11/01/18

Alfredo Giuliani, L'autunno del Novecento (23-05-84)



Si sparla volentieri di ciò da cui per qualche motivo si è talvolta costretti a dipendere: così anche della critica letteraria dei giornali. Sorvoliamo su motivazioni o invidie personali, perché non è certo colpa del critico se si leggono più giornali che libri o riviste e se quindi in certi casi (pochi) egli diventa più famosi di molti scrittori e cattedratici; se paraintellettuali spesso chiacchierano solo per aver letto recensioni ecc.; come fa parte del gioco che al successo o meno di alcuni libri contribuiscano anche i critici (conviene però notare che la figura del dittatore dell’opinione è estinta e che soprattutto è in ben altra sede che si decidono le tirature; tanto più che, per esempio, per un Giuliani che giustamente stronca 1934 di Moravia ci saranno sempre due Siciliano che lo esaltano; c’è posto per tutti, anche per stare zitti).
Altre sono le accuse: gli scrittori, che non di rado sono i primi a leggerlo, specie se parla di loro, o non ne parla quando invece dovrebbe, e comunque trattandolo sempre da interlocutore privilegiato, si lamentano che il critico, la cui preparazione è notoriamente un dono del cielo, giudichi con la minima fatica un lavoro che ne è costata tanta, senza essere poi capace di fare altrettanto (di “creare”); i professori e i saggisti invece lo accusano di qualunquismo, di preparazione metodo e rigore insufficienti, nonché di parzialità e soggettività eccessiva. Si parla anche di servitù verso l’editoria e le solite conventicole. Tutto vero. Karl Kraus, come d’abitudine, ci andava ancor più pesante; un suo epigramma intitolato Concorso per recensori recita infatti: “Specchio, specchio delle mie brame / chi è il più scemo del reame?”
Fortunatamente non mancano eccezioni. Io poi preferisco considerare le cose altrimenti (Cicero pro domo sua). Sarò ingenuo, ma preferisco partire sempre dal presupposto che il critico, fino a prova contraria, è preparato e onesto, tanto più che altrimenti perde in fretta credibilità. Il pubblico non è poi così stupido.
Appartiene senza dubbio alle eccezioni Alfredo Giuliani, del quale Feltrinelli ha da poco pubblicato il terzo volume di critiche, Autunno del Novecento, che come valido quanto parsimonioso poeta in proprio e professore universitario è stimato dai rispettivi colleghi, e sulla cui onestà è difficile nutrire dubbi. Onestà non significa ovviamente mancanza di predilezioni e di idee selettive su ciò che è o sembra vitale nella letteratura in corso e nel riesame di quella già storicizzata, ma anche, oltre alla disponibilità verso ogni forma (il critico è, o dovrebbe essere, in primo luogo una persona che ama leggere e gioisce di qualsiasi buona lettura) la chiarezza di ammetterle, la capacità di motivarle seriamente e il coraggio di rischiarle (così il lettore avrà anche gli elementi per discuterle e magari dissentire, come è capitato a me a proposito di certe scelte e esclusioni nella sezione dedicata alla poesia).

Il terreno su cui si muove il critico dei giornali, infatti, è tutto allo scoperto, perché il recensore, come dice la parola stessa, deve passare in rassegna, scegliere e valutare i libri nel momento della loro attualità più immediata e secondo una prospettiva, ancor più che presente, futura, anche in occasione di ristampe. Avere predilezioni, idee teoriche, e anche un metodo, è quindi necessario, anche se non sempre è possibile o opportuno dilungarvisi.
Senza timore di apparire agiografico, penso che Giuliani abbia tutte queste qualità basilari. Ne ha anche altre, che ne fanno indipendentemente dal giornale per cui scrive (“Repubblica”) uno dei critici più letti e apprezzati: per prima cosa non confonde indebitamente critico e scrittore, pur sapendo che ogni scrittura è seconda (è differente infatti, per esempio, la prospettiva verso il linguaggio, per quanto Giuliani sia un po’ schematico quando dice – in “Cerimonie perverse della critica”, in Le droghe di Marsiglia, Adelphi, 1977 – che è di “inconsapevolezza attiva” nello scrittore e di “consapevolezza passiva” nel critico); si riserva sempre dell’ironia, che non è il rifiuto di essere seri fino in fondo, ma uno dei modi migliori di esserlo; scrive senza fumisterie e senza cercare la “poesia” o le frasi ad effetto, eppure in modo denso e inventivo, capace anche, quando è il caso, di escogitare la formula sintetica efficace (“compito del critico è di far immaginare il lettore”; “leggendo Savinio vien fatto di pensare che il genio è un’attività riposante”; “Sanguineti è approdato al crepuscolarismo dialettico” ...); non si perde nell’episodico ma se ne serve all’occorrenza come strumento verso l’essenziale o per introdurre una prospettiva inedita; ecc.
Come ogni buon scrittore reinventa o assimila a sé regole del proprio genere, così Giuliani fa con la recensione, e si direbbe anzi (né questo sembri restrittivo: non è sicuro che la recensione debba per forza essere un genere minore, come ben sapeva Walter Benjamin che ne scrisse di meravigliose) che proprio in essa egli abbia trovato la sua perfetta misura critica: quando infatti ne esula (come nei saggi su Delfini e Moravia), vi resta ancora legato e la struttura resta inalterata o quasi. Non che i saggi risultino recensioni annacquate, sono piuttosto le recensioni a configurarsi, pur nella conquista di un tono scorrevole, come dei brevi saggi concentrati, che presentano solo i risultati delle indagini cioè, risparmiando gran parte del percorso che vi ha portato e l’abbondanza delle esemplificazioni, che però si lasciano intuire o vengono suggerite e che comunque ciascuno può verificare da sé (parsimonia sempre gradita dove impera la verbosità).
Autunno del Novecento riesce così a fornire un panorama tutt’altro che superficiale della letteratura di questo secolo, certo non esaustivo ma significativo per le scelte operate e soprattutto vivo perché non perde mai di vista i problemi attuali della letteratura e invita a discuterli più sui libri che non sulle teorie, che pure non vengono dimenticate sebbene lo spazio loro dedicato non sia molto. Si fa inoltre preferire, anche didatticamente direi, a gran parte delle storie letterarie correnti, ancor più che per la quasi ovvia superiorità di scrittura, per la varietà degli approcci e l’assenza sistematica delle solite genericità e banalità. Ciò che, per una “semplice” raccolta di recensioni, non è affatto poco.
“C’è la critica perché in fondo la letteratura è inverificabile.”


Alfredo Giuliani, Autunno del Novecento, Feltrinelli, Milano, 1984, p. 248, £ 22.000

08/01/18

Tempi un po' ondivaghi



Erano epoche, quelle, in cui il tempo era piuttosto ondivago, ancora incerto su se stesso, cosa era o non era, che direzione darsi, che senso aveva o doveva prendere, così andava da una parte e poi dall’altra, si fermava, tornava indietro, rallentava, accelerava, si stiracchiava, si avvitava su se stesso e a volte persino si dimenticava di se stesso e prendeva delle lunghe pause, si assentava, e sebbene la cronologia avesse raggiunto una sua pace aritmetica sommando un anno all’altro, stagione dopo stagione, come da programma, senza indagare oltre, questo non sembrava avere un influsso determinante sulla vita degli uomini,  e i loro anni si allungavano e contraevano senza avere una lunghezza e un ritmo regolari, tutto era imprevedibile, a volte certi anni, singolarmente o a mucchietti, venivano magari ufficialmente contabilizzati, ma poi, a guardare a ritroso, erano stati saltati del tutto, non solo non erano ricordati o non era successo niente di niente (questo accade anche oggi, e sono anni benedetti), ma proprio non c’erano stati, c’era un buco di tutto tranne che nei calendari, la gente manco se ne rendeva conto, per cui magari uno partiva per un viaggio e aveva un sacco di avventure e quando tornava erano passati pochi giorni o viceversa intere generazioni, e tutto era diverso e insieme uguale, o uguale ma pure diversissimo, e un altro andava in guerra giovanetto imberbe, ci stava 10 anni, veniva ucciso poco prima che terminasse, e poi si scopre che viene vendicato da un figlio di 20 o più anni che chissà da dove era sbucato, e ciascuno aveva un tempo suo che raramente coincideva con quello degli altri, e allora solo per poco, ma quel poco era tremendo, di gioia selvaggia o di lutto indicibile che non si vedeva l’ora finisse e invece non finiva mai, mai.

03/01/18

Metodo di lavoro




Sarebbe dunque così: prima ci sono tanti frammenti sparsi che se ne vanno a spasso ciascuno per conto proprio, poi si trova un accenno di inizio, un tono, anche se ancora non ben definito nei suoi termini; poi arriva qualcuno di questi termini che fanno suonare quel primo tono astratto mentre i frammenti cominciano a muoversi e a avvicinarsi, mettersi in sequenza e suggerire un percorso, di modo che si può rivedere e provare a sistemare, a tre o quattro riprese, la nebulosa dei frammenti; successivamente, dopo un intervallo variabile ma sempre un po’ doloroso, arriva l'idea di come si potrebbe anche finire, vaga però, incerta; poi all'improvviso arrivano delle frasi finali vere e proprie, buone, anche se non è detto che siano esattamente quelle che resteranno; questo permettere di definire alcuni percorsi che portano a risistemare i frammenti, tagliare e accostare, due o tre volte ancora; alla fine escono anche i pezzi, le cuciture e l'impalcatura che mancavano o erano ancora allo stato di abbozzo, e pian piano si arriva alla fine. Si guarda minuziosamente il tutto e si lascia lì per qualche giorno, o settimana o mese, a seconda. Allora si torna sull'insieme, si guarda e sistema tutto di nuovo con la massima attenzione e acribia, e infine si decide che non ne valeva la pena e si getta via tutto.