17/08/17

Voglia di essere un verme



Vedere quattro stracci di stelle, come in queste sere, è già un miracolo, qui. Ma mettiamo che uno voglia sentirsi un verme, non more solito, ma alla grande, schiacciato dall'universo, che fa? Ora che arriva in alta montagna, o in mezzo al mare (o al deserto!), gli passa la poesia. Sempre che ci sia sereno, poi. Sentirsi un verme da poveracci! Neanche un verme: un quasi verme.

21/07/17

Più basso


 1 -  inizi anni '90
 
A volte, in particolare quando sto camminando lentamente, magari mentre leggo, e mi fermo un momento a pensare, all’improvviso mi sento basso, e sento che lo divento sempre di più: la percezione dello spazio è cambiata, il suolo è più vicino, il corpo più pesante, le membra sprofondano l’una nell’altra, come a causa di una maggior densità dovuta a un’istantanea evacuazione del vuoto corporeo: le ginocchia sfiorano le caviglie, il torso si incassa nel bacino, come la testa nelle spalle, i capelli si appiattiscono e, sotto, il cervello preme contro la fronte e sulle vertebre che si incollano l’una all’altra fondendosi in un unico blocco, pur restando ogni cosa esattamente identica a come è sempre stata, così come sempre lo stesso sono io, anche se mezzo metro più lontano dal soffitto, o dal cielo. 

 
2 (21-07-2017)
Stamattina gli alberi mi sembrano più alti, giganteschi. E io ho la chiara percezione fisica di essere più piccolo, come compresso, giù, verso terra, quasi a strisciare... ma non ancora... Ancora cammino. Le zampette si muovono agili, la testa ruota di qua e di là, libera ma non vuota. Non è una brutta sensazione. Non c'è in giro nessuno, dopo il temporale. Solo qualche uccello che canta. Per il resto, silenzio, e nessuna necessità di romperlo.


11/07/17

Il primo Congresso del Sindacato dei Profeti Viventi


    

I profeti arrivano alla spicciolata. Sono quasi tutti a piedi e soli, facilmente riconoscibili dagli abiti lunghi e sgargianti nonostante la polvere che li ricopre. Sbucano a intervalli irregolari dalle viuzze che immettono sull’immensa piazza in gran parte sterrata, stanchi e accaldati; eppure tutti, anche i più anziani, hanno un portamento eretto che promana dignità.
Se qualcuno maledice i responsabili che hanno organizzato il congresso proprio nella stagione più afosa, non lo lascia trasparire. E dire che ne avrebbero tutte le ragioni, specie coloro che hanno dovuto, o voluto, compiere il lungo viaggio nel modo tradizionale, al massimo approfittando per brevi tratti di qualche dromedario o dei poveri mezzi di fortuna, un carro o una motoretta, che ha talvolta offerto spontaneamente gente di buon cuore che ignorava chi fossero. I più fortunati avrebbero potuto farsi portare dalle loro limousine o dai taxi ad aria condizionata fino all’ingresso del Grand Hotel, ma quasi tutti hanno preferito scendere qualche centinaio di metri prima e fare l’ultima parte del tragitto a piedi, in omaggio ai colleghi meno abbienti, o forse per vergogna o per dissimulata ostentazione. Li si distingue perché indossano scarpe o sandali nuovi e sono senza bagaglio, che gli autisti e i segretari stanno scaricando nel frattempo all’ingresso posteriore o direttamente dal parcheggio sotterraneo, mentre gli altri portano una sacca a tracolla che contiene tutti i loro averi e, se non sono a piedi nudi, hanno sandali consunti e un lungo bastone al quale spesso si appoggiano.
Io sono qui già da qualche giorno e, quando non accompagno il mio vecchio maestro in giro per la città, me ne sto sotto una tettoia di lamiera a distanza di voce dall’albergo, per ogni evenienza. Intanto ne approfitto per guardarmi attorno e imparare. Il mio maestro mi ha promesso che, quando saranno avviati i lavori, troverà il modo di farmi entrare ad assistere, adducendo il motivo che lui, a parte le sacre scritture che peraltro conosce a memoria, rifiuta di leggere alcunché, infischiandosene del rischio di passare per analfabeta. Inoltre ormai è quasi cieco e ha bisogno di me si può dire ogni momento, anche per cose che fino a poco tempo fa si arrangiava a sbrigare da solo. Secondo me, ultimamente è diventato un po’ pigro, con la scusa della vecchiaia; ma può anche darsi che lo faccia per ammaestrami, dato che di carattere, a suo modo di vedere, sono un po’ troppo baldanzoso e tendo spesso ad alzare la cresta. Senza contare che sono molto attratto dalle grazie femminili e mi lascio facilmente distrarre da tutto, debolezza che, proprio perché avrebbe dovuto indurre il maestro a non prendermi nemmeno in considerazione come accompagnatore, sospetto sia invece stata la ragione per cui mi ha scelto tra i tanti: da una parte come una sfida e dall’altra perché la mia curiosità lo esime dall’esercitarla lui.
Quando dico che mi ha scelto, lo intendo alla lettera, perché io a tutto pensavo meno che a intraprendere questa professione (come qualsiasi altra, del resto), talmente imprevedibile che mia madre, che Dio la benedica sempre, venutolo a sapere non la smetteva più di piangere dalla gioia (dalla gioia di avere una bocca in meno da sfamare, oltre che dal prestigio che proprio io, il più fannullone dei suoi figli, mi sia meritato, chissà come, un tale privilegio). Io me ne stavo all’ombra con gli amici a ridere dei candidati che facevano la fila davanti al sant’uomo, enumerando i propri meriti e le proprie conoscenze. A un certo momento mi deve essere scappata una battuta a voce troppo alta: è stato allora che il maestro, che in precedenza aveva fatto mostra di non accorgersi nemmeno dei nostri schiamazzi, ha levato gli occhi verso di noi e, rivolgendomi uno sguardo sornione ma benevolo, mi ha chiamato e, tra la sorpresa generale, ha detto senza possibilità di replica che ad accompagnarlo nel suo lungo viaggio sarei stato io e gli altri andassero pure in pace, con la sua benedizione.
Lì per lì, «Manco per sogno» ho detto io, ma subito un energumeno mi ha afferrato per le ascelle e mi ha trasportato come un vitello sacrificale attraverso la piazza, tra la gente che si scostava intimorita, fino al cospetto del maestro. Per la sorpresa, non ho neppure tentato di ribellarmi e, quando il bestione mi ha lasciato cadere all’improvviso, è bastato un calcetto allo stinco perché crollassi in ginocchio. Il maestro mi ha fatto cenno di alzarmi, mi ha chiesto nome e patronimico, si è informato della mia famiglia, età e studi (più o meno zero), e, dopo avere affermato solennemente che proprio me cercava, si è fatto guidare accompagnato da mia madre (essendo mio padre scomparso, sempre alla lettera, ancora prima della mia nascita, al pari dei padri dei miei altri fratelli) per chiederle formalmente il permesso di portarmi con sé (come se ce ne fosse bisogno).
Quando mia madre lo ha visto venire verso la nostra capanna in mia compagnia, seguito da un imponente corteo che comprendeva tutti gli abitanti del villaggio, nessuno escluso (con le sue comari più perfide in prima fila), e in aggiunta parecchi forestieri, gli è corsa incontro e si è gettata ai suoi piedi, chiedendo perdono di qualsiasi cosa potessi aver combinato. Perché sarei un bravo ragazzo, in fondo. Quando è venuta a sapere che ero stato prescelto come accompagnatore (né servo né discepolo, o entrambi: tanto è lo stesso), è quasi svenuta e ha coperto di lacrime e di saliva i piedi sudici e callosi del profeta, che prima, credo, avrebbe al massimo sfiorato con le labbra per puro rispetto. “Che schifo!”, ho pensato, e mi sono messo a ridacchiare. È così che mi sono preso il mio primo scapaccione.
Ma lasciamo perdere, perché se comincio a raccontare di tutti gli scapaccioni non finisco più. Dovrei raccontare dei lunghi mesi di cammino, dei luoghi che abbiamo visto, delle persone che ci hanno accolto o osteggiato, e persino di quelli che ci hanno deriso suscitando da parte mia reazioni rabbiose che solo un ennesimo scapaccione era in grado di spegnere. Sono stati i rischi per la mia incolumità scatenati da queste reazioni che ci hanno costretto a accelerare il cammino, mentre invece proprio presso i più ostili avrebbe voluto soffermarsi più a lungo il mio maestro, sa solo lui il perché. Così siamo arrivati in città con largo anticipo, per la gioia del sottoscritto che un luogo del genere non solo non lo aveva mai visto, ma nemmeno nelle fantasie era mai riuscito a immaginarlo con qualche approssimazione.


Non avevamo ancora messo piede tra le baracche della periferia che il mio maestro aveva già incominciato a parlare con tutti quelli che incrociavamo. Lui non predica: rivolge la parola al primo che passa e, dopo un po’, ad ascoltarlo, cioè a parlare con lui, si forma sempre un capannello che cresce via via, con gente che si ferma ai margini per sapere cosa succede e poi spinge per vedere di persona e partecipare direttamente alla discussione, o solo per toccare gli abiti del maestro.
La tecnica è tanto semplice da capire (se ci sono riuscito io…) quanto difficile da applicare: il volpone si limita a chiedere alla gente come sta e come vanno le cose, dov’è il mercato e se c’è modo di guadagnare qualcosa per un giovane robusto (il sottoscritto), evitando di mostrarsi troppo impiccione. Visto che non si vuole fare i fatti loro, tutti rispondono con piacere, perché una parola a un vecchio viandante non si nega mai, specie se dall’aspetto insieme ascetico e bonario come il suo, e, poiché lui ascolta con attenzione e ride a tutte le sciocchezze che gli raccontano, prima o poi tutti si lasciano andare e scodellano i fatti loro di propria iniziativa.
Cominciano col vantarsi di quanto sono bravi e fortunati ma non ci vuole molto prima che affiorino le magagne nascoste, a partire dalle malefatte del governo (per tastare il terreno andando sul sicuro), per poi passare ai problemi del villaggio e del proprio clan (che importano già di più), giù giù fino a ciò che veramente è essenziale e imprescindibile, cioè alla sfera personale, a tutti i disastri che non risparmiano nessuno (se c’è una giustizia). Il maestro si appoggia al bastone e si limita a fare cenni con il capo, mostrando comprensione per tutto e per tutti (e non per finta, questo è il bello); segue ogni piega dei discorsi senza intervenire se non per sollecitare qualche spiegazione o dettaglio supplementare, cosa che non manca di stupire favorevolmente l’oratore; quando si arriva alla domanda: « Tu cosa avresti fatto al mio posto? non ti saresti comportato così anche tu?», che è un passaggio obbligato in questo genere di discorsi, si schernisce fino a che evitare di rispondere non rischia di apparire sgarbato.
Allora riformula i problemi come a verificare se ha ben capito, anche se nel farlo comincia già a spostare la prospettiva e a metterli in una luce diversa da quella in cui gli erano stati presentati, e quando gli rispondono che le cose stanno proprio così (è un drago!), accenna qualche ipotesi con grande delicatezza e in tono dubitativo, senza affermare niente in tono reciso, così che non sono pochi quelli che poi continuano a interrogarlo, o a rispondere alle sue risposte. e a benvolergli. All’ora di cena, c’è sempre chi gli chiede di fargli l’onore di essere suo ospite per tutto il tempo che vorrà (è un doppio drago! un drago al quadrato!).
Anche qui, come suo solito, il mio maestro accetta soltanto l’offerta di un po’ di cibo e di un tetto per la notte, cambiando cortile quasi ogni sera per non offendere nessuno e non creare invidie. Ci sono state anche proposte allettanti di persone ricche, poche per la verità, che mettevano a completa disposizione casa, giardino e servitù (e alcuni anche la piscina!) per tutto il tempo della sua permanenza, ma in genere il maestro le declinava, eccetto in un paio di occasioni di fronte a insistenze tali che rifiutare sarebbe stato interpretato come un aperto oltraggio, comunque sempre per una sola notte, sufficiente perché l’ospite si sentisse onorato e potesse poi concedergli di andare altrove sfoggiando illuminata magnanimità (e con sollievo da parte di mogli e amanti schizzinose).
A me da un lato questa consuetudine non dispiace, perché mi dà modo di conoscere gente sempre nuova, ma dall’altro la trovo irritante, specie quando nel cortile abitano ragazze o donne giovani (ma talvolta anche non giovani) ai cui occhi, certo di riflesso, non manco di suscitare varie forme di interesse, spesso coincidenti con quelle che loro suscitano in me. (E questa, sia detto per inciso, è forse la fonte di rimproveri, e di scappellotti, più frequente da parte del maestro, ma io non lo sto molto ad ascoltare, perché mi sembra che, dietro le parole e gli sguardi truci che ricevo, ci sia anche un fondo di benevolo compiacimento, se non proprio di complicità, che mi fa pensare che, se mi comportassi diversamente, forse lo deluderei più di quanto non faccia eludendo le sue prescrizioni, o, meglio, le sue indicazioni, poiché di prescrizioni non ne dà a nessuno; che è una delle ragioni per cui piace tanto a quasi tutti, e di sicuro a me. E poi, non per fare il maligno, ma mi sa che ai suoi bei tempi la cavallina non si è negato di saltarla nemmeno lui; e anche adesso l’espressione sul viso di certe donne all’uscita dai colloqui privati che gli hanno richiesto e che lui benevolmente non nega mai, qualche sospettuccio me lo fa nascere anche controvoglia… perché vecchio, è vecchio, ma, se devo giudicare dal passo vigoroso che prende quando ha fretta, forse è meno malconcio di quanto si direbbe a prima vista.)
Mentre noi esploravamo la periferia, altri profeti setacciavano il resto della città, ricchissima di ogni merce e soprattutto di sfaccendati, ma, non essendosi spartiti preventivamente il territorio di caccia, ogni tanto accadeva che più d’uno si trovasse contemporaneamente nella stessa zona o in angoli diversi dello stesso mercato o spiazzo, dove i più organizzati facevano allestire dei piccoli palchi ricoperti di stuoie per dare ombra, arredati di sontuosi sgabelli o poltrone e persino, i più ricchi, con tanto di microfoni e altoparlanti alimentati a batteria. Così spesso le voci si sovrapponevano, i discorsi si intrecciavano e si confondevano, e i profeti non potevano evitare di rispondere direttamente o meno alle affermazioni altrui, magari approfittandone per provocarsi a vicenda.
Era inevitabile che alcuni astanti trovassero irriguardose le prevaricazioni dei più rumorosi e ne fossero non poco irritati, ma la maggior parte, abituata alla promicuità dei grandi mercati, non vi faceva caso e ne approfittava per seguirli tutti, a turno o addirittura contemporaneamente, per fare poi i confronti. I più maligni (gli immancabili scafati prodotti dalle metropoli o i provocatori intenzionali) ne approfittavano per mettere zizzania tra i monogami, suscitando discussioni che poi coinvolgevano quelli degli altri gruppi che già tendevano a guardarsi in cagnesco l’un l’altro, e che in qualche occasione degeneravano in risse. In genere bastava l’intervento diretto dei profeti a sedarle, ma talvolta è stato necessario l’intervento delle forze dell’ordine, peraltro già presenti, mimetizzate, tra la folla.
Un giorno, mentre eravamo di passaggio, ci siamo finiti in mezzo anche noi, e così ho potuto godere della bella opportunità di assaggiare anch’io qualche manganellata nel tentativo di sottrarre alla ressa il mio maestro, che invece, fosse dipeso da lui, non si sarebbe mosso di un centimetro da dove se ne stava impalato e poi sarebbe rimasto impavido a godere lo spettacolo, per di più sorridendo. (A volte mi sembra che gli manchi qualche rotella.)


Quando il congresso ha cominciato a muovere i primi passi, ci siamo trasferiti, per gran parte del giorno, io sotto le tettoie ai margini della piazza e lui al fresco dell’aria condizionata dell’hotel. I lavori preliminari erano dedicati alla definizione del vero profeta e ai metodi per accertare senza ombra di dubbio chi lo è, e conseguentemente per smascherare i falsi profeti, con tutti i corollari che ne discendono. Il problema non è solo teorico: da quando è stato fondato il sindacato, le richieste di iscrizione da ogni parte del mondo si sono infittite e molti sono venuti al congresso non invitati. Non solo si sono installati a proprie spese occupando alcune delle camere migliori dell’hotel, ma si sono anche intrufolati nei vari seminari, iscrivendosi a parlare con una faccia tosta inaudita e intervenendo spesso nei dibattiti con una saccenteria che da sola basterebbe a smascherarli. Pontificano a destra e a manca, criticano senza il minimo rispetto quelli che loro chiamano colleghi e, non appena vedono uno con un taccuino o un registratore in mano, lo rincorrono per farsi intervistare, per tacere di quando spunta una telecamera, fosse pure quella di un amatore, perché allora non di rado finisce che si mettono le mani addosso tra di loro e con i vari tirapiedi per accaparrarsela. Così  al problema di separare i veri dai falsi profeti si è aggiunto quello di individuare gli abusivi. D’altra parte nessuno può impedire che si aggirino nell’atrio o per l’hotel, dal momento che hanno sborsato fior di moneta pregiata per alloggiarvi.
Del resto, anche tra i profeti accreditati confluiti da tutto il continente non mancano i sapientoni che hanno studiato in America o in qualche posto equivalente e che sono venuti con la ferma intenzione di farsi qualche risata alle nostre spalle, come chi ha già capito tutto e non si tira indietro quando trova lo spunto per spiegartelo, con paterna bonomia. Nelle mie lunghe ore ai margini della piazza, o quando ho potuto sostare nell’atrio dell’hotel, ho avuto spesso occasione di origliare i discorsi che facevano tra di loro, e devo dire che ho imparato molto. Alla fine saranno anche trucchetti banali, ma possono sempre venire utili, sia per usarli sia per difendersene; tanto più a un sempliciotto come me, che vengo dalla campagna e del mondo comincio a farmi un’idea solo adesso, e con fatica.
Ma per tornare ai lavori del congresso, la confusione suscitata da abusivi e intrallazzatori ha avuto l’effetto indesiderato di complicare le problematiche già nella sessione preliminare e questo ha indotto i relatori a perdersi in sottigliezze impreviste, per non dire inutili.
Cito a caso dalle indiscrezioni raccolte sulla piazza e dai rari commenti del mio maestro: Sentire le voci è un requisito sufficiente o solo necessario (la questione, lo ricordo, è come definire e riconoscere il vero profeta)? e avere una propria dottrina? I miracoli fanno parte del corredo o sono facoltativi? Come aiutare anche il profano a distinguere il profeta dal predicatore? E come impedire che i preti, al solito, rovinino tutto? I preti, inoltre, sono indispensabili? Che cosa è successo ai profeti che hanno esplicitamente dichiarato che se ne può fare a meno? Non sarebbe meglio vietarli drasticamente e condannare a priori chiunque pretenda di essere un portavoce privilegiato, o anche assurga a tale ruolo su elezione altrui, fosse pure da parte dei fedeli in virtù della sua santità? E poi: i libri sacri sono utili, in quanto definiscono una volta per tutte la dottrina, o dannosi, poiché prima o poi la irrigidiscono e danno origine al flagello dell’ortodossia? E ai riti, quale funzione attribuire? Sono proprio essenziali? E se lo sono, come impedire che i celebranti, o alcuni di essi, prima o poi diventino preti e aprano la strada alle gerarchie e a tutte le perversioni che ne conseguono?
Ogni questione ne suscita innumerevoli altre e tutto lascia prevedere, anche a chi non è profeta, che i lavori si protrarranno molto a lungo e probabilmente si dovranno aggiornare i meno urgenti al prossimo congresso, se mai ci sarà. Tutte cose, sia detto senza offesa, che interessano la mia beata giovinezza quanto il sistema digestivo delle giraffe e che, con mia grande sorpresa, ancor meno interessano al mio maestro, che ha assistito alle prime giornate dei lavori quel tanto da farsi una sommaria idea dei problemi e poi è uscito a liberarmi dal solleone della piazza, in compagnia di un paio di colleghi che avevano deciso che era meglio andare a zonzo per la metropoli a racimolare proseliti (gente destinata a farne poca di strada, però, a mio modesto parere).
Al mio maestro, invece, l’idea stessa di far proseliti appare ripugnante. Lui è un profeta fatto così, che i proseliti li vede come il fumo negli occhi. Se qualcuno è contento di essergli amico, buon per lui, ma se l’amicizia si trasforma in devozione caccia i malcapitati con parole brusche, mentre li congeda con affetto, senza negare le benedizioni richieste (che peraltro farfuglia sottovoce, in una cantilena ipnotica), quando sono loro a uscirsene imbarazzati che è giunta l’ora di andarsene. «Sì, sì, andate, che a casa vi aspettano», dice allora senza ironia. «Andate, vi benedico»: e via con la sua  nenia incomprensibile.
Per questo, quando lo chiamo il mio maestro so di usare una denominazione impropria (d’altra parte, chiamarlo il mio profeta sarebbe ancora peggio e lui sarebbe il primo a riderne se lo facessi; e a rifilarmi l’ennesimo scapaccione). Lui non mi ha mai insegnato niente, almeno in via diretta, a parte l’eccezione che dirò tra poco: anche a me si rivolge solo con domande, e in genere si limita a chiedermi di raccontargli delle mie esplorazioni negli insediamenti che sorgono lungo la strada o di qualsiasi cosa mi capita sotto gli occhi e che poi non resisto ad andare a vedere. Lo fa soprattutto perché la mia ignoranza mi porta a interpretare le cose in un modo che lui trovava divertente, e poi perché quello che non vedo lo invento e su quello che non conosco ricamo le fantasie più stupide che lo fanno sempre ridere: e io sospetto che persiste a tenermi con sé proprio per questo, perché gli piace ridere e è sempre di buon umore anche nei frangenti più gravi, che ovviamente affronta come richiedono, ma con il buonumore sempre in sottofondo. Quando a sera gli faccio il resoconto della mia giornata e dei discorsi origliati, ride a crepapelle. Così rido anch’io. Non so perché: in fin dei conti le cose che riferisco mi sembrano sensate, ma rido lo stesso. Il mio insegnamento è questo, mi dice lui allora. (Sai che sforzo, penso io.)
Forse è per questi motivi, perché non alza mai la voce e non ambisce, non dico a una posizione importante, centrale, ma proprio a nessuna posizione, che al congresso, tra tanti che dirigono seminari, tengono relazioni o sono iscritti a parlare, lui risulta solo nell’elenco dei presenti a qualche dibattito secondario, ai quali è pressoché certo che non interverrà. E sì che, da quel che ho capito, gode di buona nomea tra i suoi colleghi e sono in molti quelli che vengono, di nascosto, a consultarlo e che gli vogliono bene, ma forse è proprio perché non invade il loro campo e se ne sta ai margini di sua spontanea volontà, buono buono. Quando lo confronto a certi tromboni che qui vanno per la maggiore, sempre seguiti da un codazzo di seguaci, servitori, giornalisti e belle donne, mi viene una rabbia che non riesco a tenere la bocca chiusa, mi metto a sputare veleno a destra e a manca, e a volte gli rinfaccio perfino la sua arrendevolezza, la sua scarsa ambizione. «Sta’ zitto, stupido», mi dice, e mi rifila ridendo l’ennesimo scapaccione. Io la maggior parte li potrei evitare, perché in merito ho ormai sviluppato una mia preveggenza, ma lascio che giungano sempre a segno. Se me li dà, ci sarà una ragione. E poi mica mi fanno male, e a lui magari fanno del bene, perché così si scarica, penso. (Sbagliando: perché di cosa dovrebbe mai scaricarsi, uno che è sempre così tranquillo?)


Anche se non ha niente da spartirci, gli organizzatori hanno inserito il mio maestro, senza che lui avesse niente da ridire (figuriamoci!), nel gruppo dei profeti minori, profeti occasionali, sporadici, dall’azione scostante, di raggio limitato e efficacia circoscritta, o addirittura profeti domestici, che passano la maggior parte del tempo “in sonno”, alcuni dedicandosi alle loro modeste attività come tutti gli altri compaesani e che poi, non si sa come né perché, si risvegliano all’improvviso, profferiscono verità incontrovertibili e immediatamente rientrano nei ranghi. Sono in genere uomini timidi, che arrossiscono se qualche turista vuole fotografarli, specializzati in profezie minime e spesso inutili, ma non per questo meno vere, profezie che si avvolgono su se stesse formando eleganti spirali, castelli di visioni dettagliate fino all’ultimo mattone, con le condutture dell’acqua e le prese del telefono in ogni stanza, teoremi fulminei di futuri ineluttabili eppure, con un po’ di buona volontà, certissimamente rettificabili.
Molti di loro non reggono il ritmo delle relazioni e spesso non le capiscono nemmeno, per cui, fingendo necessità corporali o visite di parenti, abbandonano di soppiatto le sale delle riunioni e vengono sulla piazza, dove si fermano a discutere del tempo o di sport, o perlustrano le bancarelle per ammirare le merci esposte confrontando i prezzi prima di acquistare qualche regalino da portare a casa. Io a volte li seguo e mi metto a chiacchierare con loro, senza dire chi è il mio maestro, perché altrimenti cominciano a balbettare e a guardarmi con un rispetto piuttosto comico, chinano i loro testoni verso terra e mi pregano di porgergli i loro omaggi prima di allontanarsi con qualche passo all’indietro, lasciandomi allibito. La voce si è sparsa, ma per fortuna gli ignari restano tanti, di modo che qualcuno con cui scambiare due parole lo trovo sempre.
Di tempo ne ho in abbondanza e spesso non so come buttarlo via. Per quanto sia grande, della piazza ormai conosco anche i granelli di polvere, mentre le chiacchiere sono inesauribili, e se gli argomenti non sono infiniti, è diversa la gente e il modo in cui ne tratta. Questi profeti inferiori sono spesso simpatici, se presi nel giusto modo, cioè come persone comuni quali di fatto sono, e anche loro non vedono l’ora di parlare del più e del meno senza troppe pretese; ma il bello è che proprio allora nei loro discorsi fioriscono profezie involontarie, osservazioni meravigliose gettate lì come se niente fosse e di cui nemmeno si accorgono, perché per loro sono scontate. A causa del contesto banale di solito a esse non fa molto caso neanche chi ascolta, ma poi gli esplodono nella testa come schioppettate al momento opportuno, senza che si ricordi la loro origine. Io ormai ho l’orecchio esercitato e le colgo al volo, le avvolgo una per una in un sacchettino e le deposito con cura nella sporta della mia memoria, perché prima o poi sono certo che mi verranno buone. E già da ora, comunque, mi accorgo di guardare le cose in modo diverso, che è sempre un bel piacere per uno che ne ha pochi di altri.
Così passo i giorni. Poi, la scorsa settimana, il Comitato di direzione ha deciso di affidare le questioni preliminari a una sottocommissione e di dedicarsi agli altri argomenti di discussione, perché altrimenti si rischiava che scadessero le prenotazioni e che molti prosciugassero i risparmi (anche se i più ricchi sarebbero disposti a mettere mano alle loro tasche) prima di riuscire a concludere almeno le questioni più urgenti.
Il problema dei profeti è che sono individualisti sfrenati, ancor più dei dittatori. Si è mai sentito di profeti che profetavano in gruppo, o anche solo in coppia? I famosi profeti Tizio e Caio sono sbarcati a Samarcanda! I profeti Harpo, Groucho e Benno tuonano dal colle del Quirinale sulla città eterna! Figuriamoci! I tiranni quanto meno si sposano, si assicurano una prole che ne prenda il posto, hanno amanti, collaboratori, bracci destri, tutto un clan da rimpinzare, intere tribù da favorire. I profeti, invece, niente. Anche i discepoli prediletti, quando i profeti si degnano di averne uno, sono solo dei seguaci di prima scelta, al massimo dei portaparola con certificato di garanzia, ma nessuno di essi riceverà mai il testimone del vaticinio irrefutabile e della parola vera. Semplici uomini, solo un po’ meglio degli altri. Ma mica tanto. Infatti anche gli eletti qualche stupidaggine prima o poi la combinano.
Quindi è già un miracolo che i profeti attuali siano riusciti a mettere in piedi un sindacato. Un segno del progresso se ce n’è uno. Il sindacato, oltretutto, si sta ampliando a macchia d’olio, come una specie di Onu dello spirito. Tuttavia, poiché è impossibile pensare che siano capaci di rinunciare al loro individualismo, non si vede come il sindacato possa funzionare al di là delle rivendicazioni di bassa lega o tutt’al più degli accordi e delle strategie generiche riguardo a spartizioni di competenze e di territorio, parole d’ordine di massima o scambi di esperienze limitati a  aspetti superficiali e di sicuro non ai segreti del mestiere, che nessuno è così fesso da spifferare ai quattro venti.
A meno che, come hanno avanzato i soliti maligni, sotto non ci sia un disegno egemonico da parte di qualcuno dei più potenti, dell’aristocrazia dei profeti, che intenderebbero sbarazzarsi dei concorrenti più temibili e ridurre al silenzio o asservire con qualche carica o contentino la ciurmaglia dei profetucoli di provincia, in attesa di fare i conti tra di loro.

Il mio maestro se la ride di queste teorie e non crede che in ogni caso sarebbe un progetto realizzabile, perché, dice, il vero profeta è un animale solitario, che se talvolta ama circondarsi di seguaci e discepoli, si tiene ben lontano dagli altri della sua specie, con i quali persino dividere il territorio gli riesce difficile, a meno che non si tratti di predatori molto specializzati, il che raramente accade. «Ma appunto per questo» ribatto io; la fame vien mangiando, e se non sono loro a coltivare queste ambizioni, saranno i seguaci, che devono essere nutriti e nutrire le loro famiglie, e è noto che i discepoli prima o poi si sganciano e si mettono in proprio, si fanno profeti pure loro, veri o falsi che siano, e se sono falsi è ancora peggio, perché loro sanno di esserlo e faranno di tutto perché gli altri non se ne accorgano e tenderanno di conseguenza a monopolizzare l’attenzione e il potere eccetera eccetera. (Più mi sento intelligente, più propendo a straparlare.) Al che il mio maestro dice che i falsi profeti si smascherano da soli e non è il caso di perdere tempo con loro. «Nondimeno...», tento di ribadire io; ma non riesco a continuare perché mi arriva l’ineluttabile scapaccione. «Nondimeno!» dice ridendo. «Dove hai imparato queste espressioni, cretino?»
Intanto, grazie alle apparizioni televisive dei profeti più famosi e al battage porta a porta dei loro seguaci, in città, e anche fuori a quanto mi dicono, si stanno formando sette sempre più numerose di fanatici. A seconda dei quartieri e dei villaggi, si organizzano comitati di preghiera o di vigilanza: in alcuni si respira un’aria di esaltante misticismo, è tutto un fiorire di canti e di opere di carità, la gente appare più leggera, cammina sfiorando il suolo come se avesse sotto i piedi un sottilissimo e invisibile cuscinetto d’aria, si abbraccia castamente per le strade, attende serena un evento prodigioso (o tutta una serie, i più ottimisti); in altri, invece, si insinua un atteggiamento più aggressivo, sui canti prevalgono le penitenze, il digiuno e l’autoflagellazione, l’apostolato si manifesta con le buone o con le cattive, gli intrusi vengono cacciati e i refrattari emarginati quando non apertamente perseguitati, e c’è il timore che, una volta ripulita la zona, qualcuno voglia passare a quelle limitrofe, che di solito operano con gli stessi metodi.
Quelli che fanno più proseliti, ovviamente, sono i profeti di sventura, gli affrescatori di apocalissi, che oltretutto sono i più avvezzi alle moderne tecnologie e sanno sempre come comportarsi davanti a un microfono o a una telecamera per amplificare il loro messaggio, già spettacolare di per sé. Non a caso il seminario più seguito, quello che gode di maggiore risonanza, è proprio il loro, intitolato appunto “L’apocalisse e il suo futuro”, la cui attesa è stata accresciuta dal forzato rinvio di un paio di giorni perché il direttore dei lavori è stato vittima di un incidente imprevisto. Per quanto le autorità, non ignare di ciò che con buone probabilità sarebbe accaduto (ma al contempo decise a non rinunciare a tutti i vantaggi economici e di immagine che la loro povera e giovane democrazia potrebbe guadagnare da un evento di questa portata), abbiano preparato le opportune contromisure e regolamentato lo spazio concesso a ciascun profeta, invitando sottobanco i commentatori a privilegiare i più miti, non hanno fatto i conti, però, né con la proverbiale capacità di incendiare gli animi di questi superprofeti a cui basta niente per trascinare anche i fedeli più distratti, né con la perfetta organizzazione di cui di solito dispongono, radio e televisioni personali, seguaci agguerriti, impatto pubblicitario, notorietà presso gli spettatori dei talkshow delle televisioni commerciali e via dicendo.
Ma sarebbe bastata la concentrazione di tutto questo po’ po’ di magnetismo profetico a far saltare ogni calcolo preventivo. La prima cosa che mi ha colpito, appena giunto in città, io che non c’ero mai stato e ho così poca esperienza, è stato il forsennato attrarsi e respingersi senza un perché della gente, tutti che si ammassano e si allontanano, si rinchiudono, escono, si accalcano e poi si fanno spazio in ogni modo - e lo spazio non c’è. E di profeti in giro ancora non se ne vedevano! Adesso, anche in questa piazza immensa non trovi più un buco dove rannicchiarti in santa pace senza sentire questo alone di forze contrastanti, una specie di elettricità che si accumula nei corpi, a partire dalle piante dei piedi, per sprigionarsi al minimo contatto, ma che, invece di fartelo rifuggire, è come se ti calamitasse e ti costringesse a cercarlo anche controvoglia.
Per scaricarla, tolgo i sandali, e quando sono seduto tengo i palmi ben premuti per terra: all’ombra, perché altrimenti mi ustiono, col sole che c’è. Nondimeno resto spesso intontito, con idee che si agitano disordinate e furiose nella mia testa prima di trasmettersi al corpo: le tensioni contrapposte gli impediscono di stare fermo, inducendo le membra a muoversi meccanicamente, come se fossero quelle disarticolate di una marionetta governata da più burattinai intenti a rappresentare storie che non hanno nulla a che fare l’una con l’altra. Mi verrebbe da ridere, se non fossi spaventato. E come me vedo tanti altri poveracci, altrettanto storditi, che sembrano percorsi da scosse incontrollabili e si urtano e poi si discostano di scatto e si allontanano per stare isolati o viceversa per riunirsi in gruppi compatti, in addensamenti collosi, dai quali lanciano attorno sguardi insieme euforici e angosciati.
Si tratta perlopiù di miserabili pronti a gettarsi su qualsiasi fola gli consenta di evadere dalla loro condizione, o quantomeno di dimenticarla per qualche ora, ma proprio per questo facilmente eccitabili, magari manovrabili all’inizio, ma difficilmente governabili una volta scatenati. Come è possibile allora che le autorità abbiano trascurato la loro suscettibilità, la disponibilità alla violenza che sono pronti ad accogliere, da un momento all’altro, come una vocazione fino ad allora ignorata? Lo sanno anche i bambini che l’attesa della fine, di quella di tutti, dal primo all’ultimo, una volta tanto senza eccezioni, è la miccia più facile da innescare, quella che non delude mai.
La fine dispone di un fascino infallibile, sprigiona una melodia che incanta, che ti scioglie da tutto e da tutti, per primo da te stesso, e in un modo o nell’altro ti libera. In prossimità della fine tutto è permesso, e quindi tutti, a cominciare dai parassiti e dalla gentaglia senza scrupoli che costituiscono il resto degli abitanti della città, vi si gettano a capofitto. Se c’è un’occasione di far baldoria o di raccattare qualcosa, quelli si ammazzerebbero pur di non farsela sfuggire. Ci sguazzano, loro. È il loro brodo. A meno che le autorità non abbiano previsto anche questo, nella speranza che proprio nella confusione quanti più possibile si tolgano di mezzo a vicenda, senza doversi sporcare le mani loro in prima persona, e altri si decidano a tornare nelle regioni di provenienza alla ricerca se non altro di tranquillità, ammesso che i disordini non raggiungano anche quelle. (Ma meglio ancora, in tal caso!)
Comunque sia, i più solleciti ad andarsene sono stati proprio alcuni profeti delle zone di confine e altri minori (come certi profeti individuali, che sono in grado di prevedere solo pochi eventi specifici e solo per una specifica persona alla volta, con la precisione e l’infallibilità dei cecchini però), e io stesso da qualche giorno sono meno propenso al vagabondaggio e mi muovo più circospetto, senza sbandierare chi è il mio maestro ogni volta che ne intravedo il vantaggio (ma a lui non lo dico, come gli tacevo prima le mie vanterie). La sera lui si ostina a non fermarsi a dormire in hotel, nonostante lo abbiano invitato a più riprese (adesso ci sono molte camere libere già pagate) e attraversare la città per raggiungere i quartieri dove siamo più conosciuti sia diventata un’avventura.


È vero che l’immagine del mio maestro non è mai comparsa in nessun servizio televisivo o giornalistico, come se avesse la facoltà di diventare invisibile ogni volta che si accende una telecamera o viene scattata una foto (l’ho visto con i miei occhi partecipare serafico a foto di gruppo nelle quali poi non figurava mai, e devo dire che la cosa un po’ mi spaventa), nondimeno è sempre possibile incappare in qualche sfegatato che lo conosce o lo ha visto parlare in mezzo a uno dei capannelli che gli fioriscono attorno non appena si ferma un attimo da qualche parte, che ci aizzi contro i suoi compari bramosi di farci a pezzi. Eppure, come con le foto, non è mai capitato che fosse riconosciuto. «Cos’hai da agitarti, cretinetti?», mi dice con l’accompagnamento del rituale scapaccione. «Dài, raccontami quello che è successo oggi, e sta’ tranquillo che non c’è niente di cui preoccuparsi.» E io gli racconto quasi tutto, ma non mi viene bene. Mi tradisco. Lui se ne accorge di certo, ma tace e, fingendo di appoggiarsi alla mia spalla, mi dà una leggerissima carezza.
Non appena incontriamo qualche amico, invece, ci riconosce subito e ci invita a casa sua. Io allora gli salto attorno, ballo, lo abbraccio, faccio il buffone, finché, ridendo, non mi dà uno scapaccione lui pure. A volte mi viene il sospetto che quella del mio maestro sia una confraternita segreta di schiaffeggianti. Andiamo a casa del tizio, mangiamo quel poco che ha da offrire e pian piano la casa si riempie di gente confluita da ogni parte, spesso con un piatto in mano, anche se perlopiù della stessa robaccia. Se penso ai buffet sempre imbanditi che ho saccheggiato le poche volte che ho avuto la fortuna di entrare nell’hotel, mi prende una rabbia! Però mangio tutto di gusto e tengo la bocca sempre occupata, così evito di dire sciocchezze (con la confraternita non si sa mai). Non è raro che queste serate si trasformino in modesti e quieti festini, a dispetto di tutto. Dopo i primi saluti e gli omaggi di rito, i convenuti si mettono a parlottare tra loro sgranocchiando frutta o dolcetti che qualche donna ha tenuto in serbo per l’occorrenza, e continuano con una sommessa allegria anche quando noi siamo andati a dormire. Noi siamo talmente stanchi che non li sentiamo nemmeno.
Il mattino ci avviamo presto e facciamo sempre lunghi giri per verificare con i nostri occhi cos’è successo in città. Le strade all’alba sono poco trafficate e la polizia e la nettezza urbana, una meno efficiente dell’altra, non hanno avuto ancora tempo di ripulirle, se non sommariamente. Così i marciapiedi, quando ci sono, e i bordi delle strade sono ingombri di gente che non si riesce a capire se è mineralizzata dal sonno alcolico o da quello eterno, con i vestiti stracciati e macchiati di sangue, i capelli impiastrati di grumi, le mani strette attorno a bottiglie, sassi e bastoni, le gambe rannicchiate o divaricate in linee spezzate e i piedi rivolti verso tutti i quadranti della rosa dei venti. I pochi viandanti e ciclisti eseguono slalom acrobatici senza fissare lo sguardo su niente, sparati come missili teleguidati verso le loro destinazioni, mentre i motorizzati, a causa della velocità a cui non intendono rinunciare, spesso non riescono a evitare gli ostacoli e gli passano sopra, siano essi corpi o masserizie, e talvolta si schiantano contro i muri, proiettati dalla brusca sterzata che la resistenza o il volume dell’ostacolo li induce controvoglia a compiere.
Non pochi tetti sono sfondati, le porte e i serramenti delle case che ne erano provviste sono sfasciate e divelte, aperte al primo venuto benintenzionato o meno, e solo alcune sono state sostituite con assi inchiodate in tutta fretta. Stracci e giornali, spostati dall’aria, volano a coprire con uno striminzito sudario qualche volto, mentre in fondo ai vicoli si consumano fuochi residui. Il mio maestro biascica sottovoce le sue nenie e io ne seguo il ritmo senza capire, come a farmi coraggio e compagnia.
Da quando si è avuta notizia dei primi disordini e il numero dei profeti si è andato assottigliando, invece delle capatine furtive dei primi tempi il mio maestro non perde più una riunione e ci resta fino a sera, non so se partecipando attivamente o solo assistendo. Da allora io non ho più potuto metter piede nell’hotel e le mie giornate sotto la tettoia sono diventate lunghissime. Nei momenti di maggior tensione mi tengo lontano da ogni accenno di assembramento e mi schiaccio contro i muri, fino a diventare uno strato della polvere che li ricopre. Nonostante mi senta squassato da una specie di insurrezione delle viscere, ho dovuto rinunciare alla mia più grande passione, quella di conversare (diciamo così) di tutto con tutti: stringo le mascelle e mando giù la poca saliva che mi rimane. Quasi non respiro. Nei momenti di calma, invece, mi aggiro furtivo per la piazza o mi apposto vicino all’ingresso dell’hotel e tendo le orecchie ai vari discorsi. I poliziotti che montano la guardia mi conoscono e mi lasciano stazionare in un angolo buono buono. Aspetto che il maestro mi chiami o mi faccia recapitare un biglietto con qualche incarico da svolgere, ma non succede mai. Pur non avendo niente da fare, sono sempre stanco per la costante tensione, consumato dall’incertezza.
Il congresso ha dovuto prendere atto della situazione e delegare a un gruppo ristretto le questioni concernenti l’organizzazione del sindacato per cui era stato indetto. Per fortuna lo statuto era già stato approvato e il resto del lavoro era a buon punto, e così è bastato che a definire gli ultimi dettagli in merito alla scelta dell’edificio della sede centrale, le modalità pratiche di iscrizione, l’ammontare dei versamenti per le pensioni e per la costituzione di un fondo per i più bisognosi e per le malattie, si dedicassero i profeti più versati nelle leggi e nella contabilità, con la consulenza di qualche portaborse laureato.
Ma mettersi d’accordo su cosa fare concretamente per fermare gli scontri non è semplice. Tutti i profeti predicano la pace, ma le loro concezioni appaiono incompatibili non solo alle orecchie dei seguaci. Presto i più intransigenti hanno cominciato a litigare proclamando la propria la migliore, senza discussioni, e nonostante in pubblico tutti si mostrino amichevoli e sorridenti, dalle sale e dalle stanze dell’hotel sono risuonate urla e minacce terribili. Le reciproche accuse di diretta responsabilità si sono fatte esplicite e stavolta anche i più miti hanno fatto sentire la propria voce, immediatamente zittiti («Taci tu, pappamolla»). Altri invece sarebbero addirittura passati alle vie di fatto e la zuffa si sarebbe estesa agli assistenti presenti (quelli dei più potenti, ospiti accreditati, non i poveracci come me), che se le sarebbero suonate di santa ragione. Sono voci che circolano, probabilmente infondate: quel che è certo, però, è che nel primo pomeriggio di ieri sono arrivate un paio di ambulanze nel parcheggio sotterraneo e alcuni assistenti sono ricomparsi con vistose medicazioni e fasciature mentre altri, si mormora, sarebbero ancora ricoverati in osservazione. La versione ufficiale è che sono rotolati in massa dalle scale in un momento di panico.
Queste notizie, vere o false, sono state raccolte dai seguaci che bivaccano attorno all’hotel e si sono diffuse per la città con le inevitabili distorsioni progressive, inasprendo ulteriormente i conflitti già in atto, ormai estesi a tutti i quartieri. Anche i quartieri che dapprima non erano stati coinvolti, quelli delle classi più ricche e degli stranieri, sono ora campo di battaglia e di saccheggi, perché coloro che si sono visti distruggere il proprio corrono a rifarsi in quelli limitrofi, e così via, a macchia d’olio. Solo che le forze dell’ordine, che prima avevano lasciato fare (se non addirittura fomentato i disordini), ora intervengono a difesa degli interessi dei propri superiori, ma la loro azione e i loro metodi sbrigativi spingono i gruppi più organizzati a reagire in modo ancora più crudo, non contro di loro, che sanno come difendersi, quanto contro tutti i malcapitati che incrociano fuggendo e gli edifici e le cose più accessibili o sulle quali, per qualsiasi motivo, si concentra il desiderio di rivincita o di possesso. Così incendiano auto, sfondano porte, infrangono vetrine, arraffano piccoli elettrodomestici, soprammobili, cibo, vestiti, scarpe e attrezzi di ogni genere, si caricano sulle spalle o sui pickup, quelli che li hanno, televisori di grandi dimensioni e frigoriferi, mobili, poltrone e, a mazzi, le biciclette e i motorini di cui la città è piena. I sorveglianti di alcuni palazzi lussuosi e delle ville recintate hanno reagito agli assalti sparando e numerosi saccheggiatori sono morti; i sopravvissuti hanno consumato le loro vendette sulle case che avevano meno difese e sui loro occupanti, sgozzati o stuprati a piacimento. Cantavano.
Anche gli scontri tra i vari gruppi nelle strade si sono fatti più cruenti, rinfocolati da nuove, o antiche, motivazioni in aggiunta a quelle religiose. Di conseguenza l’assemblea dei profeti si è fatta ancora più tumultuosa. Sollecitare a intervenire solo coloro a cui si ispirano i gruppi più sediziosi sarebbe come attribuirgli una responsabilità diretta, e da parte loro ammetterla; cambiare le predizioni, o anche solo attenuarle, significherebbe dichiarare pubblicamente di essersi sbagliati o, peggio, di aver parlato alla leggera; fare un comunicato comune comporterebbe un coinvolgimento anche da parte dei più miti, che non c’entrano niente. Finalmente proprio da costoro, più concilianti, viene proposta una bozza generica che, dopo gli opportuni distinguo (e un intervento in prima persona dei capi della polizia e dell’esercito con tanto di guardie del corpo armate fino ai denti, peraltro non invitati), viene approvata a grande maggioranza, con scrutinio segreto. Due i contrari e cinque gli astenuti.


Ma non è finita, perché si presenta il problema di chi dovrà leggere il comunicato o se addirittura non sarebbe meglio affidarlo a uno speaker estraneo (che sarebbe una vigliaccata colossale, a mio modo di vedere).
Finalmente viene deciso di affidare la lettura al profeta più anziano, che però è analfabeta e deve impararsi il discorsetto a memoria, ciò che richiede il suo tempo. Per l’ora prevista, la sala delle feste dell’hotel viene allestita con un lungo tavolo: al centro, il profeta anziano tiene in mano i fogli e un suggeritore è nascosto alle sue spalle nel caso abbia dei vuoti di memoria; attorno, si è piazzata la batteria dei caporioni al completo, con gli altri sparpagliati ai margini ma in modo tale che possano rientrare tutti nella stessa immagine. Le televisioni nazionali e estere (compresa una nota rete americana) sono presenti al gran completo, così come tutte le radio possibili e immaginabili, in primo luogo quelle locali, che interrompono all’unisono le loro trasmissioni per trasmettere il discorso dopo aver preavvisato i loro ascoltatori con annunci ogni mezz’ora.
Le forze dell’ordine schierate davanti all’hotel in assetto di guerra hanno evacuato la piazza di tutti gli occupanti, che, raggruppati per convinzioni e affinità, si sono ritirati nelle vie adiacenti. Io ho preferito non aspettare l’ordine di evacuazione, ho fatto il giro dell’hotel per tempo e mi sono intrufolato nel parcheggio sotterraneo attraverso un finestrino lasciato socchiuso. Tanto nello sgabuzzino del custode c’è un televisore che posso sbirciare non visto e, se non ci riuscissi, i grandi altoparlanti sistemati un po’ ovunque mi permetteranno di sentire il discorso ugualmente.
Quando il profeta decano inizia a parlare con voce tremante, la città è come pietrificata. Anche negli angoli più remoti e poveri, nel silenzio generale è la stessa voce che esce da tutte le radio accese; dove sono sopravvissuti, i televisori vengono orientati verso la strada perché tutti possano vedere. L’immagine del vecchio profeta, l’unico che abbia diritto a qualche primo piano, e la sua voce incerta, sottile ma accorata, diffondono per l’aria un senso ieratico da cui, finché dura il discorso, si sentono pervasi tutti, anche i più stolidi, il cui sguardo per qualche attimo conosce l’inedita luce dell’intelligenza, senza riuscire a trattenerla peraltro. Bastoni e coltelli cadono dalle mani, opportunamente inquadrati da telecamere nascoste, e i volti si distendono quali in sorrisi, quali in lacrime.
Ma l’effetto dell’appello dura un attimo: non appena terminato il discorso, i seguaci cominciano a discutere sulla posizione dei loro profeti lungo il tavolo, molti cercano di interpretare le espressioni che gli sembrava trasparissero dai loro volti miniaturizzati confusi nel mucchio. Certe espressioni vengono lette come aperto spregio di questa o quella dottrina e soprattutto si ritiene un’offesa intenzionale il fatto che il loro profeta non abbia avuto la possibilità di chiarire direttamente la propria posizione e sia stato costretto a mescolarsi con quella mandria di esseri impuri. Chi non ha individuato il suo profeta si interroga sulla sua assenza, avanzando le ipotesi più cupe, che vengono immediatamente riprese e accreditate senza ombra di dubbio, e non facendosi scrupolo di esporle anche ai primi cronisti che si avventurano per le vie che al momento sembrano sicure.
Le insinuazioni ne provocano altre nelle parti opposte e si sommano agli strascichi lasciati dagli scontri dei giorni precedenti. I differenti interessi, per un istante sopiti, tornano a farsi sentire, surrogati dai tradizionali imperativi di vendetta che molti sono pronti a riassumere. I coltelli e i bastoni vengono prontamente raccattati da terra, dalle camicie sbucano pistole e kalashnikov, e i padroni di casa si appostano sulla soglia col machete di famiglia in mano.
Gli scontri vengono presto interrotti dalla notizia che l’esercito ha circondato la sede del congresso e che i profeti sono stati caricati su camionette per essere condotti chi all’aeroporto chi al confine. Nonostante sia stato proclamato lo stato d’assedio per il centro cittadino, quasi tutti i fedeli, temendo per la sorte del proprio profeta, si dirigono verso la piazza dell’hotel ordinati in gruppi in spontanea tregua reciproca, ma quando la raggiungono il corteo dei mezzi blindati l’ha già lasciata da tempo. Venuto a mancare il loro obiettivo primario, i fedeli ne trovano immediatamente il sostituto e si scatenano in massa contro l’hotel e, dopo essersi velocemente sbarazzati dei pochi soldati lasciati a difesa, lo devastano e lo saccheggiano. Completata l’opera, chi è soddisfatto del bottino cerca di sgattaiolare verso casa ma viene aggredito da quelli rimasti a bocca asciutta, mentre tutti coloro che non hanno potuto entrare si aggrediscono tra loro senza guardar troppo per il sottile.
Ancora prima che i blindati arrivino all’hotel, il mio maestro, come sapendo in anticipo dove mi trovavo, scende nei sotterranei e, tranquillamente, mi chiama e mi dice di seguirlo. Io ho una fifa tremenda, ma gli obbedisco. Anche se l’ingresso del parcheggio permette di raggiungere una delle viuzze che prendiamo di solito aggirando la piazza, quando sbuchiamo all’aperto fatico a comandare alle gambe di muoversi. Mi sento il corpo allo stesso tempo pesantissimo e molle, sudo olio bollente e mi sembra di avere in gola tutto il vento del deserto che scende giù come cartavetrata. Il maestro mi mette una mano sulla spalla e, «Forza, andiamo», mi dice. «Guidami tu che sono stanco. Noi restiamo in città». Allora raccolgo le forze, raddrizzo le spalle e lo guido.