta, allora sì che non si sarebbero sforzati tanto per sfuggire alla merda. Eppure è strano: riches et peintres, la merde c’est leur affaire. Ne girava tanta, allora, che nessuno, pare impossibile, la vedeva; o meglio: la profusione di merde rendeva invisibile la Merda. Così questa, per non essere fissabile, dallo sguardo e in una forma, è diventata impensabile.
La merda non ha forma: è l’informe che precede ogni forma (c’est l’informe qui devance, auquel pré-cède, toute forme). Per i barocchi, la merda è come per i fredduristi l’amore: tutti sanno che c’è, ma nessuno sa dov’è né cos’è. Difatti nessuno la può pensare fino in fondo. Come l’amore, la merda si fa soltanto.
 Quanto a me, j’aime pas la merde, moi. Je suis propre. J’suis bien élevé, moi. Y en a déjà trop qui aiment la merde, qui en ont la bouche pleine. Pas moi. J’suis poli, moi, et surtout propre (vaut mieux le redire). Ça salit, la merde, ça pue: et moi, j’aime pas ça. Ça est haïssable.
Rien de sale en moi, ni les mains ni autre chose. D’ailleurs je me lave dès que je peux. E poi (et puis) mi curo, mi premunisco: evito ogni luogo e occupazione che possano insudiciarmi, tengo sempre in tasca, in borsa, e casa e in auto profumi, deodoranti, antitraspiranti, saponi, fazzoletti disinfettanti, spugnette e spray per la bocca e tutti gli orifizi e le cavità e approfitto di ogni momento libero per usarli, anche in pubblico se occorre. (Certi orifizi e cavità in pubblico no.)
Ma a che serve? Stercorario è già il semplice contatto con gli altri e con ogni cosa. Appena metto un piede fuori casa, fendo un’aria densa e insana contro la quale a nulla servono i guanti, il berretto calcato fino alle orecchie, gli occhiali e le mascherine che cambio ogni pochi minuti, e il mondo mi avvolge soffocandomi con tutto il suo sudiciume.
Ora esco il minimo indispensabile, ho cambiato casa e dall’appartamento che avevo prima, troppo grande e ingovernabile, mi sono trasferito in un bilocale che passo tutto il giorno a pulire. Eroismo inutile, perché tutto, ogni cosa mentre ne sto pulendo un’altra o mi lavo, e più ancora io stesso anche se non faccio niente, subito riprende a sporcarsi, a traspirare, a spurgare e soprattutto a puzzare, fino a sommergermi.
Impossibile resistere. Passi per le cose, al limite estremo, ma io? Così ho deciso di eliminare le cause, siccome non riuscivo ad arginare gli effetti. Solo quelle radicali sono vere soluzioni. E quindi mi sono tagliato via le ascelle, l’incavo delle ginocchia, gli inguini, il terribile pene con le sue barbariche appendici, le natiche e l’ombelico. Ma non bastava: tutto emanava ancora puzza, la sporcizia conquistava ogni centimetro quadrato della mia epidermide (per non parlare dell’immondo brulichio sotterraneo), ogni cellula riprendeva a secernere a getto continuo, tanto che ho dovuto scorticarmi completamente, e poi amputare il naso, le orecchie e la bocca, strapparmi gli occhi, eliminare la piaga perenne dei piedi, mozzare il collo, e infine le mani.
Eppure non mi ero ancora liberato. Ancora il fondamento, la radice ultima della mia disperazione all’assoluta pulizia, mi irrideva dalla rocca della sua smaterializzata intangibilità; il niente glorioso su cui era rinchiuso, nella sua totale estraneità alla mia sorte, impersonava l’ineluttabilità della mia sconfitta. Non potevo indugiare oltre, dovevo decidermi almeno a tentare. Allora mi sono fatto coraggio e, chiamate a raccolta le poche forze residue, ho tagliato via anche il buco del culo.



appunti presi frettolosamente in macchina, credo attorno all’80 o poco dopo, mentre stavo andando a un convegno non ricordo più su cosa. A Como o da quelle parti.