31/01/14

Distanze dalla visione (Un esempio su una piastrella del bagno)


Ho appena visto su una piastrella del bagno un gruppo di persone in abiti rinascimentali, in prevalenza donne, disposte, o sedute, attorno a una tavola riccamente imbandita, con una figura regale a capotavola, accomodata dignitosissimamente su un trono sormontato da un baldacchino da cui pendevano stendardi sfrangiati che non sono stato in grado di capire se fossero ricamati o solo fatti di seta cangiante o altra stoffa screziata.
Poi, a uno sguardo più attento, ho visto che il gruppetto in semicerchio era composto di dame che ballavano in movimenti sincroni ma ciascuna con una sua gestualità raffinata, quasi astratta eppure sensuale, mentre la presunta tavola erano altre dame che si muovevano pure in un secondo semicerchio all'interno del primo,  ma in senso opposto, entrambi aperti di fronte al trono, verso il quale però una alla volta avanzava con movenze di sua invenzione, mentre il re, ora appoggiato allo schienale e con il braccio destro mollemente abbandonato sul bracciolo imbottito dal pomello mirabilmente scolpito (mi pare con una testa leonina tanto perfetta da incutere timore), faceva piccoli cenni, con la mano o nell'espressione del viso, a seconda del gradimento dello spettacolo di cui veniva omaggiato, forse segnali a qualche favorita, o al ciambellano incaricato di trovargli compagnia per la notte.
Mi sono chinato per cercare di decifrare la sua espressione. Se compassata, come supponevo, o libidinosa. L'iconografia del tempo è avara dei segni della libidine. E semmai ne riveste solo le donne, adeguatamente svestite di tutto il resto peraltro.  Ma era sparito tutto.
Non sono più stato capace di vedere niente. Come fossi diventato cieco.
O forse sono le visioni che non tollerano lo sguardo ravvicinato.

30/01/14

Aerei di notte




C’è questa mia amica che sostiene che di notte ci sono aerei che solcano il cielo in lungo e in largo, approfittando del traffico ormai intensissimo ovunque, per spargere polverine che atrofizzano o alla meglio riducono le capacità cerebrali. Ma come: più ancora di così? Sì, sì.. ancora di più.
Le polverine si confondono con il normale pulviscolo atmosferico e con l’inquinamento tipico di ogni zona, sono inodori e insapori e agiscono lentamente, provocando cambiamenti impercettibili ma col tempo devastanti. Colpiscono più o meno tutti, naturalmente in proporzione alle quantità respirate e alla loro purezza e densità, che sono relative al momento in cui vengono sparse, alla vicinanza alla fonte di emissione e, paradossalmente, alla purezza dell’aria, perché la presenza di agenti inquinanti un po’ le smorza. Per questo sono micidiali in alta montagna, dove l’aria è più pura, e sulle coste, dove il vento della sera spazza via tutti le schifezze emesse dai corpi durante il giorno e prepara l’atmosfera alle disseminazioni più incisive (cita come esempio la ventosa Liguria, notoriamente percorsa da orde di pazzi furiosi dai comportamenti fantasiosi e spesso di inaudita violenza, che siano aborigeni o disgraziati villeggianti).
La riduzione è marcata e si può riscontrare senza difficoltà su tutto il territorio nazionale (quanto all’estero, non avendo dati di prima mano, non si pronuncia), ma i più fragili e i più esposti vedono assottigliarsi le proprie capacità fino a forme quiete (o quiescenti) e apparentemente innocue di demenza, sempre compatibili con le minime necessità di sussistenza lavorativa e sociale tuttavia, che in certe circostanze favorevoli, scatenate motu proprio o provocate ad arte, esplodono in gesti immotivati quanto feroci, all’apparenza (ma solo per chi non sa) inspiegabili.
Ne è certa: lo spargimento è periodico e anzi negli ultimi tempi si è intensificato. Non vedo anch’io la gente, come si comporta?, cosa dice e pensa?, meglio: cosa le passa per la testa e ne emerge sotto forma di gesti e parole?, come reagisce a ogni minimo inconveniente?, come ogni piccola osservazione dà luogo a urla e aggressioni? E coltelli e botte e pistole e risse… e tutti quegli uomini che ogni giorno uccidono donne incontrate per caso, e amiche e madri e mogli e figli?
I più a rischio sono quelli che sono in giro di notte e di primo mattino, perché ormai il baricentro della cosiddetta vita si è spostato lì, tutti quelli che si divertono e sembra che ci riescano solo molto dopo il tramonto, e quelli che delinquono, e i tanti poveri sfruttati che a quelle ore lavorano, - che loro in fondo non ne hanno colpa ma poi senza saperlo sommano anche questo pericolo a quelli dei loro mestieri malpagati e mal protetti…
L’unica soluzione allora è di uscire il meno possibile la sera, o quantomeno di stare il meno possibile all’aria aperta; starsene buoni buoni in casa e mettere i filtri all’aria condizionata, tenere chiuse le finestre e se proprio indossare mascherine anche a letto. Per il resto, aspettare che il sole sia alto prima di uscire, sbrigare le faccende senza cincischiare, non stare troppo a chiacchierare nei luoghi pubblici e nei negozi e applicare queste norme elementari anche sui luoghi di lavoro. E infine sperare di non accorgersene quando prima o poi si sarà colpiti, in modo da continuare la vita di sempre come se niente fosse. Come stiamo già facendo ora.



27/01/14

Risate monosillabiche. (Ovvero: pianure e paure) (Ovvero ovvero: pensieri e tristezze)




Il mio amico Gildo è uno che quando riflette non scherza. E siccome riflette tutto il giorno, la sua compagnia non è delle più allegre. Interessante, quasi sempre; spesso stimolante, quando si degna ... no, quando si degna no, non è giusto: quando si decide a farti partecipe dei suoi pensieri... quando la parola è matura, appena prima che il silenzio cominci a marcire; allegra quasi mai.
Non che lui sia triste (cioè: la sua parte; che uno non sia mai triste è difficile crederlo): è che riflette. E questo lo porta a ridere poco. Solo di recente ho scoperto il nesso. Ogni tanto infatti ride pure, come folgorato dall'improvvisa emergenza del lato assurdo di qualcosa, e forse di ogni cosa, o dal lato assurdo, dài non esageriamo... incongruo... sfasato... dal punto in cui niente coincide esattamente con i propri margini, e un po' qualcosa esce, deborda, con un flòp molliccio, per spiaccicarsi chissà dove, e un altro po' ci balla dentro, come in vestiti di qualche taglia in più; e lui, colpito da questo fulmine, o quasi che il fulmine uscisse dalla sua testa, emette un tuono forte e secco, istantaneo. Una risata che nasce e muore lì, ma fa tremare le pareti. Una risata monosillabica. Subito ghigliottinata.
Non è che pensa triste: pensa serio, e sul serio. Lo ammiro per questo. Come ammiro tutti coloro che fanno qualcosa di cui non sono capace. Dicevo che il motivo di questa serietà l'ho scoperto solo qualche giorno fa. Una mattina, appena lo incontro, con l'unica cosa di cui vado veramente orgoglioso: il mio eterno candore, gli dico: "Sai Gildo, oggi ho visto per la prima volta un oleandro in un angolo da cui passo sempre. Bellissimo tra l'altro, con le foglie verde scuro e un tripudio di fiori bordeaux, così carico da virare al blu. Gli passo sempre accanto, guardo la porta dell'Istituto di suore oltre l'inferriata e il giardinetto striminzito, leggo la targa sul pilastro, ma l'oleandro non lo noto... Per uno come me che vuole sempre vedere tutto, è un colpo! Eppure è così: a tenere sempre gli occhi sgranati, l'attenzione sempre sul chivalà... a volere che niente, ma proprio niente sfugga, si finisce sempre per perdere qualcosa. Sai che scoperta... L'attenzione si fissa su qualche dettaglio e nella testa e negli occhi resta solo quello, e anche se a te sembra di non avere trascurato nulla, l'insieme sfuma e con esso mille altre cose, significative o meno non si sa. In compenso lo si scopre dopo, a puntate magari. E la sorpresa compensa lo smacco. L'altrieri, per esempio, è stata una finestra con una pianta esotica. Fiorita e colorata, nella facciata grigia."
Cioè, non è che metto in fila tutta 'sta tirata parola per parola, ma il senso è questo. Poi vado al mio tavolo, accendo il pc e dispongo carte e libri in funzione del loro ipotetico uso imminente. E cerco di riflettere. Penso a quello che ho detto, ancora appeso alla sua bava che si va assottigliando. Sorrido tra me e me. Di compassione, non di compiacimento. E' allora che sento Gildo che dal suo tavolo, oltre la porta, mi fa: "Una frase come 'io che voglio sempre vedere tutto', a me non verrebbe mai da dirla. Che tu ci creda o no, io non penso mai a me stesso. Io penso alle cose. Tu invece sei sempre lì a pensare a te stesso, a ogni parola che dici o scrivi, a ogni cosa che fai, ed è questo che ti ha sempre frenato."
Io non gli credo, non del tutto almeno, ma fingo di sì. Perché quanto a me ha solo ragione, e io gliela concedo volentieri. Entrambi abbiamo usato il famigerato pronome mica poco, però. Tralascio il breve dialogo successivo. Parenetico. Nei miei confronti, certo. Poi dalla porta non arriva più nessuna parola. Io mi rigiro negli alibi, cerco compensazioni; Gildo ha ripreso a riflettere. Lo faccio anch'io stavolta, sull'abbrivio. E penso a lui. (A lui per pensare ancora a me, ovvio.) E sì: lui pensa alle cose, alle loro implicazioni, ma soprattutto alle loro possibili relazioni. E' bravissimo in questo. Davvero molto creativo. Io penso, se il verbo non è eccessivo, dentro. Lui pensa fuori. Io rifletto quel che sono, più o meno niente (per questo rido spesso); lui quello che c'è: il mondo.
E stavolta non mi viene da ridere. Ma proprio per niente.

E' che se uno pensa il mondo ha ben poco da ridere (oppure ride quasi sempre); invece se uno ride troppo spesso, non pensa. O pensa poco. D'altronde, se ride, chi glielo fa fare di pensare? Sta già bene così. A meno che ridere non sia un modo di pensare; una forma peculiare del pensiero, oltre che il suo effetto. Qualcuno mi pare che lo ha sostenuto. Ma mentre lo sosteneva non rideva: pensava. (Ho visto le sue foto, tra parentesi: sembra uno che non ha riso mai.)

Torniamo a Gildo va'... Quando riflette, dicevo, mica scherza; non solo, ma, concentrato com'è, non guarda mai in faccia: sempre oltre, dietro, a lato, in alto. Appena appena, che se uno non fa attenzione, non se ne accorge. Oppure non guarda affatto. Non lo fa apposta. Gildo. Ha questo strano sguardo di chi pensa alle cose ma segue i suoi pensieri, senza saperlo: cioè senza sapere che, per seguirli, li sta guardando. Li segue credendo di seguire le tracce delle cose, e invece è ai pensieri, alla loro rete, che la sua riflessione è presa. Beh, mi sembra normale: se uno pensa, segue i pensieri. I suoi. Che però, in questo caso, non riguardano lui. Cioè, non è che li segue perché sono suoi; li segue perché questo, a parere di molti, è pensare: seguire i pensieri disinteressandosi a chi li pensa. Che potrebbe anche essere un altro; chiunque, anzi, secondo certe antiche dottrine; e quindi nessuno in particolare: un pensiero senza pensatore; come se fosse assoluto; di Dio. Senza pensatore, appunto.
Che, tradotto in altri termini, porterebbe a concludere: chiunque pensa senza pensarsi, crede di essere Dio. Magari senza saperlo. Non è che Dio passa il tempo a pensarsi; a dirsi: eh eh, sono Dio, io! Dio si comporta come Dio, e questo è tutto; come uno, cioè, che quando pensa, - e pensa sempre, ovvio -, pensa sul serio, mica scherza lui!, e allora ha pensieri assoluti. Che sarebbero, secondo alcuni, il mondo. Dio pensa le cose, il mondo: pensa fuori. Cioè: ammesso che il mondo, le cose, siano fuori. Fuori di Dio. (Fuori della grazia di Dio!, come diceva di essere mia mamma quando la facevo arrabbiare; che è un paradosso: perché se c'era una che non è mai uscita dalla grazia di Dio, e che anzi se Dio esiste e quindi esiste anche la sua Grazia, ebbene: mia mamma era questa Grazia.) E che non siano invece (le cose, il mondo) Dio, nel nostro pensare il suo essere fuori. Fuori di noi che, riflettendo, non possiamo non pensare, allo stesso tempo, a noi che pensiamo. Dentro. Anche se a volte non ci facciamo bada. O lo giudichiamo irrilevante, non pertinente, e che quindi possiamo fare come se, per noi, non esistesse. Mentre invece c'è eccome! Secondo me. E allora è meglio guardarlo in faccia.

Gildo invece, dicevo, quando riflette in faccia non guarda. A niente e nessuno. Mi sono dato una spiegazione, in merito (un'altra!), a parte l'ipotesi metafisica appena abbozzata che peraltro non mi sembra così peregrina (senza contare che, quando si tira in ballo Dio, il livello del discorso si alza di botto; e anche l'audience si impenna, poco ma sicuro!); è che deve aver visto, Gildo, qualcosa prima (deve sempre aver visto qualcosa prima) e si è fissato su quella. Come se la gente non gli interessasse; che è una deduzione falsa e maligna da cui mi dissocio a priori. La gente la osserva eccome!, anche se le facce, spesso, poi le guarda solo in foto. Perché lì può farlo bene, è ovvio. Con cura e senza urtare nessuno: senza che nessuno si atteggi solo per il fatto che sa di essere guardato e ci riflette sopra. Riflette a come darsi a vedere. Che è certo interessante, ma meno di quello che dà a vedere quando non sa di essere visto, o quando crede di poter determinare il modo in cui essere visto perché sa di avere davanti il fotografo e allora si illude di raggirarlo, mentre invece è sempre il fotografo, o se non lui la fotografia, a averla vinta. Una cosa simile, mi pare, alla riflessione che crede di darsi a vedere senza il proprio vedersi. E' un'ipotesi. Va presa com'è. Come tutto.

Ma poi mi dico che son tutte scuse, sofismi. Se uno si pensa, si mette al centro: mette al centro i propri bisogni, il proprio piccolo, miserabile, ridicolo io. Le sue storielle del cazzo. Con tutto il mondo che c'è oltre il naso! Le miserie! I problemi! Possibile che io sia così fatuo? così meschino? Che mi interessi a me solo per narcisismo? per un megaegoismo duro e puro come un cristallo di rocca (stavo per dire diamante...)? Eppure mi sembra che, attraverso ciò che mi colpisce e mi importa, notandolo e pensandoci su, magari esce qualcosa che può interessare anche altri, che può essere importante non solo per me. E non mi riferisco alle cose banalissime da cui sarò partito, ma ai meccanismi, alle implicazioni e sovradeterminazioni ecc. che, indagandole io nelle modalità forme e intensità con cui avranno colpito me, potranno trasferirsi, o significare o dare a vedere o acquisire un qualche interesse anche per altri. Senza scomodare Montaigne; limitandomi a vagare per le mie pianure e paure. Nelle mie depressioni.
Per fare questo però, è ovvio, devo frapporre qualcosa (un intervallo, un filtro, una distanza, un'interruzione, una mediazione) tra me e ciò che mi ha colpito, e con ciò che sto sentendo e pensando. (Tutte cose a cui devo in qualche modo pensare, e che quindi già non sono più io...) E questo mi porta a vedere molto spesso la sfasatura, l'incongruenza o il vestito troppo largo di cui parlavo prima, che è poi uno dei principali motivi per cui rido spesso anch'io, e per cui non posso ridere se non ridendo, insieme, e quasi sempre (sempre no, per fortuna), di me. Della mia sfasatura e incongruenza e dei miei abiti, mentali e materiali.
Gildo non ride di sé; e perché mai dovrebbe farlo, con tutto quello che ha da guardare, pensare e fare? L'aspetto più curioso della faccenda, è che io passo per altruista e lui per egoista. Che è una grandissima e volgare menzogna. E io lo so bene, per primo. E' generoso. Si spende, e io gli voglio bene anche per questo. (Però un po' altruista lo sono anch'io, dai! Generoso... Buono. Ci tengo.) 

 non c'entra niente, ma non è bellissima?
(e allora c'entra)

25/01/14

Matisse al Louvre






C'è questa foto di Matisse al Louvre, che sta disegnando un Kouros. Il libro del grande Hans Belting da cui la riprendo dice che è del 1946, ma quando la cerco in rete ne trovo solo una simile, scattata qualche istante prima o dopo, che però viene datata del '32. La differenza non è poca. La prima data mi aveva entusiasmato; la seconda, che a ben guardare è più ragionevole dato che il pittore è ben portante, robusto ma non appesantito, monumentale, come quando viene ripreso in studio da Cartier Bresson (anche se qui siamo nel 1952), mi ha un po' raffreddato, ma solo un po'. Il vecchio pittore (vecchio... se la foto è del '32 ha più o meno la mia età; se del '46, beh, allora ha l'età di un noto pregiudicato, e sì, sì, è vecchio: ma il paragone è blasfemo e lo rinnego immediatamente; e quindi daccapo:) il pittore, col suo pizzetto bianco, gli occhiali, un borsalino in testa, un doppiopetto slacciato completo di gilé e pochette candida nel taschino, un bastone appeso al polso sinistro, tiene in mano un taccuino sul quale sta disegnando, in piedi, la statua che gli sta di fronte. Nella foto diffusa sul web ha la testa appena inclinata in avanti, lo sguardo sul taccuino e la matita a contatto con la carta. Sull'altra, che preferisco, - a parte che l'inquadratura è più allargata e comprende il piedistallo del Kouros, le gambe del pittore e, soprattutto, la sua ombra con il blocco mano, taccuino e lembo della giacca che staccandosi dalla massa del corpo mi fanno pensare a un animale appollaiato su un ramo: nella fattispecie un gatto con la coda spenzolante (quel gattone sornione che Matisse sembra in tante sue immagini degli ultimi anni) -, la postura cambia di pochissimo, ma in modo per me decisivo. Qui infatti Matisse è colto con la matita sollevata dal taccuino e soprattutto nel momento in cui alza impercettibilmente la testa verso l'alto per guardare meglio la statua, confrontandola ciò che ha appena disegnato o sta per disegnare e con l'immagine mentale che ne aveva conservato mentre lo faceva, o che intende imprimersi prima di farlo. Il maestro la osserva, non per copiarla, ma per imparare cosa diventano le sue forme scolpite quando passano nel disegno. Come il suo strumento le trasforma e il suo tratto, la curvatura e la fluidità che ormai gli sono divenuti abituali, ne viene trasformato. Lo sguardo è attento, di sott'in su, ma quasi da pari a pari, non da subalterno.
Così vogliamo essere! Sempre con la gioia di imparare; con rispetto, e persino devozione: un po' più in basso (per il tempo, la storia, la distanza dalle origini anche quando ritornano e si approssimano di nuovo, eppure sempre intangibili...), ma non adoranti. Sempre disposti all'ammirazione; alla sorpresa, anche per ciò che già conosciamo o ci è familiare. All’incanto.